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	<title>RIVOLUZIONE CREATIVA</title>
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		<title>NATALE AL BAR</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Dec 2009 11:49:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>willoworld</dc:creator>
				<category><![CDATA[EVENTI]]></category>
		<category><![CDATA[NARRATIVA]]></category>
		<category><![CDATA[edizioni willoworld]]></category>
		<category><![CDATA[Gano]]></category>
		<category><![CDATA[Storie di Natale]]></category>

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È una di quelle giornate fredde di dicembre in cui hai bisogno sicuramente del doppio calzino, specialmente se i calzini ce l’hai tutti bucati. È un vecchio trucco quello di metterne due paia per tappare i buchi, ed io li conosco tutti i vecchi trucchi. A dicembre, se il sole basso abbaglia, vuol dire che [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=willoworld.wordpress.com&blog=1116532&post=1912&subd=willoworld&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><a href="http://willoworld.files.wordpress.com/2009/12/storie-di-natalep.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-1913" title="storie di natalep" src="http://willoworld.files.wordpress.com/2009/12/storie-di-natalep.jpg?w=377&#038;h=562" alt="" width="377" height="562" /></a></p>
<p>È una di quelle giornate fredde di dicembre in cui hai bisogno sicuramente del doppio calzino, specialmente se i calzini ce l’hai tutti bucati. È un vecchio trucco quello di metterne due paia per tappare i buchi, ed io li conosco tutti i vecchi trucchi. A dicembre, se il sole basso abbaglia, vuol dire che fa un freddo della madonna. Te ne accorgi anche dai vetri delle finestre appena metti il naso fuori dalle coperte, però non ce la fai a rimanere a letto perché quel sole è proprio una meraviglia, pare quasi dipinto e forse lo è per davvero, ti chiedi perplesso picchiettando con l’indice la colonnina di mercurio in terrazza, che durante la notte è scesa abbondantemente sotto lo zero. Ti avvii in cucina per preparare il caffè e ti accorgi che ti hanno appena tagliato il gas. Ti spieghi il freddo padrone della stanza, ti spieghi le bollette abbandonate ancora chiuse sullo scaffale, ti spieghi anche perché il mondo faccia così schifo; tagliare il gas ad un povero cristo proprio la vigilia di Natale. Quasi quasi ti vien da ridere, se solo il freddo non ti avesse paralizzato i muscoli della faccia. Unica soluzione; il bar.<br />
Spingi la porta a vetri e subito ti rendi conto che non sei il solo ad averla pensata alla stessa maniera. Certo non è proprio Natale, è solo la vigilia, ma tutti sanno che il 25 il bar resta chiuso e quindi è meglio approfittarne. I tavoli sono già occupati dai soliti avventori. Avranno tagliato il gas pure a loro, ti chiedi. E mentre te lo continui a chiedere ordini quel maledetto caffè che non sei riuscito a farti a casa. La Giorgia ha un cappellino rosso che è una meraviglia. Ti sorride e si adopera a farti una crema che sveglierebbe anche Morfeo.<br />
«Mettici un po’ di mommo, tanto son gia le nove…» le dico, e lei sa già dove andare a pescarlo, il mommo. Bevo il corretto e incomincio il giro. Fantomas col cappuccino e la Gazzetta, il Lalli spaparanzato con la Repubblica, Giulianino appoggiato al frigo dei gelati con gli occhi persi su una foto della Ventura in mezzo al Venerdì (sempre quello della Repubblica, il giornale dei finti comunisti), e poi c’è il Mignozzi col telefonino in mano a messaggiare alla ganza, tutti in posizione come se fosse un giorno normale, ignari delle palline colorate e delle lucine disseminate per il bar.<br />
«Buon Natale , ragazzi…» saluto io. Nessuno si muove. Tutti fanno finta di nulla, ma è ordinaria amministrazione. Bisogna aspettare perché la gente del bar c’ha i suoi tempi. In ritardo, ma una reazione arriva sempre.<br />
«Oh Gano, anche oggi qui a rompere i coglioni?» domanda il Lalli da dietro il giornale. Avrete già capito che personaggio è questo Lalli. Parlarne in maniera più dettagliata sarebbe come sparare alla croce rossa. Il Lalli è semplicemente il Lalli, una grande faccia di culo….<br />
«Che fanno i tuoi amici DS quest’anno? Tortellini in brodo e lenticchie a fine anno?» rispondo io, graffiando il suo cuoricino rosso bandiera.<br />
«L’ho sempre saputo io che il Gano è un fascistone» dice lui di rimando. Ma in verità a me la politica non ha mai detto niente. Destra e sinistra, alla fine mi sembrano tutti uguali, specialmente in quest’ultimi tempi. A me interessano concetti più semplici, diciamo pure basilari, che alla fine son solo due; il bel mangiare e lo stare in compagnia, cose che tra l’altro si fanno bene insieme, ed è proprio per questo motivo che propongo un bel pranzo dal Freddy…<br />
«Quando, domani?» chiede Fantomas, ripiegando la Gazzetta.<br />
«Si fa il pranzo di Natale; bollito misto, tortelli e vinello… Che ne dite?» rilancio io.<br />
Il Mignozzi se n’esce fuori con una “’sta stronza!”, e rimette in tasca il cellulare. «Io ci sono» aggiunge, poi guadagna l’uscita per accendersi una sigaretta.<br />
«Vai, ci sono anch’io» conferma Giuliano, sfogliando le cosce della Simona.<br />
«E tu Lalli, cosa ne dici?» lo provoco, perché so che vorrebbe dirmi di no per farmi uno spregio, ma questo significherebbe passare il Natale da solo.<br />
«Ma, ora ci penso…» risponde lui, ed io so già che dovrò chiamare il Freddy e prenotare per cinque.<br />
«Bene, a posto allora» dico io, poi me ne vado a farmi il primo cicchetto.<br />
È incominciata la vigilia. I santi zampettano un cha-cha-cha nei cieli, il vecchio Santa ritira l’assegno dalla Cocacola, gli elfetti se lo menano tra di loro, Gesù fa finta di rinascere anche se non è il suo giorno, i bimbi aprono milioni di regali inutili e l’economia continua a macinare carne umana.<br />
Però le palline colorate e le lucine mettono tanta gioia, non trovate anche voi?<br />
«Giorgia, fammene uno&#8230;»<br />
«Arrivo Gano!»</p>
<p style="text-align:right;"><em><strong>Gano</strong></em></p>
<p style="text-align:right;"><em><strong>Questo racconto é estratto dall&#8217;e-book Storie di Natale della Edizioni Willoworld &#8211; <a href="http://www.box.net/shared/hgkdt51z24" target="_blank">Scaricalo qui!</a><br />
</strong></em></p>
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		<item>
		<title>QUANDO HANNO ABBATTUTO IL PONTE&#8230;</title>
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		<pubDate>Sat, 19 Dec 2009 13:23:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>willoworld</dc:creator>
				<category><![CDATA[NARRATIVA]]></category>
		<category><![CDATA[Dario de Giacomo]]></category>

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		<description><![CDATA[
Dietro di sé il narratore ha uno specchio,
che lo riflette nell’atto di scrivere.
(Jack il ventriloquo)
Quando hanno abbattuto il ponte io non c’ero. Al ritorno da un viaggio al suo posto ho trovato un buco riempito d’aria. Ma questo lo so perché l’ho sentito in treno, dicevano che avevano demolito il ponte della ferrovia, quello che [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=willoworld.wordpress.com&blog=1116532&post=1909&subd=willoworld&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><a href="http://willoworld.files.wordpress.com/2009/12/quando-hanno-abbattuto-il-ponte.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-1910" title="QUANDO HANNO ABBATTUTO IL PONTE" src="http://willoworld.files.wordpress.com/2009/12/quando-hanno-abbattuto-il-ponte.jpg?w=419&#038;h=278" alt="" width="419" height="278" /></a></p>
<p><em>Dietro di sé il narratore ha uno specchio,<br />
che lo riflette nell’atto di scrivere.<br />
<strong>(Jack il ventriloquo)</strong></em></p>
<p>Quando hanno abbattuto il ponte io non c’ero. Al ritorno da un viaggio al suo posto ho trovato un buco riempito d’aria. Ma questo lo so perché l’ho sentito in treno, dicevano che avevano demolito il ponte della ferrovia, quello che divide via Oberdan in due. Mi chiedo dove passa il treno ora: mi faccio sempre un mucchio di domande così.<br />
Non trovo più il ponte dentro la mia testa, né la prospettiva di case in fuga dietro l’arco. Il fatto è che io proprio non ricordo mai nulla e le immagini sono ammucchiate alla rinfusa. Ma se la mia memoria è vuota, penso, non sono mai vissuto? Questo pensiero mi spaventa, perché anche della mia infanzia conservo solo ricordi lontanissimi. Sono convinto che tutti ricordino tutto e che soltanto io sono escluso da questa festa di memorie, se non per brevi, dolorosissimi lampi.<br />
Mio padre è un rigido abito marrone in un letto contro il muro, senza sorriso. Gli occhiali da sole nel taschino della giacca. Le persiane sono abbassate per proteggere i singhiozzi. Al buio si muore meglio, perché si dimentica più in fretta la luce.<br />
Alla mia fermata scendo dal treno, subito in cerca del ponte per orientarmi, ma ovviamente non c’è. Allora avverto una fitta tra lo stomaco e lo sterno che mi dà la nausea, non so perché. Senza il ponte, qui nella mia città, mi sento in un altro luogo. Sono altrove da sempre. Ignoro tutti i nomi delle strade e quando mi chiedono indicazioni fingo di essere straniero, dissimulando l’imbarazzo, e non sono nemmeno capace di tirare una linea dritta tra gli angoli, i vicoli, le curve che girano intorno agli edifici.<br />
Ora il calore alle tempie cresce. Sono di nuovo altrove: mentre festeggiano il mio compleanno. Tutti si affollano tra le mie cose, ma io mi sento spaesato perché questa non è casa mia.<br />
“Voglio tornare a casa mia” urlo, mentre lo stupore corre divertito da un volto all’altro di tutti gli stranieri che affollano le stanze. Perché gli altri riescono a ricordare gli eventi, i volti, i luoghi con una precisione nitida e nella trama della mia vita, invece, ci sono dei buchi enormi?<br />
Mi ricordo di un attimo: stringo il pigiama di mio padre tra le mani, ne accarezzo la stoffa ruvida, la annuso. Nell’angusto vano del bagno di servizio sento il suo odore. Ora non so che svanirà. Ancora ignoro che le immagini di ieri spariranno.<br />
Mio padre è morto in una sera di giugno: svanito, come il suo odore. Semplicemente ha smesso di muoversi, poi si è decomposta la sua immagine, poi la sua memoria. Ora hanno abbattuto anche il ponte, che sosteneva tutta la fragile impalcatura dei miei passi dentro la città. Le cose sono messe lì apposta per indicarci dove andare e come arrivarci. Altrimenti è il caos, una mappa disegnata senza punti di riferimento.<br />
Deve esserci qualcuno che costruisce i ponti, le strade, i vicoli che tagliano in due le arterie principali per abbreviarci il cammino quando siamo diventati abbastanza abili da camminare speditamente. Noi poi, dentro la testa, rinominiamo quegli oggetti per ritrovarli facilmente. Ma io alcuni li ho dimenticati subito e gli altri vanno e vengono come sabbia nella clessidra.<br />
Però se il panorama cambia troppo rapidamente mi sento smarrito e anche se mi sforzo di esumare i luoghi, com’erano prima, è tutto inutile. Perché le immagini sono come un ponte. Dopo la demolizione, nello spazio vuoto, restano solo i moncherini aggrovigliati di fili metallici: il treno passerà da un’altra parte, ma non so dove, e io non riuscirò a trovare la strada.<br />
