LA STORIA DI UN DIARIO

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Questa estate Fatum Poetum mi ha proposto un racconto chtuloide a quattro mani ed io ho accettato l’invito, devo dire con un certo entusiasmo. Ne é venuta fuori una storia molto carina che vede in queste pagine virtuali la sua prima rappresentazione. I due autori, cospiratori di vecchia data, si sono trovati daccordo su tutto fuori che per il titolo. Fatum imputava il fatto che un diario non dovrebbe aver nessun titolo, mentre io, vedendolo come un racconto, ne richiedevo assolutamente uno. É finita cosí, un po’ a tarallucci e vino. Questo é il post che fa da prefazione al diario. Il titolo lo lasciamo al lettore. Buon divertimento!

New Orleans; 1 Novembre 1925 – ore 6:30

E’ l’alba e mi sono svegliato come al solito; ormai è diventata un’abitudine.
Sono bagnato fino alle punte dei miei capelli; mi sono avvicinato allo specchio e ho visto il mio volto bianco e scarnito.
Mi sveglio così ogni mattina ormai da molte settimane; ogni volta che mi guardo allo specchio ho l’impressione di essere invecchiato.
Sono stanco e affaticato, e il mio respiro rantola; devo vedere un dottore il più presto possibile…
Ormai sono passate due settimane da quando sono scampato alla Confraternita; ogni vicolo, ogni ombra mi sembrano sempre più vicini.
Mi affaccio alla finestra e osservo con occhi pigri lo scenario che mi si presenta, e subito mi prende l’angoscia.
Mi sovviene un sermone del Maestro: “L’alito dei Grandi Antichi pervade le vostre anime”.
New Orleans si è svegliata con una fitta nebbia ed io ne sono assorbito; nulla sembra filtrare attraverso, e anche i rumori sono sordi.
Mi devo preparare; una buona colazione ad base uova e bacon e via verso il porto…
Ne ho parlato con il professore, e lui mi aspetta a casa sua a Cardigan; il viaggio è lungo ma spero che ne valga la pena.
La Mermaid Blue sarà la nave che mi porterà a destinazione. Non è di lusso ma per il mio vagabondare è più che perfetta; cabine accoglienti, bagni singoli e una piccola sala ristorante che all’occorrenza diventa anche una sala da ballo.
Presto, presto che sono in ritardo……….

1 Novembre 1925 ore 21:30

Siamo partiti con 3 ore di ritardo sembrava che la nebbia avesse inghiottito la rotta della nave. Dopo vari tentativi siamo riusciti ad trovare la via del mare, con molta fatica visto che il mare non aiutava. I passeggeri erano molto inquieti per via del ritardo. Il capitano Dorcas, ha riassicurato i passeggeri, motivando che era una manovra di routine prevista in caso di nebbia
Adesso l’oceano si apre davanti ai miei occhi, una massa scura e informe che sembra invitarmi ad una macabra danza. La baia di Cardigan è lontana molti giorni di viaggio, e questo tempo mi aiuterà a riflettere, nella speranza di ritrovare il sonno perduto.
Eppure la foschia, che avvolge ancora New Orleans alle mie spalle, sembra ancora tallonarci, come se dispiegasse i suoi tentacoli verso il largo nell’intento di spiarci.
Non mi fido della nebbia, e non mi fido dei suoi significati…
L’inverno non è lontano, lo posso avvertire nel vento che sferza quassù a prua. Nessuna stella nel cielo, e menomale. Anche loro potrebbero sorvegliarmi.
Comunque è troppo freddo per rimanere fuori a far compagnia alla notte.
Me ne scendo sotto coperta e allungo un bigliettone extra al barman, con la speranza che mi possa servire qualcosa che mi rianimi un po’, e scacci via il freddo che mi è penetrato nelle ossa.
Lui mi guarda inarcando le sopracciglia, poi apre un cassetto dietro al bancone con l’aiuto di una grossa chiave, e mi serve un doppio malto.
Lo ringrazio di cuore, ma lui non accenna neanche un mezzo sorriso.
Poco importa; mi sorseggio la medicina senza dare a vedere.
Nella sala ristorante siedono solo una silenziosa coppia di mezza età ed un uomo dal vestito grigio, assorbito totalmente dal Daily News.
Mi avvicino all’enorme vetrata che con l’aiuto dell’oscurità esterna riflette le tenui luci del ristorante ed il mio volto, emaciato e pallido. Più mi avvicino al vetro e più mi si rivela il paesaggio esterno.
La nebbia è ancora lì, troppo vicina per non nascondere un mistero; troppo densa per poter appartenere ad una normale condizione meteorologica.
Poi un ombra…
Il bicchiere mi scivola rompendosi con un rumore secco, il mio volto si contorce in una smorfia, la mia mente precipita per attimi che sembrano eoni…
Solo il paravento dell’incredulità e l’antidoto della coerenza riescono a farmi tirare un nuovo respiro e a convincermi che quell’ombra non era altro che un grosso gabbiano.
Mezz’ora dopo sono sotto le coperte, ma non ho ancora smesso di tremare.

