IL PREZZO DEL GIORNO

il-prezzo-del-giorno

Di notte, quando imbocco il vialone che mi conduce verso la strada di casa, non mi preoccupo granché dei semafori. Di solito mi perdo nella musica dell’autoradio ed affronto gli ultimi rossi con la perversa speranza che qualcosa vada storto. Ma a quelle ore, dove vivo io, non c’è mai nessuno per strada. Buco anche l’ultimo STOP e vedo casa mia. Posteggio, scendo, e odoro il silenzio di quel vecchio borgo, il profumo del vicino inverno, l’aroma di un’altra serata gettata via, nel cestino degli effimeri ricordi.

Ho fatto tardi e non è la prima volta. Mi verso un altro drink prima di buttarmi sul letto, tanto per riempire totalmente il mio stato di ebbrezza. Ho bevuto come al solito, e questa è la nota più positiva di tutta la serata. Domani il mio capo, da quel gran pezzo di stronzo che è, si lamenterà dei miei movimenti lenti, della mia disattenzione e forse, se sarò ancora in botta, capirà che ci sono andato pesante questa volta.

Sinceramente non me ne frega un cazzo. Lo odio con tutto me stesso quel bastardo, e non potrei desiderare di meglio che di fornirgli una scusa per licenziarmi. Ma poi me ne pentirei, perché non è facile potersi permettere un monolocale da un milione al mese. Dovrei sentirmi fortunato, invece mi sento un codardo di merda, un’altra vittima di una società malata, con la scusa pronta per dare la colpa agli altri. Scegli la strada difficile e poi ti ritrovi a riflettere in modo semplice e lineare. Sembra che le due cose non vadano d’accordo. Pensare ed agire.

Avrei bisogno di una donna con le palle, semplicemente di una ragazza in gamba, che creda ancora nei vecchi ideali, quelli che rimescolavo nel mio cervello dieci anni fa e che adesso se ne stanno da qualche parte a prendere la muffa. Ho trent’anni e mi sento sull’orlo di quel baratro famoso, la trappola nella quale tutti cadono. Sono davanti a quella porta che mai nessuno riesce ad aprire.

Col bicchiere in mano faccio velocemente tre giri dei canali maggiori, ma la TV è semplicemente un pretesto per sentirmi meglio nei confronti di tutti quei cazzoni che la fanno. Mi accorgo di quanto sono patetico e la spengo.

Prima di dormire decido di licenziarmi, ma è qualcosa che fa già parte del mio prossimo sogno.

La sveglia suona alle sette ed io mi allungo a spegnerla. Desidero solo un caffè.

A lavoro oggi sono tutti carini con me. I1 motivo è perché sono in uno stato “moviola”; le mie reazioni sono lente e i miei sorrisi troppo generosi. Sono ancora sotto l’effetto dell’alcol, ma non mi sento troppo male. Nella pausa pranzo mi faccio due aperitivi per restarmene allegro, e quando intravedo la fine della giornata, poche ore più tardi, mi perdo nell’idea di una serata tra vecchi amici. Potrei chiamare due bastardi che non vedo da tempo e parlare un po’ del buon vecchio passato. L’idea è allettante e distrugge totalmente il pensiero del prossimo lunedì.

E’ proprio mentre scaccio il fantasma di una nuova settimana di lavoro che quello stronzo del mio capo mi fa visita. La butta subito sul pesante, come piace fare a lui, ma non prende decisioni drastiche. Potrebbe licenziarmi, visto che sono ubriaco sul lavoro, ma invece preferisce umiliarmi davanti ai miei colleghi, facendomi sentire una merda.

Potrei ribattere, potrei dirgli di andare al diavolo, ma non riesco a farlo; sono come pietrificato davanti alla sua folle manifestazione di negatività. Mi domando semplicemente se non sia saltato fuori da una scena di un film americano, o forse è un personaggio di un fumetto di satira politica, di sicuro il protagonista.

Se ne va via come il genio della lampada, lasciando fumo dietro di se. A quel punto vorrei ridere a più non posso, dimostrare il mio totale menefreghismo verso quell’essere insignificante, strappare un sorriso ai miei colleghi che mi guardano ammutoliti. Vorrei proprio farlo, ma non ci riesco.