La folla, in piazza Matteotti (ho dovuto leggere la targa di pietra in cima al muro di fronte), davanti alla stazione, sciama scompostamente in tutte le direzioni. Ognuno però con un orientamento netto, preciso. Cioè sanno dove andare, mentre io rimango immobile dentro lo spazio vuoto che prima era un ponte. Mi abbandono a quel vuoto senza nemmeno la speranza di un appiglio, è come morire. Il mistero delle superfici vuote che diventano talmente piene da poterne seguire il perimetro con le dita, e si disfano, prima o poi, senza nemmeno il ricordo nell’aria.<br />
Ogni volta che tento un passo mi assale l’incertezza. E’ vero, so che è tardi, devo andare. Ma per andare da qualche parte devo decidere la direzione, ed è come riempire i miei buchi con qualcosa molto più duro di uno sforzo di volontà. Se decido, poi non ho problemi con la volontà, magari mi lascio andare ma cammino comunque. Ma senza il ponte la fatica è tremenda.<br />
A poco a poco, continuando ad entrare ed uscire dalla mia consapevolezza del luogo, noto che la folla traccia delle forme precise nel suo fluire e rifluire al centro della piazza. Prima non ci avevo fatto caso. Ognuno segue la sua direzione, ma tutti insieme, impercettibilmente, creano delle tracce. Se avessi una matita rosso-blu con me potrei sottolinearle, per tenerle meglio a mente.<br />
In un punto la massa si coagula densa, come un trombo duro nelle arterie principali di questa città. Fluisce lentamente, addensandosi. Inizio a camminare seguendo la traccia corposa di gente che cammina, spintonandosi, urtandosi. Una fiumana di carne che si precipita in quella direzione, come una guaina attorno alla mia trama sfibrata. Ho sentito dire a qualcuno che vanno verso il ponte. “Dove prima c’era il ponte della ferrovia?” chiedo ansiosamente.<br />
Nessuno lo sa. Ma andiamo insieme.</p>
<p style="text-align:right;"><em>Dario De Giacomo &#8211; <a href="http://willoworld.wordpress.com/tag/dario-de-giacomo/" target="_blank">Altri Lavori</a></em></p>
<p style="text-align:right;"><em>Foto di: http://www.flickr.com/photos/mrhayata/ </em></p>
<p style="text-align:right;"><em><a href="http://rivoluzionecreativa.ning.com/" target="_blank">ENTRA IN RIVOLUZIONE CREATIVA &#8211; CREA CON NOI!</a><br />
</em></p>
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		<title>EMBOLO</title>
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		<pubDate>Fri, 18 Dec 2009 08:54:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>willoworld</dc:creator>
				<category><![CDATA[POESIA]]></category>
		<category><![CDATA[Silvia Petrianni]]></category>

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		<description><![CDATA[
Con la forza non si dimentica
Scappando non si sfugge
Ripartendo non si cambia
Il vuoto non esiste
È tornato più forte
Fa ancora più male
La memoria si rinforza
Solo in quell’angolo
Dammi una soluzione
Se non posso vivere di questa passione
Strappa la mia carne
Il sangue si fermerà
Soli si può solo attendere
Se insieme non è possibile
Soli ci si può curare
L’amore è un modo [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=willoworld.wordpress.com&blog=1116532&post=1905&subd=willoworld&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><img class="alignnone" src="http://api.ning.com/files/Gc63B-3Q3OA3fPk8-Meb3eazAnmXP1ZC*ZFqR6PnLBw_/736b4132eaa7dd00.jpg" alt="" width="345" height="259" /></p>
<p><em><strong>Con la forza non si dimentica<br />
Scappando non si sfugge<br />
Ripartendo non si cambia<br />
Il vuoto non esiste</p>
<p>È tornato più forte<br />
Fa ancora più male<br />
La memoria si rinforza<br />
Solo in quell’angolo</p>
<p>Dammi una soluzione<br />
Se non posso vivere di questa passione<br />
Strappa la mia carne<br />
Il sangue si fermerà</p>
<p>Soli si può solo attendere<br />
Se insieme non è possibile<br />
Soli ci si può curare<br />
L’amore è un modo d’essere</p>
<p>Non ha preso tutto<br />
Ma non mi fa vedere nulla<br />
Appare e se ne va<br />
La luce per cercarlo</p>
<p>Dammi una soluzione<br />
Non posso vivere con questa passione<br />
Prendila e portala via<br />
O un embolo mi ucciderà.</strong></em></p>
<p style="text-align:right;"><em>Silvia Petrianni &#8211; <a href="http://willoworld.wordpress.com/tag/silvia-petrianni/" target="_blank">Altri Lavori</a><strong><br />
</strong></em></p>
  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/willoworld.wordpress.com/1905/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/willoworld.wordpress.com/1905/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/willoworld.wordpress.com/1905/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/willoworld.wordpress.com/1905/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/willoworld.wordpress.com/1905/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/willoworld.wordpress.com/1905/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/willoworld.wordpress.com/1905/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/willoworld.wordpress.com/1905/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/willoworld.wordpress.com/1905/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/willoworld.wordpress.com/1905/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=willoworld.wordpress.com&blog=1116532&post=1905&subd=willoworld&ref=&feed=1" /></div>]]></content:encoded>
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	</item>
		<item>
		<title>L&#8217;UOMO A FUMETTI</title>
		<link>http://willoworld.wordpress.com/2009/12/17/luomo-a-fumetti/</link>
		<comments>http://willoworld.wordpress.com/2009/12/17/luomo-a-fumetti/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 17 Dec 2009 08:33:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>willoworld</dc:creator>
				<category><![CDATA[ARTI GRAFICHE]]></category>
		<category><![CDATA[NARRATIVA]]></category>
		<category><![CDATA[Bruno Magnolfi]]></category>
		<category><![CDATA[Giulia Tesoro]]></category>

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		<description><![CDATA[
Il disegnatore di fumetti generalmente partiva da un personaggio per poi costruirci attorno una storia. Era sufficiente che ne disegnasse il viso, i capelli, i vestiti, le mani, il resto veniva quasi da sé. Tutto dipendeva da pochi dettagli: stilizzava un’espressione, un gesto, la posizione, e poi tutto cominciava a ruotare, a prendere forma, come [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=willoworld.wordpress.com&blog=1116532&post=1899&subd=willoworld&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><a href="http://willoworld.files.wordpress.com/2009/12/luomoafumetti.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-1907" title="luomoafumetti" src="http://willoworld.files.wordpress.com/2009/12/luomoafumetti.jpg?w=492&#038;h=682" alt="" width="492" height="682" /></a></p>
<p>Il disegnatore di fumetti generalmente partiva da un personaggio per poi costruirci attorno una storia. Era sufficiente che ne disegnasse il viso, i capelli, i vestiti, le mani, il resto veniva quasi da sé. Tutto dipendeva da pochi dettagli: stilizzava un’espressione, un gesto, la posizione, e poi tutto cominciava a ruotare, a prendere forma, come se il suo personaggio uscisse all’improvviso dal foglio di carta e si disegnasse da solo. Certe volte le storie che venivano fuori sembravano lo specchio di quello che lui aveva pensato quel giorno, o che gli era ritornato alla mente da un periodo passato per chissà quale ragione; ma in certi rari casi nessuna relazione, a striscia finita, pareva sussistere tra sé e quel suo nuovo fumetto. Ed erano questi i personaggi a cui lui si affezionava di più. I suoi fogli, disegnati e finiti, in quelle occasioni pareva prendessero vita, come se avessero voglia di parlare di se stessi, come se avessero dentro uno spirito, e lui certe volte cercava di dar seguito a questa esigenza, ma in tanti casi la stanchezza diventava fortissima, e lui si sentiva stremato, perdeva quella concentrazione di cui aveva bisogno, e tutto fermava il suo corso. Ma quella sera qualcosa era diverso. Aveva ritrovato nella confusione del suo tavolo da lavoro, una striscia che non aveva finito, e si era messo a pensare come poteva continuare la storia. Una ragazza, sopra al suo motorino, libera, lungo le strade della città. Non sapeva di molto, ma era un inizio. L’aria fresca della sera sul viso, immagini di gente sui marciapiedi, negozi scintillanti delle loro vetrine: andare incontro a qualcosa come sfuggendo a qualcos’altro che sa di saputo, voglia di nuovo, di diverso da quell’ordinario, e poi i colori, la velocità, tutto alle spalle, in una ricerca spasmodica di qualcosa che sta un po’ più avanti. Una ragazza come tutte le altre, come tutte quelle ragazze che hanno quindici, sedici anni, ma con qualcosa dentro al suo casco che non è proprio da tutti: la voglia improvvisa di sentirsi diversa, migliore, non incastrata dentro ad un ruolo egoistico, non un pensiero solo per sé, ma per tutti, come compiere un gesto che lascia gli altri di stucco, che li fa ragionare, li porti a pensare che non c’è storia per chi pensa soltanto a se stesso. Le strade, le piazze, continuano a correre inseguendo il suo motorino, quello della ragazza, e il disegnatore di fumetti cerca disperato di dar vita al suo bisogno di esistere, di essere al di fuori di sé, di un disegno finito, completato, esauriente, ma che manca ancora di spirito. Poi, l’idea finale per il suo fumetto si fa strada poco alla volta, dentro a un pensiero che diverge dal resto: la ragazza corre da lui, dal disegnatore strampalato di quei fumetti, a portargli lei stessa il finale di tutta la striscia, e lui è ancora giovane, dentro al disegno, ha la sua stessa età, può aspettarla uscire da dentro la carta, da quelle strade grigie che adesso sanno di lei, della sua libertà, e vogliono assomigliare a quel suo meraviglioso entusiasmo. Perché è di questo che la città adesso ha bisogno, della voglia di amore e di gioia che superi il grigio della gente sui marciapiedi, e dei negozi che continuano imperterriti ad ammaliarla, con le loro vetrine scintillanti e monotone che non hanno niente di nuovo, e in questo slancio oltre le cose, tutti possono di nuovo ritrovare le idee, i sentimenti più forti, l’energia, quella creatività che era venuta a mancare da tempo.</p>
<p style="text-align:right;"><em>Bruno Magnolfi – <a href="http://willoworld.wordpress.com/tag/bruno-magnolfi/" target="_blank">Altri Lavori</a></em></p>
<p style="text-align:right;"><em>Illustrazione di Giulia Tesoro &#8211; <a href="http://willoworld.wordpress.com/tag/giulia-tesoro/" target="_blank">Altri Lavori</a><br />
</em></p>
<p style="text-align:right;"><a href="http://rivoluzionecreativa.ning.com/" target="_blank"><em>ENTRA IN RIVOLUZIONE CREATIVA</em></a></p>
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		<title>SCENE DA UN MOBBING</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Dec 2009 08:09:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>willoworld</dc:creator>
				<category><![CDATA[NARRATIVA]]></category>
		<category><![CDATA[Maria Zimotti]]></category>

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		<description><![CDATA[
Riflessioni, frustrazioni si affollano in questo momento fermo.
Stasi senza vita, senza rabbia davanti a uno schermo che è come la vetrina dei giocattoli.
Si muovono attorno a me uomini dentro uno spazio ristretto, quel tipo di uomini che in guerra comanderebbero le truppe.
Come lo psichiatra della guerra di Bosnia, criminale di guerra.