3 Novembre 1925 ore 13:30

Finalmente la nebbia si è dissolta così come era venuta, e anche i passeggeri sono usciti dal loro guscio; stamattina mentre facevo colazione ho conosciuto la coppia di mezza età: Alfred e Lorna Sherman.
Alfred è una persona riservata dal viso spossato ma dai lineamenti di chi ad vissuto una esistenza di rigore, mentre la sua consorte Lorna ha un volto rotondo e una parlantina che pare di quelle comari da cortile.
Lorna mi ha raccontato che loro avevano due figli, Rupert e Gordon, ma la guerra glieli aveva strappati. Alfred, prima di andare in pensione, era stato un venditore di Bibbie, un lavoro in cui si era dedicato in modo molto scrupoloso. Lorna invece era la classica donna di casa
Erano sulla Mermaid Blue per la loro secondo viaggio di nozze; io da canto mio gli raccontai che ero un alienista; un termine con cui si indica chi si occupa delle malattie mentali, e che stavo facendo una crociera d’affari. Non volevo che Lorna si immischiasse più del dovuto, visto il rischio che sto affrontando con la Confraternita .
Gli Sherman mi hanno invitato per cena al loro tavolo, ma sono indeciso se andarci oppure no. Mi devo rilassare, poi vedrò se è il caso. Avevo bisogno di un bagno rigenerante, quindi ho ringraziato i coniugi e mi sono avviato alla mia cabina.
Mentre scorreva l’acqua calda nella vasca, mi sono avvicinato ad un vecchio grammofono che si trova vicino al letto e ho fatto suonare Down Hearted Blues. Sotto l’influenza della musica e il calore del l’acqua i mie pensieri sono cominciati a vagare.
Maledico ancora gli eventi in cui mi hanno portato fino ad qui, alla mia voglia di sapere, alla mia caparbietà nel carpire la realtà.
Sarà per questo che avrò intrapreso il mestiere di ricercatore sul campo; tutte le mie lauree nelle più rinomate università e tutti miei viaggi non sono serviti a nulla dopo quel fatidico giorno.