Salgo in macchina e me ne ritorno a casa. Mi fermo a metà strada per chiamare quei due vecchi bastardi. Fissiamo alle dieci al solito pub, ma la serata non si preannuncia una grande cosa.

Arrivo al pub e non c’è nessuno. Poco male; mi siedo al banco ed ordino una bionda doppio malto.

Sorseggio il boccale dei misteri mentre un grande pezzo degli Who mi trascina verso un mondo pieno di rock’n’roll, pantaloni a campana, spinelli e donne dai capelli biondi. Il basso è un qualcosa di lancinante, con note che si ripetano come accettate su un albero da abbattere. L’albero è la società malata, ma alla fine il rock’n’roll si trasforma nel suo migliore amico. Insieme firmano un contratto che rende tutti più felici, specialmente i più stupidi.

Arrivano i due bastardi.

Si susseguono commenti, battute, vecchie strette di mano e una serie infinita di drink. Loro però sembrano più interessati alla tipa dietro al banco, una morettina universitaria piena di belle speranze, che si paga il suo annetto scolastico con un paio di serate alla settimana. Sembra sveglia la pulzella, ma io che la osservo distaccato ne posso afferrare la sua totale ingenuità. Dietro la sua ammirevole voglia di realizzarsi con le migliori intenzioni già intravedo la sua fine; impiegatina che se la tira coi suoi colleghi fino a fine settimana, quando in un negozio del centro si porterà via il suo nuovo paio di scarpe da tre testoni. Mostrerà il suo sorrisetto cazzuto al primo palestrato e se lo inforcherà solo per sentirsi un po’ donna. In verità la sua femminilità gli è distante anni luce.

Vorrei sentirmi ispirato dai due balordi, ma stasera li sento davvero lontani.

Provo a parlare un po’ di me e i due fanno finta di seguirmi, annuendo in modo scimmiesco ad ogni mia affermazione. E’ chiaro che non capiscono niente di quello che sto cercando di dire.

Mi accendo una sigaretta cercando di provocare in loro una reazione. Ho appena iniziato a fumare, ma loro non se ne accorgono e continuano a punzecchiare la barista.

Finisco l’ultimo sorso di birra e mi avvio verso l’uscita. Loro mi guardano perplessi ma io non li saluto neanche.

Anni fa mi avrebbero rincorso e fermato per un tale comportamento.

Salgo in macchina e mi guardo indietro sperando di vederli spuntare dal locale. Non esce nessuno ed io metto in moto. Mi sento scivolare addosso una nuova sconfitta.

Non vado subito a casa.

Negli ultimi tempi ho conosciuto un tipo totalmente schizzato, un figlio dei fiori tardone degli anni novanta che è diventato un erudito nel settore “viaggi chimici”.

Non avevo mai sperimentato droghe prima, a parte l’alcol ovviamente, ma sto attraversando un periodo di transizione che ha bisogno di essere stimolato da nuove esperienze.

Non mi piace fumare, anche se mi sforzo di farlo, e sniffare mi fa starnutire. Il mio sistema è la cara e semplice via orale. Il figlio dei fiori mi allunga cinque confetti colorati ed io, insieme alla buonanotte, gli allungo un centone.

Ne butto giù uno mentre mi immetto nei viali affollati del venerdì sera. Prima che la botta mi salga accosto davanti al primo locale che incontro. Con la testa in piena eiaculazione mi ci butto dentro.

La tipa al banco è decisamente meglio di quella del pub. Ordino un “Cuba” e lei me lo serve alla maniera giusta, ovvero bello pesante. Il locale è un rigurgito di esseri non pensanti, proprio ciò di cui avevo bisogno.

Mi avvicino ad una che per un attimo assomiglia ad un cobra, invece è solo una vecchia compagna di liceo che desidero con tutto me stesso in quell’istante, solamente per riconoscere il mio totale disprezzo di lei appena apre bocca. Parliamo del tempo e di sesso, e con la scusa di andarmene a prendere un altro drink la mollo. Mi sento parte di un gioco che odio.