L’accumulo: il problema è l’accumulo, [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=willoworld.wordpress.com&blog=1116532&post=1894&subd=willoworld&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><a href="http://willoworld.files.wordpress.com/2009/12/scene-da-un-mobbing.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-1895" title="SCENE DA UN MOBBING" src="http://willoworld.files.wordpress.com/2009/12/scene-da-un-mobbing.jpg?w=357&#038;h=476" alt="" width="357" height="476" /></a></p>
<p>Riflessioni, frustrazioni si affollano in questo momento fermo.<br />
Stasi senza vita, senza rabbia davanti a uno schermo che è come la vetrina dei giocattoli.<br />
Si muovono attorno a me uomini dentro uno spazio ristretto, quel tipo di uomini che in guerra comanderebbero le truppe.<br />
Come lo psichiatra della guerra di Bosnia, criminale di guerra.<br />
L’accumulo: il problema è l’accumulo, la miscela esplosiva che sta per esplodere.<br />
C’è un piccolo barlume di ragione che non la fa esplodere.<br />
Seguo questo filo d’Arianna per uscire dal tunnel.<br />
Ragionamenti, condivisione di esperienze attraverso la scatola magica di Internet.<br />
Il mobbing: a un certo punto arriva.<br />
Il significato di questa nuova parola è sfuggente, come sfuggente è quello che succede.<br />
Il mobbing: a un certo punto arriva così come ad un certo punto i numeri ti presentano il conto.<br />
I numeri degli anni e della bilancia.<br />
Sono ossessionata dai numeri, ultimamente.<br />
Continuo a fare e rifare estratti conto, proiezioni sulle bollette a venire, differenze tra stipendi lordi e netti.</p>
<p><strong>INTERMEZZO LIRICO</strong></p>
<p>La mattina presto è la pace.<br />
E’ quasi primavera e si sente la sua sensualità sotto le zolle che stanno per esplodere.<br />
Evaporano i profumi della notte.<span id="more-1894"></span><br />
La luce impercettibile, come una luce accesa dall’altra parte del mondo, porta il mio sguardo verso est, verso il mare, verso la libertà.<br />
Esisto, sento di esistere in questa camicia bianca come da un altro secolo, i capelli morbidi e il languore che si scioglie in me senza tensione, senza martellamento di amplessi meccanici e battiti di bytes dalla finestra sul mondo di cui prima che ha il rumore di sottofondo che immagino essere quello dell’universo.<br />
La cosa bella della vita è che c’è questo momento dove non ci sono i colori ma solo i profumi e i profumi potrebbero essere quelli di tanti anni fa e in realtà il tempo potrebbe non essere passato.<br />
Che cosa mi dice che è passato?<br />
L’oblio, cerco l’oblio perché nella vita non c’è mai la parola fine proprio sul più bello.<br />
Nella vita le cose finiscono in maniera meno gloriosa.</p>
<p><strong>LUCE</strong></p>
<p>Quello che è successo stamattina mi ha fatto bene.<br />
Respiro più profondamente, a volte ho dei sospiri più lunghi, come dopo un sonno saporito di bambina.<br />
Lo spazio ristretto è sempre lo stesso, solo sembra ci sia più luce.<br />
Comincia la sistematica destrutturazione della mia immagine.<br />
Paranoie forse, ma se sono paranoica vuol dire che lo scopo è stato raggiunto.<br />
Oggi però è diverso.<br />
C’è più luce.<br />
Luce implacabile sulla pelle grassa di Carlo.<br />
Mi applica le solite virgole a caso sulla lettera scritta e brontola bonariamente con fare paterno nei miei confronti, sollevando con fatica le sue braccia tozze in un gesto quasi papale di benevola grazia.<br />
Sì, c’è più luce, nitida.<br />
E’ come se il mio cervello si espandesse like a blowing wind, non più stretto nella morsa dell’assedio di questi uomini che sento come lupi addosso alla mia morbidezza.<br />
Riesco quasi a vedere il bambino spezzato nelle labbra morbide di Carlo.<br />
Supero l’ostacolo dei miei muscoli bloccati dall’impossibilità a modificare la situazione.<br />
Per via di questa sensazione di leggerezza mi dimentico dei miei chili dai numeri tondi e mi sento felina mentre mi alzo dalla scrivania.<br />
Sento contemporaneamente lo specchio freudiano rompersi sulla sua testa brulicante di complessi di inferiorità.</p>
<p><strong>8 MARZO, FESTA DELLA DONNA</strong></p>
<p>Oggi mi sento come se mi avessero fatto la festa.<br />
Hanno aperto le galere e stagionate méchate escono a frotte dalle case come scolarette al suono della campanella.<br />
Libera uscita.<br />
Pensieri cattivi e saccenti.<br />
Il fiore che ci regalano oggi non ha profumo.<br />
Semplicemente non ha profumo.<br />
Nei pensieri coltivati nel terreno delle mie manie di persecuzione fa tutto parte del complotto.<br />
Il complotto degli uomini.<br />
Il complotto per cui “ma secondo te cosa dovrei dire al capo?”, “Guarda, capisco che per te è difficile, sei una donna. Se la prende con te perché sei una donna, io posso difendermi, tu ora non hai nessun appoggio”.<br />
“Però, che roba, neanche una mimosa, io, guarda, il mio dovere di marito l’ho fatto. L’altro giorno al mercato le ho comprato una gonna, un maglioncino, un cappotto….”.<br />
Questo è il mobbing, quello dei caporali.<br />
I capi, li riconosci.<br />
Sono più chiari.<br />
I colleghi sono viscidi, si insinuano, aizzano, tirano la pietra e nascondono il braccio.<br />
Uomini.</p>
<p><strong>LA MALATTIA DEGENERATIVA</strong></p>
<p>Quando è cominciato?<br />
Voglio dire: quando ho cominciato a sentirmi donna sul posto di lavoro?<br />
Io non mi sentivo donna, mi sentivo essere lavorante.<br />
Sono loro che te lo fanno notare.<br />
All’inizio è solo un piccolo fastidio quando ai colloqui ti chiedono:<br />
A: Ha intenzione di sposarsi?<br />
B: Ha intenzione di avere figli?<br />
C: Chi glieli tiene?<br />
Sembra uno di quei test psicologici delle riviste di cui sei sicura di conoscere il trucco e sai che li puoi fregare.<br />
A: 3 punti, B: 2 punti, C: 1 punto.<br />
Però già lì senti qualcosa.<br />
Come nelle malattie degenerative, è il primo piccolo inciampo.<br />
La maternità, quell’evento obbrobrioso per cui a una mia amica hanno fatto firmare una lettera in cui si impegnava a non restare incinta per cinque anni, provoca una grossa accelerazione della malattia.<br />
E’ la colpa di Eva.<br />
Lì è cominciata la mia fragilità, la mia scissione.<br />
Semplicemente, ho cominciato a “sentire”.<br />
Non era più un test astratto.<br />
Stavano parlando della mia carne quando quel giorno bisbigliavano:<br />
Ieri è stata a casa un’altra volta per il bambino. Ogni scusa è buona.-<br />
Così, con quel tono neutro, parlavano di quel bambino che mi aveva fatto piangere a dirotto quando l’avevo appoggiato sul letto dell’ospedale.<br />
“Ce la farò a prendermi cura di lui?”.</p>
<p><strong>BENVENUTA NEL CLUB</strong></p>
<p>Oggi è rientrata dalla maternità Ornella.<br />
Con più seno.<br />
“ Ha la faccia da mamma” osservo parlando con un’altra collega.<br />
Parliamo dei rituali della nuova esperienza davanti alla collega senza prole.<br />
La nostra piccola vittoria.<br />
Lei e’ fuori.<br />
Può avere tutto il potere del mondo conquistato attraverso il sistema più efficace da sempre per le donne, cioè lo sfruttamento del “posto nel mondo umile ma sicuro come oggetto sessuale”, ma non conosce il nostro codice, non può partecipare ai nostri discorsi, può solo immaginare quello che noi sembriamo sapere da sempre.</p>
<p><strong>LA DIGNITA’</strong></p>
<p>Che bella parola.<br />
Non c’è niente che valga di più, me ne rendo conto.<br />
Cerco, come al solito, di guardare oltre ma la mia indecisione o meglio la mia mancanza di strategia sul da farsi non germina frutti.<br />
La finestra sul mondo è sempre davanti a me e il mare sta sempre a est.<br />
Così, come ieri la luce si espandeva, oggi il significato della parola dignità si parcellizza nel vuoto.<br />
Il vuoto: il mobbing è il vuoto.<br />
Ci vuole tanto di quell’amor proprio per superare tutto questo!<br />
Se ci si riesce però ci si diverte.<br />
Si vede tutto.<br />
Si vedono uomini “duri” toccarsi con malcelata omosessualità.<br />
Si sentono rumori inconsulti di calci sulle porte degli spogliatoi con la sagoma del capo.<br />
Si osserva la catena dei soprusi dei deboli coi forti e forti coi deboli.<br />
Così pian piano la parola dignità comincia ad acquistare valore.<br />
Guardo la faccia della collega senza figli.<br />
Ho visto il suo cambiamento nel corso degli anni.<br />
E’ come se tutto il suo essere fosse stato risucchiato verso un centro che l’ha rinsecchita.<br />
Non è la sterilità però.<br />
E’ la tensione.<br />
Anche lei ha perso.</p>
<p><strong>FERIE</strong></p>
<p>E’ un pomeriggio di ferie.<br />
Sono seduta su un prato pieno di margherite.<br />
La luce è ancora una volta forte, chiara<br />
Nuvole in cielo ben disegnate come in un quadro di Magritte.<br />
Restando in tema di citazioni pittoriche sono accasciata come una placida donna di Botero.<br />
La mia però non è l’espressione della salute.<br />
Mi sento piuttosto come quel superobeso uomo più grasso del mondo di 550 chili che è uscito per la prima volta di casa in questi giorni dopo aver perso chi dice cento chi dice duecento chili.<br />
Tutta questa ridondanza, anche questa primavera precoce con margherite grandi come peperoni transgenici, è innaturale.<br />
Di nuovo la pace mi sfiora.<br />
Sfiora questo corpo intossicato dal cattivo mangiare e dalla lurida ansia dei tempi.<br />
Chiamiamola così: ansia dei tempi.<br />
E’ un’ansia statica, dove niente si muove e tutto si accumula.<br />
Tutto si è accumulato in questo caldo innaturale.<br />
Eppure oggi è giorno di ferie.<br />
Mai come in questo periodo questa parola ha avuto un suono più dolce.<br />
Sono sconfitta.<br />
Il mobbing è arrivato dove voleva arrivare: ad indurmi a rinunciare e trovarla una cosa dolce come il miele.</p>
<p style="text-align:right;"><em>Maria Zimotti</em></p>
<p style="text-align:right;"><em>Foto di: http://www.flickr.com/photos/melanieburger/ </em></p>
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		<title>LA MEMORIA DEL SASSO</title>
		<link>http://willoworld.wordpress.com/2009/12/15/la-memoria-del-sasso/</link>
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		<pubDate>Tue, 15 Dec 2009 13:02:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>willoworld</dc:creator>
				<category><![CDATA[NARRATIVA]]></category>
		<category><![CDATA[Dario de Giacomo]]></category>

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		<description><![CDATA[
Mi accade così, all’improvviso, di scoprire che la mia casa è un museo di stili scadenti, eppure è ancora familiare, ma opprimente come un abbraccio decrepito.
Poi il buio tracima nelle stanze e avverto la presenza della mia donna.
- Non ho fatto niente io.
Quelle parole di Milena naufragano ad intermittenza sulla mia esasperazione.
Pugno batte carta, la [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=willoworld.wordpress.com&blog=1116532&post=1890&subd=willoworld&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><a href="http://willoworld.files.wordpress.com/2009/12/la-memoria-del-sasso.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-1891" title="La Memoria del sasso" src="http://willoworld.files.wordpress.com/2009/12/la-memoria-del-sasso.jpg?w=403&#038;h=302" alt="" width="403" height="302" /></a></p>
<p style="text-align:left;">Mi accade così, all’improvviso, di scoprire che la mia casa è un museo di stili scadenti, eppure è ancora familiare, ma opprimente come un abbraccio decrepito.<br />
Poi il buio tracima nelle stanze e avverto la presenza della mia donna.<br />
- Non ho fatto niente io.<br />
Quelle parole di Milena naufragano ad intermittenza sulla mia esasperazione.<br />
Pugno batte carta, la morra del nostro amore.<br />
Lei mi tiene sigillato qui dentro casa, con il silenzio e la pelle.<br />
Ma io vivo superfluo rasente i giorni, perché è una vita che mi assento spesso da me stesso.<br />
Ci sono talmente tanti cassetti chiusi nella mia mente, così zeppi di rabbia e odio repressi che potrei far esplodere questa palude tra me e lei.<br />
Io cerco di trovare qualcosa che mi tenga tranquillo.<br />
Ma la notte arriva sempre, cala giù fino in fondo allo stomaco e lo riempie di immagini sconnesse e affilate.<br />
Rabbrividisco quando il buio mi sorprende, spiandomi dallo spazio vuoto tra i mobili. Provo a scappare a piedi nudi sul pavimento gelato, ma annego in quello spazio vuoto, senza luce, dove non c’e’ colpa solo punizione, nessun dolore solo orrore. La pelle nuda di Milena è una sforbiciata netta nello stomaco, uno scandaglio gettato in fondo agli incubi, che avvolge di oscurità le mie immagini. Forse stanotte non riuscirò a diradarle.<br />
La memoria è un sasso tondo e molti sassi formano un mucchio compatto.<br />
Qualcuno me li ha fatti ingoiare tutti in questi anni, però è strano che questa notte li senta più pesanti.<br />
Milena sta rannicchiata contro la parete, con la testa chinata in avanti diventa piccola piccola.<br />
Le braccia magre sono strette intorno al corpo, i capelli le nascondono lo sguardo.<br />
La sua innocenza ha uno spessore, ragiona di neri desideri e si struscia pesante, lasciando le sue tracce addosso a me.<br />
La sua ingenuità diventa minuscola, vittima di quella stanza enorme che la contiene.<br />
- Io non ho fatto niente – ripete.<br />
Ma il colpevole non è l’assassino, è la vittima.<br />
Milena ha imparato a resistere senza muoversi. La lapido con i miei sassi e lei si copre il volto con le mani, perché ha paura che possa scoprire qualcosa dentro il suo sguardo.<br />
Anni oscuri, molti anni di dolorose memorie si sfaldano in quel gesto, sgretolandosi un secondo dopo l´altro. Il nostro passato marcisce nero, come un dente marcio che ci ha storditi per mesi ed ora ci solletica, di tanto in tanto, con una fitta estranea.<br />
C´è un lungo istante in cui le parole divampano come la brace, ma salgono verso l´alto in spirali di fumo e scompaiono, portandosi dietro il loro significato.<br />
- Sono stata iniziata al sesso con la violenza.<br />
- Dentro ogni gesto che fai – le dico – sento che usi la tua vita per disarmare la mia.<br />
Ma era ineluttabile che la sopraffacessero, necessario.<br />
Lei usa il suo sesso con gli uomini come si usa un bisturi, affondandolo dove sono più sensibili, incidendo i loro nervi scoperti e provocando dolore. Sì, molto dolore. Il perverso gioco di Milena, la sopraffazione, una slot machine per guadagnare la loro fiducia: ottengono quello che vogliono, quando lo vogliono. Si avvolge rampicante dentro il loro orgoglio, fino allo spasimo dell’umiliazione. Allora affonda il bisturi ben affilato. Dolore. Poi li umilia con le loro stesse parole, tra le sue mani quelle parole diventano cera liquida che si scioglie sui corpi. Bastarda, la eccita umiliarli. Ma non umiliarli davanti agli altri, no, deve umiliarli davanti a loro stessi. Ride quando si torturano le loro virilità inermi per lei.<br />
Ora i sassi mi pesano nello stomaco, mi fanno male.<br />
La notte sa bene come cucire insieme le immagini dentro la mia testa.<br />
Una depressione fredda nelle viscere, lei che sculetta su tacchi altissimi e tutti la guardano.<br />
Milena guarda gli uomini negli occhi, non li spia, li guarda affamata.<br />
Sto gelando. Sussurra frasi ambigue gli altri, a me invece sorride, con quel sorriso che mi inchioda ad una colpa. Una colpa mia, mia, mia!<br />
Prima Milena ha telefonato a qualcuno, la sentivo ridere forte, sguaiata.<br />
Fa caldo ora. Ascolto la sua voce e sto meglio, ma poi odierò il suo tono mellifluo. Lo so. Sempre uguale.<br />
Carta batte pugno, la nostra morra d’amore.<br />
La colpa di Milena è vivere. Vivere ingenuamente in un corpo insinuante.<br />
Un’anima sottile dentro una carne enorme e nera.<br />
Il suo movente, forse, l’ingenuità.<br />
Ho voglia di farla finita, con questa notte e con tutte le altre.<br />
Le mie mani stringono la sua gola, è calda, pulsa ancora sensualmente.<br />
Si contorce come se danzasse e ancora non riesco ad uccidere la sua ingenuità.<br />
Gli occhi neri sbiancano appena, liquidi di una voglia nuova.<br />
- Non ho fatto niente, io – lo dice di nuovo.<br />
- Lo so.<br />
Ora lo so davvero.<br />
Buonanotte amore mio.</p>
<p style="text-align:right;"><strong><em>Dario De Giacomo &#8211; <a href="http://willoworld.wordpress.com/tag/dario-de-giacomo/" target="_blank">Altri Lavori</a></em></strong></p>
<p style="text-align:right;"><a href="http://rivoluzionecreativa.ning.com/" target="_blank"><strong><em>ENTRA IN RIVOLUZIONE CREATIVA</em></strong></a></p>
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			<media:title type="html">La Memoria del sasso</media:title>
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	</item>
		<item>
		<title>IL VERME ZANNATO</title>
		<link>http://willoworld.wordpress.com/2009/12/14/il-verme-zannato/</link>
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		<pubDate>Mon, 14 Dec 2009 09:43:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>willoworld</dc:creator>
				<category><![CDATA[NARRATIVA]]></category>
		<category><![CDATA[cyberpunk]]></category>
		<category><![CDATA[Esercizi]]></category>
		<category><![CDATA[GM Willo]]></category>

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		<description><![CDATA[ESERCIZIO: Una corsa contro il tempo
Un piccolo esercizio di scrittura lampo. Datevi un tempo e inseritelo nel contesto della storia. Scrivete per quanti minuti vi restano da scrivere, come nel caso qui sotto, appena 33&#8230; Una corsa contro il tempo sul filo della tastiera.

