L’INVENTORE

inventore

Avete presente i sogni?
A volte sono così confusi che solo con un grosso sforzo di memoria riusciamo a metterne insieme i pezzi ed a capirci qualcosa. A volte invece sono così intensi che quando d’improvviso ci svegliamo ci sentiamo spossati dalla loro meraviglia. Poi ci sono quelle volte in cui tutto ciò che ci accade all’interno di quel mondo onirico è talmente preciso e ordinato che dopo il risveglio stentiamo quasi a credere che ciò che abbiamo vissuto in sogno, per fantastico e impossibile che possa essere, sia solo il frutto della nostra immaginazione alla deriva in quei viaggi in R.E.M..
Bene, il sogno che vi racconterò appartiene a questo ultimo gruppo e mi colse una notte di non troppo tempo fa’.

IL SOGNO

Ero passeggero del Treno dell’Etere che viaggiava attraverso uno spazio oscuro, insondabile dal finestrino alla mia destra. Le stazioni presso le quali si fermava ogni tanto non facevano parte di uno spazio ma del tempo, e si chiamavano Eoni. Ero convinto, non riconosco il come, di tutto ciò e del fatto che l’ultima stazione sarebbe stata la mia.
Nel mio vagone, un ambiente quanto mai comune che rispecchiava l’interno di un vecchio treno, si trovavano solamente altre due persone; una signora anziana ormai risucchiata da una rivista che la sua miopia costringeva a tenere a pochi centimetri dai suoi occhi, e un ragazzo di colore in tuta di jeans, estremamente preso dall’oscurità’ del finestrino. Presto il treno fermo’ ad una nuova stazione. Una voce di plastica annuncio’: “Eone 321. Prossima fermata Eone 628”. E il treno riprese a correre attraverso quell’apparente nulla.
Accesi un sigaro e mi accorsi che ogni volta che espiravo il fumo dalla bocca si formavano involontariamente degli anelli che si libravano sopra di me. La cosa divenne oltremodo curiosa quando mi accorsi che questi non si dissolvevano. Imbarazzato, spensi il sigaro e mi misi ad osservare fuori, ma tutto era avvolto da una tenebra che pareva solida.
Poi entrò un uomo nello scompartimento. Era vestito alla moda inglese degli anni venti e ostentava un portamento distinto. Una curiosa bombetta ed una valigetta di pelle incorniciavano alla perfezione quella figura uscita da un vecchio film. Si sedette di fronte a me e mi si presentò come il dott. Charles Donall Vence, un nome che ancor più me lo rendeva inglese ai miei occhi (ricordo che mi porse un biglietto da visita con le sue iniziali “C.D.V.” che in ogni caso non lo qualificava). Io ricambiai dicendo un nome a caso che più non ricordo (mi domando ancora il motivo!) Intanto il treno proseguiva, accompagnato da un sordo rumore, la sua disperata cavalcata attraverso il buio, diretto alla stazione “Eone 628″.
Fu ad un tratto che il mio strano compagno di viaggio, accostando la sua bocca al mio orecchio, sussurrò: “1a sua corsa finisce qua!”
Immediatamente tirò il freno di emergenza. Un stridio lacerante mi strappò ogni senso e, quando le luci della coscienza si riaccesero, mi resi conto di essere disteso accanto alle rotaie del treno, sul prato più impossibile: un prato blu.
Subito mi accorsi che non era affatto un prato ma una pagina di parole incomprensibili, vergate in una calligrafia stretta. Il foglio si estendeva fin dove la mia vista poteva, e così le rotaie del treno, e così le parole senza fine. Ma scrutando meglio un orizzonte, mi accorsi che una torre bianca si ergeva a qualche chilometro dal punto in cui mi trovavo, una distanza che si rivelò inesistente appena mi decisi a coprirla. In meno di un attimo mi trovai davanti all’entrata della costruzione.
Sopra la porta un insegna diceva: LA TORRE DELLE INVENZIONI
Laggiù feci la conoscenza di una bizzarra figura. Era l’Inventore, un invenzione anch’egli, inventata per trascorrere un’eternità’ ad inventare.
Era un tipo gracile, dalla carnagione eburnea e dalla folta chioma dal curioso colore del mare in burrasca, azzurro macchiato dal bianco della schiuma. Con estrema gentilezza mi fece accomodare e mi servì un tè squisito. Poi mi parlò delle sue invenzioni.
Ebbene, erano tutte sue! Dalla leva alla penna a sfera, dalla vite al motore a scoppio, ed anche del fuoco possedeva il brevetto. Mi mostrò alcune cose sensazionali che non riuscii a comprendere poiché ovviamente erano invenzioni non ancora scoperte nel nostro mondo. Ma presto, considerando la mia curiosa situazione, persi interesse per ciò che quello strano personaggio mi andava mostrando e, formulando alcune domande, cercai di farmi rivelare il motivo di quel mio viaggio fino alla torre dove adesso mi trovavo.
Lui mi spiegò che tutto quello che mi era accaduto non era altro che la conseguenza di una sua invenzione: il “Viaggio nell’Etere”. Mi parlò a lungo di quel suo progetto, e solo al termine di una lunga chiarificazione fui capace di capire il significato di quel treno che raggiungeva gli Eoni.
Si trattava della invenzione delle invenzioni, qualcosa che conseguiva un risultato inimmaginabile, forse la porta per ogni dimensione, ma in fondo un’altra leva o un’altra vite.
L’inventore allora mi guardò intensamente e col sorriso negli occhi mi chiese: “Allora hai capito?”
“Credo di si!” risposi, tendendogli la mano per congratularmi.
Mi avviai così verso l’uscita, ma solo quando ormai avevo attraversato la porta mi sovvenne una domanda che per poco non mi feci scappare: “Chi era quel tizio che aveva tirato il freno di emergenza del treno?”
Ma quando mi voltai indietro nell’intenzione di saziare anche quest’ultima mia curiosità, la sveglia trillò e mi ritrovai disteso tra le coltri, privo del cuscino che mi era caduto (sogno sempre cose strane senza il mio cuscino!)
Mi guardai curiosamente attorno e scorsi le mille invenzioni che mi circondavano; la sveglia, i faretti alogeni, la TV nell’angolo, lo stereo e molte altre ancora.
Il sole già spuntava e la sua calda luce le illuminava quasi schernendole. Ed io mi unii a lui.

UTRECHT
9-16 Luglio 1996

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