La domenica sera la passo in casa a guardarmi un film americano.

E’ la storia di un negoziatore che aiuta una bella fighetta di moglie alla quale è stato rapito il marito. I cattivi sono un gruppo di ribelli boliviani o colombiani, non ricordo, che si finanziano con la coca e con i soldi dei riscatti dei rapimenti che mettono in atto; gente ignorante e povera che vive sulle montagne del sud-america.

I buoni sono i ricchi occidentali (perlopiù americani) sempre pronti ad aiutare il prossimo.

Fine del film; i cattivi muoiono tutti, i buoni salvano il marito rapito della fighetta, l’eroe di turno se ne va via con le spalle alla telecamera mettendo in risalto la sua virilità.

La storia mi deprime a tal punto che non riesco più a trovare il sonno. Così esco per fare due passi, procedendo contro un vento freddo che mi sferza il viso e mi costringe a socchiudere gli occhi.

Le strade sono vuote e silenziose. Mi guardo un po’ attorno e scorgo solo alcune luci accese nelle case vicine. Mi domando se là dentro ci siano persone che mi comprendano un po’.

Stasera vado da Luca e la sua cara Sara. Vogliono presentarmi una tipa che sembra perfetta per me, o almeno questo è ciò che dicono loro. Si chiama René ed è per metà svizzera. Dato che odio gli svizzeri, si prospetta proprio una bella serata. Non voglio però pregiudicare niente, così indosso un’abito decente e cerco di essere più puntuale possibile.

Mentre salgo in ascensore dal mio caro ex-compagno di avventure, provo a respirare profondamente e a darmi un’aria accesa, ma prima che la piattaforma si fermi ho già ingoiato una delle mie “magic pill”. Inizio a contare i secondi che mi separano dalla tranquillità.

René è decisamente una ragazza bellina, e per me questo aggettivo vale di più di bella. “Bellina” risveglia in me un senso di purezza e trasgressività, la perfetta combinazione tra la dolcezza dell’apparenza e la giustificata incontenibile forza dei sensi.

Mangiamo ed io mi coinvolgo in una conversazione politica dalla quale non riesco proprio ad uscire, e alla fine della cena riconosco di aver fatto una brutta figura. Luca e Sara se la ridono, io finisco anche la terza bottiglia e René mi sorride allegramente, facendomi sentire a disagio e nello stesso tempo lusingato.

Dentro di me sono sicuro di aver fatto una figura terribile, ma la ragazza non sembra essere assolutamente dispiaciuta della mia presenza. Si alza da tavola e dichiara di voler preparare il caffè, ed io le guardo il sedere mentre va in cucina. In quel momento la desidererei con tutto me stesso, ma c’è una parte di me che non si sente alla sua altezza.

La serata sfuma su qualche nota jazz e un paio di spinelli che io rifiuto prontamente. C’è un po’ di vodka sul tavolo, ed io preferisco finirmi con quella.

Sto per andarmene e vorrei chiedere il numero di telefono di René, ma non ce la faccio proprio. Così chiamo il mio amico da una parte e mi faccio dare il numero da lui. Mentre saluto la ragazza, con un innocente bacio sulla guancia, avverto il suo odore, e so già che non mi farà chiudere occhio stanotte.

A casa mi metto a chattare con una tipa che di sicuro è un uomo, ma non me ne importa granché. Porto la conversazione sul sesso e lei (o lui) la butta sul pesante. Mi convinco della mia intuizione e tronco la conversazione. Alla fine solo qualche bel sito porno riesce a consolarmi.

II giorno dopo a lavoro non riesco a focalizzare niente. In parte è colpa dello sballo della sera prima, ma non solo. Rievoco il volto di René in maniera costante. Proprio una brutta storia.

Il mio capo ne fa una delle sue. Si lamenta del mio ultimo lavoro, della lentezza con cui è stato svolto, ma nella sua predica non ne esce con alcuna soluzione. In pratica si lamenta di me e basta, semplicemente per demoralizzarmi. Che grand’uomo!