IL VERME ZANNATO
Ho solo trentatre minuti per raccontarvi tutto, e dico proprio [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=willoworld.wordpress.com&blog=1116532&post=1885&subd=willoworld&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><strong>ESERCIZIO: Una corsa contro il tempo</strong></p>
<p><em>Un piccolo esercizio di scrittura lampo. Datevi un tempo e inseritelo nel contesto della storia. Scrivete per quanti minuti vi restano da scrivere, come nel caso qui sotto, appena 33&#8230; Una corsa contro il tempo sul filo della tastiera.</em></p>
<p><em><a href="http://willoworld.files.wordpress.com/2009/12/il-verme-zannato.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-1886" title="IL VERME ZANNATO" src="http://willoworld.files.wordpress.com/2009/12/il-verme-zannato.jpg?w=415&#038;h=595" alt="" width="415" height="595" /></a></em></p>
<p><strong>IL VERME ZANNATO</strong></p>
<p>Ho solo trentatre minuti per raccontarvi tutto, e dico proprio tutto, perché se mi dimentico di qualcosa potreste fare la mia stessa fine, perciò devo essere preciso. No, niente introduzioni, solo fatti. Fatti.<br />
Mi trovo nel sottosuolo cittadino e posso già sentirlo, un rumore distinto e greve dal centro della terra. L’ho svegliato con il tocco di un pensiero. Non volevo, vi giuro, ma adesso è sveglio e sta venendo a prendermi.<br />
Siete liberi di non credermi, ma vi sono cose oltre gli spazi di memoria consentiti che possono distorcere completamente la realtà come la si conosce, e non solo la realtà. Per anni abbiamo sentito la necessità di dividere il mondo reale da quello binario, del tutto ignari dell’esistenza di un terzo mondo, o forse addirittura di un quarto, di un quinto e di chissà quanti altri.<br />
Perdersi in un sogno alterato dalle droghe digitali è come viaggiare attraverso molte dimensioni. La tua essenza si assottiglia, diventa un filamento di luce. Amo avvolgermi attorno alle comunità mentali o alle proiezioni dei sognatori, entrare in una storia, una di quelle che la gente spara inavvertitamente nella ruota del giro-tempo. C’è chi cerca ancora di imprimere il tempo alla matrice. Sciocchi… Lo sapete tutti il motivo, no? È perché il tempo è solo stramaledettissimo denaro, ecco perché. Quando si sono accorti che laggiù il tempo non esiste hanno provato di tutto, ma nessun simulatore è in grado di convincerti della tua caducità. Soldi sprecati. Fatica sprecata. L’oblio è solo l’oblio.<br />
Ma non divaghiamo, perché siamo a fare i conti con la realtà adesso, e non mi rimane più molto tempo. Il rumore sale, ad ogni minuto si fa più vicino, insistente, miete, rastrella, mangiucchia pezzi di crosta terrestre. È un baco con fauci d’avorio che rode la terra sotto i miei piedi. È il dio dell’oscurità che viene pranzare insieme a me, con me , di me.<br />
C’è un buco oltre il tredicesimo quadro, nei fondali sconfinati della matrice. Laggiù ognuno deve fare con quello che ha. Galleggiano meduse letali e fameliche murene, ma di pesciolini curiosi ve ne sono sempre tantissimi. La libertà, quella totale e imbarazzante, ha il prezzo più alto.<br />
Il tredicesimo quadro è un luogo buio. Laggiù i codici ritornano indietro a sbalzi e spesso si alterano, mandando in corto il sistema. Più volte mi sono risvegliato di botto senza capire dove mi trovavo o da dove ero riemerso. Laggiù il filamento può perdersi in un labirinto di specchi, e farti assaggiare un brivido di eternità. Roba da farti perdere la testa!<br />
Ma c’è un buco. Forse è proprio uno di quegli specchi che, mutandosi, ha creato una voragine, un accesso verso qualcosa di se possibile ancora più obliante. E laggiù ho risvegliato Lui, il verme, colui che striscia attraverso chilometri di cunicoli sotterranei anelando la mia anima. Ancora dieci minuti e sarà qui.<br />
Ne esistono molti altri come lui. Ve ne sono migliaia e dimorano nelle profondità della terra. Come faccio a saperlo? Me lo ha detto lui, prima che iniziasse la sua rapida ascesa. Nella grotta la sua testa dentata si è sporta fin sopra il filamento che mi rappresentava. La sua forma anelloide si è avvinghiata al mio non-corpo, sussurrandomi parole feroci. Mi ha anche detto il suo nome, ma l’ho dimenticato, oppure semplicemente non sono in grado di decodificarlo in questa sembianza. Adesso lo chiamo il Verme Zannato, e mi sembra un nome bellissimo.<br />
Il rumore è diventato insopportabile. Le pareti della stanza hanno incominciato a tremare, i vetri delle finestre che danno sui marciapiedi della città tra poco esploderanno, perché il dio della terra farà il suo ingresso per il banchetto.<br />
Addio, corpo, ti lascio per sempre. Sarai la colazione del mio sublime signore, Verme Zannato, essere dormiente e padrone di una razza defunta. Vieni … sono tuo.<br />
E voi, prestate molta attenzione. Non anelate troppo l’oblio, perché lui adora soddisfare le vostre richieste …</p>
<p style="text-align:right;"><strong>GM Willo &#8211; <a href="http://willoworld.wordpress.com/tag/gm-willo/" target="_blank">Altri Lavori</a></strong></p>
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		<title>NEVE AL SOLE</title>
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		<pubDate>Sun, 13 Dec 2009 09:47:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>willoworld</dc:creator>
				<category><![CDATA[NARRATIVA]]></category>
		<category><![CDATA[Silvia Petrianni]]></category>

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		<description><![CDATA[
La porta si chiudeva, lasciando sempre tra quelle quattro mura tutta l’amarezza, le paranoie, l’inquietudine, che ancora, dopo tre anni, non lo mollavano. Tirava su col naso, usciva di casa e non potevi fare altro che camminargli affianco. Lui aveva il suo passo, il suo ritmo, accompagnato solo dalla sua musica.
Da dietro era uno schianto. [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=willoworld.wordpress.com&blog=1116532&post=1875&subd=willoworld&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><a href="http://willoworld.files.wordpress.com/2009/12/neve-al-sole.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-1876" title="Neve al Sole" src="http://willoworld.files.wordpress.com/2009/12/neve-al-sole.jpg?w=357&#038;h=662" alt="" width="357" height="662" /></a></p>
<p>La porta si chiudeva, lasciando sempre tra quelle quattro mura tutta l’amarezza, le paranoie, l’inquietudine, che ancora, dopo tre anni, non lo mollavano. Tirava su col naso, usciva di casa e non potevi fare altro che camminargli affianco. Lui aveva il suo passo, il suo ritmo, accompagnato solo dalla sua musica.<br />
Da dietro era uno schianto. Quei lunghi capelli oscillavano sotto i glutei verso destra e sinistra, come un pendolo, seguendo la cadenza dei suoi passi. Le spalle larghe e dotate rimanevano immobili. Un cazzotto sferrato bene sarebbe potuto arrivare all’improvviso, che lui avrebbe proseguito a camminare, perché il dolore non esiste, il dolore è solo una percezione e le parole che ci mettiamo su sono una perdita di tempo, domani moriremo e il dolore non può fermarci oggi. Gli occhi freddi perché feriti ma allo stesso modo intensi, perché vivevano ancora, erano visibili solo nel buio senza fenditure. Come piccoli riverberi bianchi, rivelavano che i cazzotti fanno male. Per questo, in quel letto riscaldato, tornava con le spalle girate e il vuoto davanti.<br />
E lei gli arrivò proprio da dietro. Lei che gli tirò i capelli. Morbida e pura come la neve che non si fa toccare, come la neve fredda e dissetante ma come la neve così delicata, con un po’ di calore si scioglie e con il fuoco di una stella scompare. Morbida e pura come la neve, che è morbida solo se la guardi, che è pura solo se la guardi. Che se la tocchi contamini, che se la tocchi ti ghiaccia i polpastrelli, che se te ne innamori ti ferma il cuore e se non ne hai riguardo ti travolge, che se l’accarezzi si scioglie e che al fuoco di una stella scompare.<br />
Gli tirò i capelli e le spalle rimasero immobili ma il buio è dietro l’angolo a brillare. Finito di bere, il dolore fu percezione e domani moriremo ma oggi siamo vivi e oggi continuiamo a farci ferire, ancora più se fingiamo che la sedia sia a terra e che il vuoto stia sotto. Lei si sciolse e, come la neve a un sole feroce, senza travolgerlo, scomparve.<br />
Lui chiuse la porta dietro di sé e da dietro era uno schianto, con le spalle larghe e dotate che rimanevano immobili e i lunghi capelli che, fino a sotto i glutei, oscillavano verso destra e sinistra, seguendo la cadenza dei suoi passi.</p>
<p style="text-align:right;"><em>Silvia Petrianni</em></p>
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	</item>
		<item>
		<title>IL RE DEL PORNO OVVERO “DAL COMPLESSO AL SUCCESSO”</title>
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		<pubDate>Sat, 12 Dec 2009 11:03:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>willoworld</dc:creator>
				<category><![CDATA[NARRATIVA]]></category>
		<category><![CDATA[Massimo Mangani]]></category>

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		<description><![CDATA[
Francamente non ricordo bene quando è stato il momento in cui ho capito di avere qualcosa di anormale; forse a otto anni, la sera in cui una mia cugina adolescente, dopo avermi costretto a fare la doccia insieme a lei con la scusa che sporchi non si può andare a letto, era rimasta per un [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=willoworld.wordpress.com&blog=1116532&post=1879&subd=willoworld&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><a href="http://willoworld.files.wordpress.com/2009/12/il-re-del-porno.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-1880" title="IL RE DEL PORNO" src="http://willoworld.files.wordpress.com/2009/12/il-re-del-porno.jpg?w=396&#038;h=398" alt="" width="396" height="398" /></a></p>
<p>Francamente non ricordo bene quando è stato il momento in cui ho capito di avere qualcosa di anormale; forse a otto anni, la sera in cui una mia cugina adolescente, dopo avermi costretto a fare la doccia insieme a lei con la scusa che sporchi non si può andare a letto, era rimasta per un sacco di tempo inginocchiata davanti a me con aria stupefatta.<br />
In effetti la vicinanza della sua faccia al mio pisello lo aveva fatto lievitare a tal punto che me lo sentivo esplodere e soltanto allora mi ero reso conto delle sue dimensioni abnormi.<br />
Ovviamente, benché intuissi qualcosa, ancora non riuscivo a realizzare fino in fondo il perché di tanto interesse da parte di una ragazza quindicenne, che da quel momento non perse occasione per restare sola con me facendomi spogliare con le scuse più bizzarre.<br />
La cosa iniziò a diventare alquanto fastidiosa quando mia cugina smise di guardarlo e cominciò a pretendere di toccarlo. Benché inizialmente avessi provato un certo piacere, ben presto la sensazione predominante iniziò a diventare il solletico: non riuscivo proprio a resistere e mi torcevo dalle risate, provocando la sua ira.<br />
Dopo un po’ quei giochi cessarono, forse perché la cuginetta non provava abbastanza soddisfazione o forse a causa del suo primo fidanzatino. Da quel momento tuttavia iniziai ad essere consapevole dell&#8217;interesse che il mio membro suscitava ogniqualvolta si rendeva visibile, anche da sotto un indumento intimo.<br />
Quell&#8217;estate infatti, sulla spiaggia dove ero solito trascorrere le vacanze con i nonni prima, e con i genitori poi, mi divertivo ad osservare gli sguardi che arrivavano in mezzo alle mie gambe. Devo dire che tutti, proprio tutti quelli che incrociavo, fossero uomini o donne, giovani o anziani non potevano resistere dal dare un&#8217;occhiatina al mio costumino. La cosa mi appariva divertente, tranne quando percepivo sguardi morbosi, per lo più di uomini di una certa età, ma ben presto le cose cambiarono. Già l&#8217;anno successivo più che fierezza cominciai a provare vergogna, non volevo più girare per la spiaggia in costume e quindi rimanevo vestito.<span id="more-1879"></span><br />