Era il 19 Agosto del 1918 e mi trovavo a Tell-el-Amarna per un convegno sulle ultime scoperte archeologiche; il caldo era allucinante, l’aria era arida e nel vento c’era profumo di tè. Erano le 13:30 quando bussarono alla porta della mia stanza d’albergo; aprii e davanti mi trovai Hassan.
Dopo i soliti rituali di benvenuto, Hassan passò a parlarmi d’affari; egli era in contatto con un suo collaboratore, un tombarolo in gergo, che era venuto nel suo negozio di antiquariato con un pezzo unico. Secondo lui lo dovevo assolutamente esaminare prima che qualche mio collega ne venisse in possesso.
All’ inizio fui un po’ titubante, ma con lui avevo sempre fatto buoni affari, quindi mi feci accompagnare dal suo amico.
Mi ritrovai in un tipico Bazar dove si serve tè e si fuma narghilè; le persone che frequentavano il locale non erano sicuramente dei gentleman; dai loro occhi trasudava odio.
Hassan mi indicò con lo sguardo il tavolino dove era seduto un uomo dal viso sciatto e le mani ossute; era il nostro contatto. Ci sedemmo e ordinammo del tè.
L’individuo non parlava la mia lingua così Hassan fece da traduttore. La sua voce era esile; cominciò ad raccontarci che durante una sua perlustrazione nel deserto in cerca di sepolcri, si era improvvisamente ritrovato in mezzo ad una tempesta di sabbia.
Decise di accamparsi nell’attesa che la tempesta finisse; mentre la bufera era in corso notò che la duna che si trovava davanti a lui si era mossa mostrando degli scalini che scendevano verso l’oscurità.
Pensò che Allah gli aveva teso una mano; un tomba nascosta, Vi si addentrò percorrendola in tutta la sua lunghezza, e dopo varie insidie si ritrovò nella stanza principale.
Ne rimase sconcertato e raccapricciato; mai in tutta la sua vita aveva visto una tomba così anomala. L’ambiente non era molto grande; ci entravano dieci persone al massimo e al centro di esso vi era il luogo della sepoltura.
Le pareti della stanza erano ornate da strane figure, diverse dalle lingua dei suoi avi. Era certo però di trovarsi dentro la tomba di un sacerdote di Set.
Nel muro di fronte a lui si ergeva la figura di Set, ma non era nella sua forma divina, bensì in quella umana. Era seduto su uno scranno e la sua pelle era ricoperta di squame di serpente. Davanti a lui una schiera di uomini e strani rettili provvisti di gambe e di braccia, che indossavano singolari tuniche. Gli adepti offrivano in dono un fanciullo. La sepoltura era arabescata da singolari scritte e simboli.
In principio il tombarolo indietreggiò, ma poi, ripensando all’enorme ricchezza che avrebbe probabilmente recuperato dentro al sarcofago, si rincuorò e decise di aprirla.
Prese un kepesh che giaceva lì per terra, e con quello fece forza per schiudere la tomba. La aprì e lì il suo cuore rimase fermo per un istante. Non vi era la solita mummja, che in arabo significa mummia, ma il corpo di un uomo ricoperto da un bozzolo come quello di una farfalla.
Solo il volto era visibile. Egli stramazzò per terra dal terrore; pensò di fuggire, prima che in quel luogo maledetto si manifestasse l’ira di Set. Poi si disse ad alta voce che Allah lo avrebbe protetto e che nessun demone poteva ferirlo. Si alzò e guardò dentro al sarcofago.
Ai piedi del morto vi era una pietra nera. La prese e corse via come una lepre inseguita da un cacciatore.
Da prima lo guardai come si guarda un folle. Diedi un’occhiata al mio amico e capii.
Infuriato mi alzai di scatto dalla sedia e gli dissi che se voleva incrementare il prezzo non aveva bisogno di raccontarmi questa fandonia. Quindi girai le spalle e feci per andarmene.
Fui preso per un braccio dal Hassan. Era calato un silenzio quasi spettrale e tutti gli occhi dei quei loschi gentleman erano adesso su di me; il tombarolo disse che se volevo una prova dovevo seguirlo.
Riflettei un attimo, poi preso sia dalla mia curiosità, sia dall’impressione che un mio rifiuto avrebbe scosso gli animi dei gentleman, accettai.
Il tombarolo uscì dal Bazar con un passo molto spedito. Sembrava che lo inseguisse il Diavolo in persona. Ad ogni incrocio si soffermava con la paura negli occhi, come se qualcuno o qualcosa lo osservasse.
Raggiungemmo la sua dimora e ci fece accomodare a un tavolino; dal suo nascondiglio tirò fuori la pietra e me la mostrò tenendola in mano.
E per la prima volta la vidi; ero stupito, eccitato. Forse ero davanti alla scoperta del secolo, oppure alla truffa più colossale della storia. Si trattava di un sasso nero come la notte, liscio e fosco, grosso come un uovo di struzzo e con sette caratteri criptici incisi sulla sua superficie.
Allungai la mano per poterlo esaminare meglio, ma l’uomo lo ritrasse a se. Se volevo la roccia dovevo sborsare i soldi, e il prezzo era molto alto. Purtroppo quella somma non l’avevo dietro con me, quindi combinammo di vederci più tardi.
Mentre il tombarolo riponeva la pietra, scorsi il suo nascondiglio, ma non lo riferii ad Hassan che era intento a parlare con lui.
Ritornammo all’albergo e mi accordai con Hassan per l’ora del appuntamento. Le una e 30 di notte.
Passai tutto la giornata in frenetica attesa. Sembravo un bambino che aspetta i doni di Natale; la curiosità mi stava uccidendo.
Giunta l’ora ci affrettammo ad raggiungere la casa del tombarolo. Arrivati davanti alla porta di casa, Hassan fece il gesto di bussare ma vide con suo stupore che la porta era leggermente aperta. Entrammo e ci ritrovammo davanti al più efferato e atroce delitto. Allah non lo proteggeva più…
Il tombarolo giaceva a terra con il ventre squarciato. Sembrava che qualcosa fosse fuoriuscito dalla cassa toracica; il volto era violaceo e il sangue era sparso per tutta la casa .
Hassan corse fuori dall’ abitazione dando di stomaco; io ero terrificato e disgustato, ma approfittando della breve assenza di Hassan, mi indirizzai verso il nascondiglio, e qui con mio sorpresa oltre che alla pietra vi trovai un papiro.
Lo aprii con delicatezza e vidi che sulla pergamena vi era disegnata la pietra e vi erano epigrafe a me sconosciute. Il papiro era senza dubbio autentico. Adesso dovevo conoscere, carpire la realtà…