Giunto a casa entro in uno stato di totale depressione, ma riesco subito ad individuare la mia isola di salvezza. Osservo il telefono morto in un angolo della stanza e riconosco in lui la mia unica arma di difesa. Cerco il numero di René e lo compongo, ma l’ultimo tasto che premo è quello che interrompe la liena. Aspetto qualche secondo e aziono il “repeat”.

Lei mi saluta con entusiasmo, ma io non riesco a risponderle con lo stesso tono. Lei mi assicura di aver passato una bella serata, io non le credo e mi compatisco. Balbetto, poi riprendo il controllo della conversazione e la porto quasi a fine, pure senza un concreto risultato. A questo punto è lei che mi lascia aperta un’ultima porta. La invito a cena, e quando attacco il telefono non sto più nella pelle.

Mi preparo all’uscita e mi sento ringiovanire. Guido con prudenza e, seguendo le sue indicazioni, arrivo a casa sua in banale anticipo. Lei è già pronta e scende. E’ veramente tanto carina!

La serata è quasi perfetta. La cena è ottima, il vino è squisito e lei adora girare in auto la sera con la giusta musica. Per me è il massimo, così ci lasciamo scivolare addosso i chilometri delle vicine colline accompagnati dall’elettricità di Moby, dalle melodie nordiche di Bjork e dalle vibrazioni crepuscolari di Sylvian. La situazione è così speciale che non vorrei confonderla con del sesso scontato.

Fermo la macchina e parliamo un po’. Decido di baciarla e lei mi accoglie. Nei nostri movimenti ci scopriamo simili nelle intenzioni. Rimaniamo a metà strada, eccitandoci senza andare oltre. Entrambi siamo coscienti del fatto che una scopata rovinerebbe molte cose.

La riporto a casa e fissiamo per la sera dopo.

Mentre sparisce dietro il portone riesco a sentirmi appena vivo.

A lavoro, durante la pausa pranzo, me ne vado al bar vicino insieme ad alcuni miei colleghi. Lo faccio per non apparire misantropo.

I miei colleghi parlano tutto il tempo, io invece mi limito ad annuire ed a staccare bocconi dai gommosi panini che ci servono.

Le uniche conversazioni decenti che mi concedo sono con il ragazzo che ci serve e col nero di turno che cerca di venderci qualcosa. A casa ho una collezione di accendini invidiabile, il prezzo di alcune interessanti discussioni sulle difficoltà di un extracomunitario in Europa.

Oggi ho deciso di allungare la mia pausa pranzo , a dispetto di ciò che il mio capo possa pensare. I miei colleghi sono appena rientrati ed io siedo davanti a Rudh, il ragazzo di colore, e Filippo il cameriere. Ho appena confessato il mio totale coinvolgimento amoroso con la tipa, e loro mi guardano con uno stupido sorriso sulle labbra. Potrei nascondermi!

Alla fine della storia che li racconto vorrei sentirmi dire di lasciar perdere, di non lasciarmi coinvolgere in storie che possono farmi soffrire più che mai. Invece i due sono più che positivi. Il cameriere mi offre un altro caffè e Rudh mi regala un nuovo accendino.

Io me ne torno a lavoro assorto in mille cazzi che ammutoliscono le voci di protesta del grande capo.

Squilla il telefono e spero sia René. Delusione tremenda. La voce che mi risponde è quella di uno dei due balordi del pub.

Si finge preoccupato e forse lo è davvero, ma in fondo non fa che criticare il mio comportamento distaccato e l’apatia che dimostro negli ultimi tempi.

Faccio tesoro di tutte queste critiche costruttive e lo mando affanculo con enfasi totale.

Lui mi richiama subito dopo e chiede spiegazioni, ma io non gli rispondo e stacco il telefono.

Lo riattacco solo dieci minuti dopo per controllare la mia posta elettronica. C’è una e-mail di René, ed il mondo si trasforma magicamente in qualcosa di bello.

Mi racconta della sua giornata di lavoro, decisamente non delle migliori, e della sua amica Denise, una ragazza americana con cui divide l’appartamento. Poi si sofferma sull’altra sera, e mi confessa di aver passato una delle più belle serate da quando è in Italia. Mi chiede quando possiamo rivederci ed io lo vorrei subito, ma dopo aver cliccato sul “replay” non so più cosa scrivere.