I pochi amici che mi ero fatto mi prendevano in giro e dicevano che ero pazzo, che il caldo mi faceva male, che mi comportavo come i vecchi ma ciò non faceva altro che rafforzare la mia percezione di essere diverso. Il fatto è che avevo iniziato a fare confronti e mi ero reso conto di essere davvero l&#8217;unico, almeno fra quelli della mia età ad avere un pisello così grosso. Di nascosto leggevo e rileggevo l&#8217;enciclopedia medica di mio padre per capire se quella potesse essere una malattia, ma non riuscivo a trovare nulla in tal senso. Con i miei genitori non avevo intenzione di confidarmi, non ce la facevo e, nonostante mi vedessero spesso nudo, il fatto che non dicessero nulla poteva essere spiegabile con la volontà di non farmi soffrire.<br />
Un po’ come era accaduto ad un mio compagno di scuola che si era ammalato di leucemia e, nonostante avesse perso tutti i capelli e fosse dimagrito, i parenti facevano finta di nulla finché un bel giorno era morto. Io ero convinto che avrei fatto la stessa fine! Questa convinzione rimase viva fino al mio ingresso nella scuola media, dove accadde un episodio alquanto spiacevole che tuttavia mi fece capire che la data della mia morte era ancora lontana.<br />
Durante una festa di compleanno, alla quale i miei genitori mi avevano costretto a partecipare con la forza, alcuni miei compagni si erano chiusi in bagno insieme a due ragazzine. Per mia sventura, visto che avevo una gran voglia di fare pipì, avevo aperto la porta improvvisamente e li avevo sorpresi: i maschi avevano pantaloni e mutande a mezza gamba mentre le ragazze si scambiavano commenti e ridacchiavano. Vedendomi entrare così all&#8217;improvviso, il gruppetto aveva pensato che volessi partecipare al gioco e le ragazze avevano iniziato ad incitarmi affinché mostrassi il mio coso.<br />
Poiché ero fuggito a gambe levate, e poiché le due pischelle erano considerate le più carine della scuola, iniziai ad essere chiamato &#8220;finocchio&#8221;. Fu uno dei periodi più tristi della mia vita, tutti i giorni tornavo a casa in lacrime dopo esser stato sbeffeggiato da chiunque, quasi quasi anche dai professori.<br />
&#8220;Finocchio&#8221;, &#8220;ecco il finocchietto&#8221; &#8220;chissà che cazzettino minuscolo ti ritrovi!&#8221; e la più tremenda, pronunciata da una ragazza: &#8220;Sei troppo carino è un peccato che tu sia un finocchio di merda!&#8221; Le due cretinette poi non perdevano occasione per umiliarmi finché un bel giorno, durante un corso di recupero pomeridiano, le trovai ridenti davanti alla porta del bagno delle femmine.<br />
Forse fu uno scatto improvviso di orgoglio, forse la frase abbozzata da una delle due: «Ecco il finoch&#8230;&#8230;» , fulmineamente le afferrai per il collo e, dato che ero abbastanza forzuto le trascinai dentro. Chiusi la porta a chiave e le spinsi contro il muro beandomi dei loro sguardi terrorizzati, lentamente mi slacciai la cintura, sbottonai i Jeans e li feci scivolare insieme alle mutande. Data l&#8217;eccitazione che quella situazione mi stava provocando, ce l&#8217;avevo talmente ritto che svettava oltrepassando di qualche centimetro l&#8217;ombelico. Subito le parole mi uscirono dalla bocca senza che me ne rendessi conto, tremende: «ora me lo succhiate, o vi ammazzo!»<br />
Le poverette scoppiarono a piangere riportandomi alla realtà, senza dire una parola mi rivestii, aprii la porta e me ne andai lasciando le due cretine singhiozzanti. Il giorno dopo successe il finimondo, i miei genitori furono convocati dal preside ed io fui espulso dalla scuola, consapevole che quella mia malformazione non fosse altro che un’innocua disgrazia.<br />
La mia sofferenza tuttavia continuava, il senso di vergogna era più forte di me, non osavo guardare le ragazze per paura di innamorarmi e dover rendere pubblico il mio problema. Cercavo di non pensarci, ma era quasi impossibile, l&#8217;unica cosa che potevo fare era nasconderlo indossando indumenti larghi.<br />
Con il sopraggiungere dell&#8217;adolescenza mi trovai a dover combattere con un vero mostro che alzava la testa quando meno me lo aspettavo e, nonostante i larghi indumenti, si rendeva visibile agli sguardi. Improvvisamente il complesso si modificò; avvenne il giorno che beccai mia cugina a letto con il suo ennesimo fidanzato.<br />
Eravamo in campagna durante una rimpatriata familiare e dopo pranzo gli adulti e i bambini più piccoli erano andati a fare una passeggiata digestiva. Nel casale eravamo rimasti soltanto io, mia cugina ormai ventunenne ed il suo fidanzato che per la verità avrebbe voluto rimanere da solo con lei. Mi appisolai sulla sedia accanto al caminetto e fui svegliato da alcuni gemiti provenienti dalla camera da letto; subito il mostro si mise sugli attenti e la mia curiosità divenne irrefrenabile. Ovviamente sapevo benissimo cosa stava accadendo ma preferii fare l&#8217;ingenuo, così mi alzai e mi recai verso la fonte di quell&#8217;idillio.<br />
La porta era socchiusa e sbirciando si poteva vedere il letto su cui i due stavano facendo sesso: mia cugina era sdraiata in posizione supina, le gambe larghe ed i piedi per aria, indossava soltanto un paio di calze autoreggenti bianche, il suo ragazzo, completamente nudo si muoveva spasmodicamente sopra di lei, su e giù, su e giù, sempre più veloce finché ad un tratto i due iniziarono ad urlare all&#8217;unisono. Dopo qualche istante di silenzio, il ragazzo si scostò, si alzò dal letto ed iniziò a rivestirsi.<br />
«Devo proprio andare, i miei a casa mi aspettano.»<br />
Mi nascosi dietro la porta accanto, praticamente in bagno ed attesi che se ne fosse andato. Rimasi fermo, immobile in attesa che anche la cugina se ne andasse e sussultai quando udii la sua voce: «Lo so che sei lì dietro, vieni un po’ qui!»<br />
Era ancora nuda sul letto e mi guardava con uno sguardo divertito; erano passati ormai i tempi in cui eravamo due bambini che giocavano nella doccia, lei era donna ed anch&#8217;io non me la cavavo poi così male come uomo!<br />
«E bravo il mio cuginetto, è tanto che non ci vediamo&#8230; chissà come sarà cresciuto!»<br />
Notando il mio imbarazzo mi fece cenno di avvicinarmi, il mostro tirava da impazzire sia per la scena a cui avevo assistito, sia per la posizione che la cuginetta aveva assunto, seduta sul letto con le gambe incrociate, le calze sempre più lucide, la fica in bella mostra. Allungò le mani ed iniziò ad armeggiare con la cintura, dopo pochi istanti l&#8217;affare svettava abnorme e lei lo strinse guardandolo avidamente.<br />
Feci per sdraiarmi sopra di lei ma mi respinse. «Ho appena fatto l&#8217;amore con il mio ragazzo, non posso, ma voglio comunque farti capire una cosa&#8230; »<br />
Fece quello che sotto la doccia non aveva mai osato fare, avvicinò le labbra al membro e, molto lentamente, lo prese in bocca. Provai una sensazione paradisiaca, era la prima volta che facevo sesso, non mi ero mai nemmeno masturbato e se qualche volta la mattina avevo trovato le lenzuola bagnate da un liquido appiccicoso, avevo immediatamente cambiato il letto. Adesso non potevo ignorare quelle labbra golose, quella lingua ruvida, quegli occhietti assassini, stavo godendo da morire!<br />
Non so nemmeno quanto tempo andai avanti, ricordo soltanto che ad un certo punto mia cugina sfilò il mostro dalla bocca se lo appoggiò alle labbra continuando ad accarezzarlo con entrambe le mani. Ci fu un’eruzione, otto, dieci schizzi di un liquido biancastro ed appiccicaticcio al termine dei quali il viso di mia cugina era una maschera acquosa. Non disse più nulla ma dopo essersi ripulita e rivestita sussurrò: «non sai che fortuna potresti avere fra le gambe!» Poi se ne andò.<br />
Da quel momento la mia attività sessuale divenne a dir poco frenetica, mi feci tutte le compagne del college, le amiche di mia madre e perfino una professoressa che volle constatare se le voci che a scuola giravano sul mio conto fossero vere! Parevo la persona più felice di questo mondo, ma in cuor mio ero triste, mi accorgevo che mi mancava la cosa più importante: l’amore!<br />
Provavo invidia per i miei amici che avevano la fidanzata, non facevano solo sesso ma c&#8217;era un rapporto fatto di tenerezze, di aiuto reciproco, di poter contare sul partner nei momenti di difficoltà. Con me le ragazze facevano sesso e poi&#8230; arrivederci e grazie!<br />
La rabbia mi divorava e per spregio iniziai ad insidiare le fidanzate dei miei compagni che, più per la curiosità che per altro, spesso cedevano. Sovente aspettavo che fossero riaccompagnate a casa, che i ragazzi le credessero al caldo sotto le coperte a dormire e non a scopare selvaggiamente complimentandosi per le dimensioni del mio pene.<br />
Raggiunsi punte di cattiveria così alte che un giorno, durante il matrimonio di un mio ex compagno di classe, mi scopai la sposina nel cesso del ristorante mentre lo sposo, che ci aveva sentiti, piangeva come un disperato battendo i pugni sull&#8217;uscio, il tutto cercando di non farsi sentire dagli invitati. Tutto ciò terminò quando conobbi Serena&#8230;.<br />
Non voglio soffermarmi più di tanto sulla storia&#8230; Serena era la ragazza perfetta&#8230; si era davvero innamorata di me. Non chiese di fare subito sesso, anzi, trascorsero molti mesi prima di farlo. A letto pareva indemoniata, è vero, ma per il resto era la ragazza più dolce e sensibile che avessi mai conosciuto! Iniziai a fare progetti&#8230; una vita insieme&#8230; dei figli&#8230; ero finalmente un uomo realizzato! Ancora non posso credere che quel giorno sia stato reale: la telefonata improvvisa di Serena.<br />
«Dobbiamo vederci, è importante!»<br />
L&#8217;incontro a casa sua, le parole secche come un proiettile in mezzo agli occhi: «Ti lascio!»<br />
«Perché?»<br />
«Mi sono innamorata di Luigi, lui non è solo un cazzo, è anche un uomo!»<br />
CRASH!!!!</p>
<p>Ed eccomi qui, a 37 anni uno dei più famosi attori porno del Mondo, 38 centimetri di cazzo, 4 in più del mitico John Holmes, milioni di Dollari sparsi in tutte le banche del mondo, villa a Roma, villa a Parigi e naturalmente mega villa a Beverly Hills, oltre ad una collezione invidiabile di Ferrari d&#8217;epoca!<br />
Dopo la storia con Serena tutto mi è stato chiaro, soprattutto le parole di mia cugina. È bastato un provino e subito i miei film sono divenuti dei cult&#8230; porno di tutti i tipi, con trama e senza. Ho recitato sia con le più importanti attrici hard di Hollywood, sia con le studentesse universitarie di Praga o Budapest, tutti i generi, dall&#8217;anal al cum-shot, dal gang bang al fetish. Pagato profumatamente non ho disdegnato di inchiappettarmi un paio di ragazzetti ventenni, film divenuto il più apprezzato dalle comunità Gay internazionali ma anche il più scaricato dalle massaie di tutto il Globo (e ovviamente dai padri di famiglia).<br />
Fama, successo, denaro finanche la partecipazione ad un film non porno, una commedia, un blockbuster con attori famosissimi. Ogni tanto mi diverto ad andare a fare la spesa al supermercato e vedo che mi riconoscono quasi tutti, dagli adolescenti che scaricano i film di nascosto, alle madri di famiglia&#8230; qualche volta qualcuna di loro mi si avvicina, mi sfiora accidentalmente. Quando esco frugo nelle tasche e trovo biglietti con numeri di telefono ed indirizzi.<br />
Solo una volta ho accettato una di quelle avances; ero a Los Angeles in uno WallMart ed ho visto entrare una donna, molto carina, accompagnata da due bambini ed un uomo, un buzzurro che la trattava malissimo. La donna ha aperto bocca ed il marito l&#8217;ha strattonata, poi ha fatto il verso di darle un ceffone. Ho notato che l&#8217;occhio sinistro della signora era nero; lei mi ha guardato e mi ha palesemente riconosciuto. Ho aspettato che si avvicinasse, che mi sfiorasse accidentalmente, sono uscito, ho frugato nelle tasche&#8230; la sera l&#8217;ho chiamata.<br />
L&#8217;ho scopata 5 ore di seguito in un Motel sulla PCH, non riuscivo a farla smettere di ansimare, scopava e rideva, scopava e rideva! Quando se ne è andata era felice&#8230; qualche giorno dopo, per caso ho letto sul giornale che una donna di Santa Monica aveva denunciato il marito per violenze, l&#8217;aveva fatto arrestare per maltrattamenti ed abusi sui figli&#8230; c&#8217;era la foto del buzzurro e me ne sono rallegrato! Una scopata terapeutica.</p>
<p>Qualche giorno fa però, mi è accaduta la cosa più curiosa: stavo facendo il mio solito giro al supermercato quando mi si è avvicinata una donna allampanata, pallida, che io ho scambiato per un&#8217;accattona. Invece del solito approccio, mi ha teso la mano, ha abbozzato un sorriso e mi ha detto: «Ti ricordi di me?»<br />
Sono rimasto interdetto<br />
«Sono Serena, ricordi?»<br />
«Scusa, sono passati tanti anni&#8230; io non&#8230;»<br />
Siamo usciti, l&#8217;ho fatta salire sulla mia Testarossa e ci siamo diretti ad uno Starbucks vicino Malbù. Davanti ad un buon caffè mi ha raccontato la sua storia: si era sposata con Luigi e tutto sembrava filare liscio, avevano avuto tre figli meravigliosi. I soldi non mancavano e nemmeno dopo la separazione aveva avuto problemi economici.<br />
Poi Luigi era stato arrestato per corruzione e truffa, aveva perso tutto, si era beccato vent&#8217;anni e non le aveva più pagato l&#8217;assegno di mantenimento. Disperata aveva cercato un lavoro, almeno per mantenere la casa, ma con tre bambini era stato impossibile e così si era ritrovata a dormire in macchina con le creature. I Servizi Sociali erano intervenuti e le avevano tolto l&#8217;affidamento, i piccini erano finiti in un Istituto. Adesso vivacchiava con lavoretti saltuari, dormiva in un camper, non riusciva a riottenere l&#8217;affidamento dei figli.<br />
La guardavo con commiserazione, pensavo a quanto la vita a volte può essere crudele&#8230; fosse rimasta con me&#8230;<br />
Si è fatto tardi, l&#8217;ho riaccompagnata al camper, ci siamo abbracciati, lei non voleva quasi staccarsi&#8230; ha iniziato a singhiozzare. «Perdonami, perdonami!»<br />
«Non ci pensare, sono passati tanti anni!»</p>
<p>L’ho guardata allontanarsi, ancora un po’ mi faceva male. Prima di ripartire ho frugato nelle tasche, ho trovato un bigliettino con un numero, il suo numero. Ho messo in moto e in un baleno sono arrivato nella mia villa a Beverly Hills, sono sceso dalla Ferrari e a passo svelto sono entrato in casa. In cucina mi sono fermato a riflettere, ho rigirato nelle mani il biglietto, l&#8217;ho letto e riletto. Ho aperto bene il fogliolino, poi l&#8217;ho appallottolo, l&#8217;ho buttato nel trita rifiuti e l&#8217;ho distrutto&#8230;<br />
…&#8217;sta stronza!</p>
<p style="text-align:right;">Massimo Mangani &#8211; <a href="http://willoworld.wordpress.com/tag/massimo-mangani/" target="_blank">Altri Lavori</a></p>
<p style="text-align:right;"><a href="http://rivoluzionecreativa.ning.com/" target="_blank">ENTRA ANCHE TU IN RIVOLUZIONE CREATIVA<br />
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		<title>LIMBO: Il Segreto dei Dowa</title>
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		<pubDate>Fri, 11 Dec 2009 09:23:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>willoworld</dc:creator>
				<category><![CDATA[E-CREATIVITY]]></category>
		<category><![CDATA[NARRATIVA]]></category>
		<category><![CDATA[cyberpunk]]></category>
		<category><![CDATA[fantasy]]></category>
		<category><![CDATA[GM Willo]]></category>
		<category><![CDATA[Limbo]]></category>

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		<description><![CDATA[Questo racconto, che scrissi circa un anno fa, ha un approccio descrittivo più delucidante riguardo ai “Misteri” di Limbo. Si parla di Sawar, il malvagio Elenty che semina distruzione e morte, ma soprattutto si accenna per la prima volta al “mondo virtuale” creato dalla Rete di Hope, Limbo appunto. Il finale lascia forse un po’ [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=willoworld.wordpress.com&blog=1116532&post=1873&subd=willoworld&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><em>Questo racconto, che scrissi circa un anno fa, ha un approccio descrittivo più delucidante riguardo ai “Misteri” di Limbo. Si parla di Sawar, il malvagio Elenty che semina distruzione e morte, ma soprattutto si accenna per la prima volta al “mondo virtuale” creato dalla Rete di Hope, Limbo appunto. Il finale lascia forse un po’ in sospeso il lettore ma era l’effetto che volevo. Perché le storie, anche questa, si possono sempre riscrivere…</em></p>
<p><a href="http://limbo2009.files.wordpress.com/2009/12/il-segreto-dei-dowa.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-131" title="Il Segreto dei Dowa" src="http://limbo2009.files.wordpress.com/2009/12/il-segreto-dei-dowa.jpg?w=470&#038;h=472" alt="" width="470" height="472" /></a></p>
<p><strong>IL SEGRETO DEI DOWA</strong></p>
<p><em>Guardavo il bambino giocare sul prato dietro al villaggio, un piccolo Arcon che rincorreva felice le farfalle. Si libravano sopra le gerbere e le margherite in volteggi precisi, un meraviglioso disegno del caso. Nonostante la visione fosse gradevole, non riuscivo ad ignorare quella sensazione d’artificiosità che trapelava da tutto ciò che mi circondava.<br />
Nascosto al limitare del bosco, tra le rocce ricoperte di muschio e alcuni piccoli alberi di abete, osservavo curioso le vite di quella piccola comunità Arcon, una delle numerose famiglie nomadi di Limbo. Limbo, proprio lui. Quel mondo così ben congeniato, risultato di anni di lavoro e sacrifici, anche i miei. Quasi la memoria si confonde nei remoti inizi di tutto ciò.<br />
Limbo, la giara della coscienza umana, l’eredità della fallimentare storia dell’uomo lasciata nella speranza di un futuro migliore. Ma che importanza aveva ormai tutto questo? Limbo era, nonostante la bizzarra verità che pochi conoscevano, un mondo fatto di uomini, donne, bambini e centinaia di altre creature. Ognuno padrone della sua storia, della sua vita e delle sue ragioni. Nessuno poteva negare questa evidenza.<br />
Gli Arcon avevano gli stessi sentimenti degli Elenty, le stesse necessità. A differenza degli Arenty, possedevano una coscienza propria, ed erano liberi di perseguire qualsiasi scelta. Gli Arcon erano la nuova umanità in un mondo di codici ed impulsi elettrici.<br />
Ma fino a quando sarebbe durato tutto ciò?</em></p>
<p>Una massiccia figura ammantata di grigio si avvicinò al bosco, attraversando con andatura decisa il verde prato fiorito. Trascinava dietro di se una pesante spada in un fodero rosso legato al fianco, e lunghi capelli corvini gli scendevano dietro la schiena ondeggiando al ritmo del suo passo.<br />
“Tenero Lou, che meraviglia che sei!” pensò Trevor che lo osservava dal limitare del bosco. I due amici si conoscevano dal tempo in cui il robusto uomo delle praterie aveva salvato il mago da un gesto folle, un gesto che aveva il solo scopo di farla finita. Trevor fu tratto in salvo dalle forti braccia dell’Arcon, trascinato lontano da quel fuoco da lui stesso appiccato, in una notte che segnò indelebilmente i destini dei due uomini. Da allora non si erano mai separati.<span id="more-1873"></span><br />
«Andiamo!» esclamò sbrigativamente Lou, senza neanche rallentare il passo.<br />
Trevor fece un movimento della mano e subito le due farfalle caddero nelle mani del bambino che giocava nel prato. Poi il mago si volse e seguì il suo amico nelle profondità del bosco.<br />
«Come l’ha presa tua sorella?» domandò Trevor dopo qualche minuto, mentre i due procedevano speditamente sul sentiero che presto li avrebbe condotti fuori da quella fitta vegetazione.<br />
«Bene.» Lou era di poche parole, ma i suoi gesti risoluti parlavano chiaramente.<br />
«Le hai detto dove siamo diretti?»<br />
«Vorrai scherzare!»<br />
«E chi avvertirà Doom quando arriverà al villaggio?»<br />
«Ci penserà Sander, il boscaiolo. Di lui ci possiamo fidare.»<br />
Doom era un cacciatore Rednakes, un ottimo combattente che più di una volta aveva risposto al richiamo d’aiuto dei due amici. Trevor aveva lasciato un messaggio per lui dentro una Colonna delle Voci, i portali di comunicazione disseminati per Limbo che il Rednakes usava consultare regolarmente. Avrebbero dovuto trovarsi al villaggio tre giorni prima, ma il suo ritardo non li preoccupava più di tanto. Erano più che sicuri che il cacciatore dalle trecce rosse sarebbe venuto.<br />
Attraversato il bosco i due discesero verso un ampio ruscello che gorgheggiava più a valle e iniziarono a seguire la corrente che procedeva veloce verso una fenditura nella roccia. Oltre quel canyon il paesaggio sarebbe di nuovo cambiato, aprendosi sulle pacifiche terre dei Dowa, l’armonioso popolo delle cascate. Era laggiù che i due erano diretti, con l’intenzione di proteggere quella pacifica gente dalla minaccia di Sawar, il Delirante Demolitore di Limbo.<br />
Trevor aveva letto le stelle alla maniera degli Elenty, che conoscevano il passato ed erano in grado di attingere ai dati del grande disegno, in modo da predire a livello probabilistico il futuro. Sawar era un folle che portava avanti il suo piano distruttivo in modo apparentemente casuale, ma non era uno stupido. Sapeva che al momento le terre dei Dowa si trovavano più isolate del solito. Nessun altro Elenty sarebbe accorso a proteggere il popolo delle cascate.<br />
Le tenebre li colsero d’improvviso dentro al canyon, una notte umida e senza luna che li spinse a cercare riparo dentro una delle grotte che si aprivano presso le sponde del ruscello. Trevor fece bruciare due quarzi che sporgevano dal muro, sussurrando un semplice incantesimo, mentre Lou preparava del pesce appena pescato. L’ottima birra del villaggio avrebbe annaffiato le loro gole. Prima di coricarsi i due parlarono malvolentieri del loro comune nemico.<br />
«Sawar controllerà le sue belve dalla torre galleggiante e potrà starsene comodamente seduto a guardare la carneficina. Quello è il suo unico scopo, il solo appagamento di cui si possa compiacere.»<br />
«Il tuo amico ha degli strani gusti.»<br />
«Non ricordarmi la mia lontana amicizia con quell’immondo essere, caro Lou. Sai bene quello che penso di lui.»<br />
Trevor guardava oltre il fuoco da lui stesso generato, alla ricerca delle lontane memorie di uomo, oltre quei codici binari che lo circondavano.<br />
«Le tue storie da mago mi lasciano sempre indifferente, lo sai.»<br />
«Per questo mi trovo bene in tua compagnia.»<br />
«Non è per rendermi il favore che mi stai attaccato come una zecca?»<br />
«Se alludi alla storia del fuoco, mi sembra che nessuno ti abbia chiesto di salvarmi la pelle…»<br />
«Chissà cosa mi sarà passato per la testa. Gettarmi tra le fiamme a salvare uno stregone da quattro soldi…»<br />
I due amavano punzecchiarsi con le parole; era un subdolo gioco a chi riusciva ad essere più maligno. In realtà, l’affinità che li univa era indistruttibile.<br />
«Forse hai ragione te, diavolo di un Arcon. Alla fine che importanza ha la verità dietro questa nostra esistenza. Qualsiasi vita è degna di essere vissuta…»<br />
«Tu vedi la verità come una maledizione, io la vedo come un dono. La mia verità è bellissima, e non può avere niente a che fare con le tue storie di mondi virtuali e coscienze artificiali. Come posso sentirmi artificiale se esisto e sono in grado di chiedermi se sono vero. Il pazzo che sa di essere pazzo non lo è…»<br />