Decido di spengere l’arnese infernale e di chiamarla.

Compongo il numero del suo cellulare per evitare esitazioni. Lei mi risponde con quel suo tenero accento che mi fa brillare dentro, poi ci scambiamo confidenze così disponibili che lasciano spazio ad una bellissima intesa sessuale. La nostra notte è già stata scritta dalle nostre parole. Noi non possiamo far altro che lasciarci guidare dai nostri istinti.

A cena non ordiniamo né il dolce né il caffè, perché non ce la facciamo proprio ad aspettare ancora. Saliamo in auto e mi dirigo a casa mia, e non le chiedo niente. Durante il tragitto non pronunciamo una singola parola. Solo la musica ci tiene compagnia, nella nostra fastidiosa condizione di aspettativa. Assaporo il brivido dell’eccitazione che precede l’atto sessuale, una timida erezione che controllo per l’enorme rispetto verso di lei. Ma tutto ciò mi pare sciocco. Lei ha voglia di me tanto quanto io ne ho di lei.

Apro la porta di casa ed accendo la luce, ma è tutto ciò che riesco a fare prima di gettarmi tra le sue braccia.

Facciamo del sesso al di sopra di ogni livello immaginabile, concentrandoci su ogni singola parte della nostra epidermide che viene sfiorata o leccata, lasciando che i nostri organi vengano estirpati dalla loro inaccettabile condizione di vergogna.

Le libidini concettuali sperimentate in passato non possono competere con la semplicità del nostro rapporto. L’atto in se non ha niente di particolare, ma il tempismo con il quale riusciamo a toccarci e ad unirci proietta le nostre menti al di là del piacere effimero dell’orgasmo.

Giochiamo con i nostri interruttori del piacere come dei bambini innocenti, ma sappiamo come azionare i giusti neuroni, spingendoci verso confini pericolosi, là dove il piacere può diventare rabbia e insoddisfazione. Alla fine però il risultato è sempre insuperabile.

I nostri orgasmi, perché ve ne furono più di uno, li raggiungiamo in luoghi sconosciuti, dentro sfere di purezza assoluta. La purezza della completa accettazione di un’unione, al di là di qualsiasi freno.

Cadiamo in un sonno magico, e ci sentiamo come pesci dentro un liquido protettivo. Respirare era diventato più facile.

Si susseguono strane giornate, fatte di insostenibili attese ed intensi momenti di unione. Il lavoro diventa uno stato di “non-vita” che provo a lasciarmi scivolare via. Avverto le due distinte identità, quella povera e infelice del giorno e quella brillante della notte. Riesco a convincermi della giustezza di questa condizione, pagare il prezzo del giorno per la felicità della sera. Il lavoro diventa semplicemente un brutto film che sono costretto a guardare, ma anche se non mi è permesso chiudere gli occhi, posso sempre viaggiare tra le fantasie più prossime, quelle che mi attendono al di là della porta dell’ufficio.

René è un libro aperto che si lascia leggere con entusiasmo. A volte si rivela complesso ed un po’ contraddittorio, ma leggendolo con attenzione riesco ad afferrare tutte le risposte di cui ho bisogno.

Sto più attento ai semafori adesso, le poche volte che non dormo da lei e ritorno al mio vecchio borgo.

Lentamente scompare quel bisogno di viaggio artificiale delle mie droghe, quell’isola di sicurezza a basso costo nella quale mi rifugiavo sempre più spesso. So che comunque è sempre lì, e si può raggiungere facilmente con il prossimo traghetto.

Sono le sei di pomeriggio e sono appena tornato a casa. René mi ha chiamato in ufficio dicendomi che sarebbe venuta da me stasera. Lentamente prendo consistenza, mi spoglio della mia veste di spettro e divento reale, almeno fino alla prossima alba.

Nonostante tutto, mentirei se dicessi di non desiderare a volte che non sorga.

GM Willo – GENNAIO 2002

Annunci

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...