Lou non aveva mai proferito tante parole in una volta sola. Gli erano servite per centrare il punto. La verità appartiene a tutti, e non è mai una sola. Adesso Trevor riusciva a capirlo, ma Sawar non lo avrebbe mai accettato. Per questo continuava a distruggere Limbo, come un falco ingabbiato che sbatte stupidamente il becco contro le sbarre della sua prigione.<br />
«Dormiamo adesso. Domani ci aspetta una giornata difficile.»<br />
Ancora una volta Lou aveva ragione. Passando il palmo della mano sui quarzi ardenti, Trevor fece cadere l’oscurità, e subito un sonno leggero ma consolante li avvolse entrambi.</p>
<p>Il mattino era velato da una nebbia sottile che nascondeva le insidie rocciose del canyon. Trevor e Lou procedevano con cautela attraverso gli anfratti che a breve li avrebbero condotti ai territori dei Dowa. Già in lontananza si avvertiva il suono delle cascate di quel magico luogo che periodicamente faceva la sua apparizione alla fine di ogni ciclo. La dimora di quel pacifico popolo infatti, a differenza di ogni altro territorio di Limbo che era destinato ad un’unica esistenza, sorgeva ogni volta dopo la sua cancellazione.<br />
Quando finalmente la nebbia si dissipò e il sole del terzo margine illuminò il canyon, i due videro il paesaggio aprirsi. Il ruscello era diventato un fiume che procedeva veloce verso le cascate, e le pareti di roccia che si innalzavano ai lati si erano come sgretolate in declivi di grandi e piccole pietre, che scomparivano dentro una giovane vegetazione.<br />
Giunti al bordo del dirupo, dove l’acqua si gettava in uno scroscio perpetuo, i due osservarono la distesa boscosa che si estendeva fin dove poteva lo sguardo. Il rumore delle cascate offuscava ogni altra sensazione.<br />
«Come ci arriviamo laggiù?» domandò Trevor al compagno.<br />
«C’è un sentiero oltre quegli alberi.» Lou indicava un punto non ben definito alla loro destra. «Non è una strada facile… ma non ci sono altri modi.»<br />
«Beh, questo lo dici tu!»<br />
Detto ciò il mago proferì alcune parole tracciando dei segni sopra il fiume. Si udì il tipico crepitio che precedeva la distorsione della realtà, quella pratica che gli Arcon denominavano magia. Sulla superficie dell’acqua si formò un disco immobile e scuro. Trevor mosse un passo sopra quella macchia di acqua ferma che lo risucchiò all’istante.<br />
Lou osservò quella stregoneria con un’espressione di disgusto, poi si avviò verso gli alberi oltre i quali doveva trovarsi il passaggio. I due si rincontrarono in fondo a quella prima cascata, e insieme continuarono a discendere il sentiero che si era fatto più agevole, seguendo ancora il fiume che zampillava tra rapide e cascatelle.<br />
Stava incominciando il settimo margine quando Trevor udì i primi canti. S’innalzavano delicatamente sopra il rumore delle cascate, amalgamando i due suoni in una sorta di sinfonia della natura. L’idioma parlato dai Dowa era un incrocio tra il comune Sint ed il Bit, la lingua degli stregoni. Non a caso era un popolo considerato magico, ma il modo in cui i Dowa alteravano la realtà era molto cauto. Usavano la magia per ricreare l’equilibrio, trasformando senza mai aggiungere o sottrarre.<br />
«Siamo vicini» sussurrò Trevor all’amico. Lou annuì.<br />
Poi la foresta si dischiuse rivelando il salto nel vuoto, e il rumore delle cascate divenne impetuoso. Il canto proveniva da molti metri più sotto. Guardando oltre il baratro i due uomini scorsero la meraviglia, e rimasero immobili in ossequioso silenzio, e il tempo sembrò fermarsi. In quel punto il fiume si era allargato, diramandosi in tre differenti corsi che rifluivano con un salto di oltre trenta metri in un bacino d’acqua verde smeraldo. Affioravano delle rocce in mezzo allo specchio d&#8217;acqua e sopra di queste si trovavano tre figure vagamente umane, glabre e sottili, di carnagione cenerina e con occhi obliqui scuri come la notte. I loro volti, rivolti all’insù, erano deformati dal canto; bocche aperte di forma ovale e prive di labbra sotto due minuscoli orifizi nasali. Trevor sapeva che gli altri se ne stavano appostati sotto gli alberi, intorno al bacino, ad ascoltare il canto magico. Erano i Dowa, la comunità Arcon più stupefacente di Limbo, un vero capolavoro di esistenza fittizia.<br />
Martin Saymour Downson, il loro creatore, non era un semplice programmatore. Si definiva un artista dell’AI. Lavorò per la Rete di Hope solamente il tempo necessario per sviluppare il progetto Dowa. Trevor ricordava bene quell’uomo. Lui stesso ci aveva lavorato insieme in un paio di occasioni. Lasciò il programma “Limbo” molto prima della sua entrata in funzione. La Rete non seppe mai dove fosse finito. Qualcuno ipotizzò che fosse “sparito” nella maniera in cui la gente spariva a quei tempi, scaricandosi un doppione dentro uno scenario virtuale e dando in pasto a i coccodrilli il proprio corpo. L’immortalità binaria.<br />
Mentre pensava a tutto questo, attingendo alle cartelle di memoria sigillate nel profondo della sua entità elettronica, Trevor si accorse che il suo compagno si era già incamminato lungo il sentiero che discendeva le cascate. L’Elenty si affrettò a seguirlo, movendosi silenziosamente per non disturbare il rituale in corso.<br />
I due amici si arrestarono a un centinaio di passi dello specchio d’acqua, dentro la folta vegetazione. Da quella posizione erano in grado di vedere gli altri membri della comunità, una cinquantina in tutto,  riuniti attorno al bacino. Rimasero in attesa della fine del rituale. Il canto si alzò di almeno tre ottave, scomparendo in vibrazioni che l’udito dei normali Arcon non erano in grado di percepire. Il canto continuò nel silenzio apparente della foresta, sovrastato dallo scrosciare delle cascate. Poi finalmente le bocche ovali delle tre creature si rilassarono, e un inchino chiuse lo spettacolo. Trevor ebbe la sensazione che quel gesto fosse rivolto a loro. Sapevano della loro venuta, perché erano amici degli animali del bosco, e probabilmente erano stati loro ad avvertirli. Ma non avrebbero potuto sapere dei piani di Sawar. La Torre Galleggiante poteva apparire dal nulla, attraversando le fenditure dello spazio-disco. Le belve si sarebbero rovesciate nella foresta, dilaniando qualsiasi cosa li si fosse parata davanti. L’Elenty corrotto avrebbe goduto le scene di morte e distruzione dalla guglia più alta della sua assurda magione. Fino all’ultimo urlo di dolore…<br />
Trevor non aveva ancora idea di come lui e i suoi due compagni, sempre che Doom fosse riuscito a raggiungerli in tempo, sarebbero riusciti a respingere l’armata dell’Elenty folle. Forse era tutto inutile. Forse non c’era scampo né per il popolo delle cascate né per loro tre. La magia dei Dowa era forte e se avessero unito gli sforzi forse sarebbero stati capaci di contrastare i poteri di Sawar, ma c’erano anche Ekaron e Davinia, gli scellerati compagni del Demolitore; Elenty immortali come lui, abili stregoni, entità inappagate prigioniere di un gioco di impulsi.<br />
Le figure longilinee si avvicinarono ai due stranieri, movendosi con apparente lentezza ed estrema sicurezza. Camminavano in modo molto particolare, precisi nei loro gesti, come se cercassero di non disturbare la vegetazione che li circondava. I Dowa non rispondevano ad un capo. Non esisteva alcuna gerarchia all’interno della comunità. Insieme erano come un’unica coscienza, un organismo formato da molte unità. Tre elementi si fecero in avanti. Era il loro modo di comunicare, attraverso tre voci distinte che catalizzavano il pensiero comune.<br />
«Benvenuti…» disse uno, inchinandosi.<br />
«…riposate il cuore e la mente…» aggiunse un altro, toccandosi prima il petto e poi la fronte.<br />
«…i Dowa si prenderanno cura di voi.» concluse il terzo, allargando le braccia in un gesto di benvenuto.<br />
Poi i due vennero scortati per un sentiero che aggirava il bacino e conduceva ad un’ampia radura inondata di sole. Vi passava vicino il fiume, che dopo essersi tuffato dalle cascate, riprendeva il suo viaggio verso il mare. Fu acceso un fuoco e vennero stese alcune tovaglie. Era l’inizio della festa di benvenuto.<br />
Trevor cercava il momento opportuno per affrontare l’argomento. Il paesaggio ispirava un senso di abbandono irresistibile, e non era facile rimanere concentrati sui propri doveri. Che la magia dei Dowa irretisse gli ospiti era una cosa risaputa, anche se faceva parte della leggenda del popolo delle cascate. Perché molti infatti non vi credevano. I Testimoni di Seidon ad esempio, religiosi votati alla causa del Dio degli Arcon, ne negavano l’esistenza a causa della loro natura magica. Per i religiosi infatti ogni forma di magia era da considerarsi irrispettosa nei confronti del grande Seidon, poiché alimentava le credenze sui Misteri, leggende Arcon che interpretavano la storia di Limbo nel modo in cui gli stessi Arcon erano capaci di percepirla. Per i Testimoni invece la storia di Limbo era ben altra cosa, e assomigliava molto alle favole che si raccontano ai bambini prima di andare a letto.<br />
I pensieri di Trevor vennero interrotti dalla voce di Lou. Sedevano entrambi davanti ad una ciotola ricolma di frutti di bosco, more e fragole selvagge. Alcuni Dowa avevano rincominciato a cantare, accompagnati dal suono delle vicine cascate.<br />
«Non è facile parlare con questa gente» osservò l’Arcon. «Non hanno un capo…»<br />
«Non ne hanno bisogno. È incredibile l’armonia che riescono a comunicare. Hai ragione, non è facile portare loro cattive notizie» ammise Trevor.<br />
Alcuni erano impegnati in una strana danza che poteva meglio definirsi come una serie di elastici movimenti del corpo. La musica non aveva ritmo, era un susseguirsi di onde vocali che comunicavano il viaggio interiore, l’equilibrio cosmico, l’appartenenza con il tutto. Trevor tornò a pensare a Martin Downson. Quell’uomo doveva essere stato proprio un artista…<br />
Finalmente si decise ad alzarsi e a parlare. I Dowa non sembravano sorpresi. Dettero all’Elenty lo spazio di cui aveva bisogno per esprimersi. Le danze terminarono, la musica sfumò nel rumore delle cascate, e lentamente tutti gli appartenenti alla comunità si volsero verso di lui. Erano pronti ad ascoltarlo. Trevor rimase nuovamente meravigliato dalla forza empatica di quel popolo.<br />
«Per prima cosa vorrei ringraziarvi della vostra ospitalità, semplicemente straordinaria, ma purtroppo la nostra venuta non è di piacere, anche se voi la state trasformando in un’esperienza meravigliosa. Un pericolo incombe sulla vostra comunità. È da molto tempo ormai che Sawar, il Delirante Demolitore di Limbo, cova il desiderio di annientarvi. Il motivo è da ricercare nella sua follia. Egli non ha nessuna altra aspirazione che quella di distruggere Limbo, un po’ alla volta, Arcon, Arenty, montagne, foreste, fiumi. Tutto quello che passa vicino alla sua orribile Torre Galleggiante.» Trevor fece una pausa. Si guardò intorno studiando i volti dei suoi ascoltatori. Avevano espressioni impassibili, all’apparenza serene. Continuò.<br />
«Ma il vostro popolo è forse quello che odia di più. È la vostra armonia, la vostra magia innata che egli non tollera, e forse ancora di più le vostre cascate incantate, che tornano puntualmente ad ogni ciclo. In passato gli Elenty immortali vi hanno protetto, ma purtroppo adesso quei pochi che sono rimasti si trovano molto lontano. Sawar irromperà nella foresta d’improvviso, e niente e nessuno potrà fermarlo. Dovete nascondervi, lasciare le cascate e trovare un posto sicuro, altrimenti non avrete scampo.» Trevor pronunciò quelle ultime parole facendo un grande sforzo di volontà. Quando si rimise a sedere sentì che si era liberato di un peso, ma un vuoto gli si era aperto da qualche parte dentro.<br />
Allora tre creature si alzarono e risposero all’avvertimento. L’Elenty intuiva già quello che stavano per dire. Non avrebbero mai lasciato le cascate…<br />
«Siamo immensamente felici di avervi potuto ospitare. Questo luogo è anche vostro. Non ci appartiene, ma non potremo mai vivere senza. Per questo motivo è l’unico territorio che torna sempre, anche dopo che si è dissolto oltre il sole rosso. I Dowa non avrebbero ragione di esistere senza le loro cascate. Per questo non possiamo abbandonarle. Se saranno distrutte, noi scompariremo insieme a loro.» Avevano parlato insieme, segno che tutta la comunità pensava la medesima cosa.<br />
«Allora rimarremo qui insieme a voi e cercheremo di contrastare il folle. Presto un caro amico si unirà a noi. Il suo nome è Doom, è un guerriero molto abile. Non abbiamo molte possibilità, ma non vi abbandoneremo.» Questa volta era stato Lou a parlare.<br />
I Dowa rincominciarono a cantare. Vennero portate altre ciotole ricolme di frutta e l’ombra di Sawar sembrò dissolversi negli animi dei presenti. Si stava per chiudere il settimo margine quando le tovaglie vennero ripiegate e la comunità si ritirò nelle grotte dietro le cascate. Laggiù era semplicemente meraviglioso; cunicoli, anfratti e alte volte di roccia calcarea rischiarate dalla magia di centinaia di cristalli, disseminati un po’ ovunque. Le caverne si diramavano dentro la pietra creando numerose cavità che i Dowa avevano allestito a giacigli. Trevor e Lou vennero accompagnati ai rispettivi letti. Venne detto loro di dormire tranquilli, perché c’erano sempre delle guardie all’entrata delle grotte, e se fosse successo qualcosa sarebbero stati avvertiti. I due si abbandonarono volentieri al sonno ristoratore delle caverne. La luminosità dei cristalli venne smorzata, ma questi continuavano ad emanare calore. La temperatura era eccellente, i canti proseguivano in sottofondo. Trevor si abbandonò al più sereno dei sonni, e poco importava a quel punto se anche fosse stato l’ultimo.<br />
La mattina dopo arrivò Doom. Il guerriero dalle lunghe trecce cremisi fece il suo ingresso nelle grotte accompagnato da due  guardie Dowa. Venivano chiamate guardie, ma non c’era niente che le differenziava dagli altri. Non portavano né armi né armature. L’unico oggetto in loro possesso era un piccolo bastone ricurvo, apparentemente innocuo. Incanalava la magia della foresta e la forza delle cascate proiettando un fascio di luce azzurra che paralizzava temporaneamente la vittima. Era l’unica arma adottata dai Dowa, forse il più pacifico popolo Arcon di tutta Limbo.<br />
Doom abbracciò i due amici e si sedette con loro a consumare una colazione a base di bacche di bosco ed infuso di erbe aromatiche. Trevor e Lou erano felicissimi di vederlo. Lo aggiornarono sugli ultimi eventi e insieme decisero di impegnare la mattinata in un accurato sopraluogo della foresta attorno alle cascate. Secondo le intuizioni profetiche dell’Elenty, Sawar poteva apparire da un momento all’altro. Se avessero conosciuto il luogo esatto in cui la Torre Galleggiante sarebbe apparsa, avrebbero potuto organizzare una strategia difensiva.<br />
«Avrà bisogno di uno spazio ampio per fare apparire la torre» osservò Lou.<br />
«È vero, ma potrebbe aprire una fenditura sopra la foresta e poi decidere di atterrare dove meglio crede. Le sue belve abitano le grotte di granito che si aprano nella parte inferiore dell’isola galleggiante. Potrebbe anche non decidere di atterrare e avvicinarsi quel tanto per sguinzagliare i suoi mostri…» considerò Trevor. Conosceva bene il suo nemico e sapeva che l’imprevedibilità era una delle sue armi migliori.<br />
«E allora è tutto inutile…» stabilì Doom, sconsolato.<br />
«No, è necessario conoscere il territorio nei minimi dettagli se vogliamo organizzare una qualche tattica difensiva» stabilì l’Elenty. E detto ciò si alzarono ed uscirono insieme dalle grotte.<br />
Il cielo era limpido, la temperatura piacevole. Non era la giornata ideale per combattere. Nessuna giornata era ideale per combattere, pensò Trevor. Limbo necessitava di un equilibrio. Non era un mondo perfetto e forse era meglio così, ma gli uomini, Arcon ed Elenty, continuavano a sperare che potesse esistere un mondo perfetto, un’oasi di pace eterna. Forse lo erano le cascate dei Dowa. Forse Martin era riuscito dove gli altri programmatori non erano mai arrivati. Aveva creato un isola di pace all’interno di un universo complesso che si fondava sul bilanciamento tra il bene ed il male. Trevor non voleva pensarci. Prendeva la vita come veniva, e dal giorno in cui Lou lo aveva tratto in salvo dalle fiamme aveva rinunciato a trovare le risposte ai quesiti di Limbo. Non ci voleva pensare e si sforzò di non farlo.<br />
Oltrepassarono la polla d’acqua e proseguirono lungo il fiume che procedeva verso la valle più sotto. La foresta era fitta e non sembrava ci fossero altre zone aperte oltre a quella in cui era stata celebrata la festa di benvenuto. Risalirono il fiume e si fermarono presso la radura.<br />
«Potrebbe apparire qui» dichiarò Trevor.<br />
«Siamo molto vicini alle cascate. Non avremo sufficiente spazio per creare delle barricate…» osservò Doom.<br />
«È vero» annuì Lou.<br />
L’esplosione li colse impreparati. “No, non così…” pensò Trevor, maledicendo la sua stupidità. Sawar aveva molti mezzi per crearsi una pista di atterraggio.<br />
«È qui!» disse.<br />
I tre incominciarono a correre seguendo il fumo che si alzava da oltre le cascate. Nel cielo non vi era ancora traccia dell’isola volante. Centinaia di uccelli impauriti presero il volo starnazzando. I Dowa si riversarono fuori dalle caverne per andare a vedere quello che stava succedendo. Poi un raggio di luce azzurra, apparso improvvisamente dal cielo, incendiò altri alberi. Il bosco bruciava rapidamente, come se il fuoco di cui era preda avesse proprietà alterate.<br />
Le due esplosioni avevano creato uno squarcio nella foresta del diametro di una cinquantina di passi. Quando i tre riuscirono a raggiungere il luogo dell’incendio, il fuoco era ormai quasi spento e della vegetazione che vi cresceva fino a pochi attimi prima non era rimasto più niente. Fu allora che l’assurda Torre Galleggiante apparve nel cielo. Nera come la più cattiva delle notti, un blocco di pietra sfaccettata piena di cavità sopra il quale spiccavano sei torri ed un mastio centrale. Dalla finestra del torrione un uomo dal volto scarno e gli occhi spiritati rideva a squarciagola. Il suo nome era Sawar, ma molti lo chiamavano il Delirante Demolitore di Limbo.<br />
Trevor piantò i piedi a terra e iniziò a roteare le braccia. Non c’era tempo da perdere, se voleva avere un minimo di possibilità per usare al meglio le conoscenze magiche di cui disponeva, doveva agire subito. I suoi compagni gli si piazzarono di fronte, armi in pugno. Lou strinse con forza il suo enorme spadone, mentre Doom estrasse i suoi pugnali ricurvi, tipici dei Rednakes. Poi, dalle cavità sotto la torre, fuoriuscirono le creature.<br />
Si riversarono sul terreno bruciato a centinaia, nodosi corpi di lupi e di orsi deformi, dai lunghi musi digrignanti. Erano fatti di pietra e di gesso, privi di anima ma animati, figli della follia del loro padrone. In un mondo remoto potevano chiamarsi golem oppure gargoyle, ma in Limbo erano semplicemente le Belve di Sawar. Solo il ferro intinto in un bagno magico era capace di schiantare la pietra animata. Doom e Lou lo sapevano bene e per questo motivo le loro armi erano state trattate dagli stregoni.<br />
I Dowa si erano portati alle spalle dei tre. Tenevano puntati i loro bastoni incantati, pronti a tramortire le belve. Ma queste erano davvero troppe, pensò Lou. Non avevano nessuna possibilità.<br />
Pochi balzi e lo scontro ebbe inizio. Doom si muoveva come un felino, piroettava tra le creature come se stesse danzando, e intanto affettava pezzi di pietra. Lou invece schiantava le belve con colpi precisi e poderosi. I due Arcon erano un muro invalicabile davanti all’amico Elenty. Ma i nemici erano troppi e in poco tempo riuscirono ad aggirarli.<br />
I raggi sprigionati dai bastoni dei Dowa abbattevano le creature, ma l’incantesimo non sortiva gli effetti sperati. I golem si rialzavano dopo pochi istanti, di nuovo pronti a gettarsi sulle loro prede. Il popolo magico arretrò verso le cascate, e le prime file incominciarono a cadere. La battaglia sarebbe durata molto meno del previsto.<br />
Poi finalmente Trevor completò l’incantesimo. Era un disegno complesso che s’infiltrava fino alle profondità della matrice, sovvertendo le proprietà degli stessi elementi. Una voragine si aprì sotto l’orda in avvicinamento, fauci di terra e radici divorarono e inghiottirono decine di creature. Sawar non rideva più dall’alto della sua torre. Distese allora il palmo della mano in direzione dell’Elenty e scagliò il fuoco magico. La palla di fuoco esplose davanti a Trevor e ai due Arcon, in un’effusione di ori e di cremisi. Il calore divenne insopportabile e le tenebre li ghermirono. Era la fine, pensò l’Elenty. Dopotutto era stato il fuoco a reclamare la sua vita.</p>
<p>Quando riaprì gli occhi sentì il dolore e il puzzo della carne bruciata. Era la sua e non solo. Accanto a lui giacevano Lou e Doom, anch’essi feriti ma vivi. Erano entrambi ancora privi di sensi. Non erano più all’aperto ma nelle grotte dietro le cascate. I Dowa li avevano trascinati là dentro e adesso cercavano di difendere con tutte le loro forze la loro dimora. Ma le belve  avrebbero presto conquistato l’entrata delle caverne, ed allora non ci sarebbe stato più scampo.<br />
Trevor fece uno sforzo enorme per riuscire a mettersi a sedere. Provò ad attingere alle sue ultime energie. Forse poteva ancora fare qualcosa, ma scoprì presto che non gli era possibile. Fu in quell’istante che udì un suono. Lo riconobbe subito; era il canto dei Dowa. Proveniva dalle profondità delle caverne, dentro cunicoli che non era ancora riuscito a visitare. Un corridoio sprofondava nella nuda roccia, rischiarato appena dai cristalli incantati. Trevor si alzò gemendo e si avviò verso quel suono. Il richiamo era irresistibile.<br />
Mentre percorreva il corridoio il canto divenne ancora più definibile. C’era un che di solenne nella melodia, ma anche il ritmo cadenzato e ripetitivo tipico di alcuni incantesimi. Tre, quattro, forse addirittura cinque voci si rincorrevano sulle totalità basse. E poi vi era un cantante solista che afferrava le melodie più alte.<br />
Il corridoio si aprì su una piccola caverna tempestata di cristalli. Sette creature piccole e longilinee si tenevano per mano, formando un cerchio attorno ad un unico grande quarzo che spuntava dal pavimento. Il canto inondava la grotta. Trevor non  riusciva neanche più a sentire i rumori della battaglia.<br />
Poi nel quarzo apparve un’ombra. In principio era solo un volto scuro, privo di lineamenti, la silhouette di una testa. Ma mentre il canto si alzava di un’altra tonalità, la faccia incominciò a rischiararsi, dal basso verso l’alto. Prima il mento, poi la bocca e infine gli occhi. Trevor trattenne il respiro. Era il volto di Martin Saymour Downson.<br />
«Figli miei, mi avete chiamato?» chiese l’ombra apparsa  dentro al quarzo.<br />
«Siamo in pericolo, signore. Le cascate verranno distrutte. I Dowa stanno per lasciare Limbo» rispose uno dei sette.<br />
«Non preoccupatevi, non lascerete Limbo. Le storie, amici miei, si possono sempre riscrivere…»<br />
Trevor sbatté gli occhi. Era in piedi nella radura del benvenuto, le tovaglie distese cosparse di ciotole piene di frutta, Lou seduto accanto a lui, i Dowa in attesa di sentire quello che aveva da dire. Le cascate rifluivano poco distanti in suoni argentini. Sawar era un sogno, forse…<br />
Che diavolo è successo, pensò. Poi ricordò il quarzo e le parole di Martin: “Le storie si possono sempre riscrivere…” E allora capì. Si schiarì la voce e incominciò.<br />
«Vi ringraziamo immensamente per la vostra ospitalità…»</p>
<p>FONTE: <a href="http://limbo2009.wordpress.com/" target="_blank">http://limbo2009.wordpress.com/ </a></p>
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