Da allora sono passati più di sette anni, un tempo considerevole se lo si passa piegato su tomi bizzarri circondato da arcane suppellettili. Ma se gli oggetti possono scomparire nei fondali marini, ed i libri bruciare in alte lingue di fiamma, la conoscenza rimane, e nel mio caso è come un mostro tentacolato che mi stritola lentamente le cervella.
Come vorrei che quella pietra fosse rimasta dove era, che l’assassino del tombarolo si fosse portato via quel mistero. Più volte mi sono chiesto perché mi fu lasciato quell’indizio; una torta di mirtilli freschi davanti agli occhi di un bambino goloso…
Si dice che chi guarda oltre il velo della grande bugia senza impazzire ha mosso il fatidico passo dentro l’abisso. E l’abisso è davvero profondo, credetemi…

4 Novembre 1925 – ore 18:30

Adesso ne sono certo; la Confraternita ha un uomo a bordo. Se è la pietra che cerca, non la troverà di certo addosso a me, o nella mia cabina. Dovrà aspettare che arriviamo a Cardigan, e per allora spero di aver scoperto chi è.
Stamattina dopo colazione sono rientrato in camera a prendere il mio quaderno degli appunti, ed è allora che mi sono accorto della presenza del topo. E’ stato bravo a cercare senza lasciare tracce, ma non abbastanza per il mio occhio esperto.
Il telo con cui copro il mio bagaglio, una cassapanca di famiglia del tardo ‘800 di cui vado molto fiero, è di un tessuto egiziano dai motivi sgargianti. Difficile riconoscerne il sopra e il sotto.
Il topo sicuramente non ci ha fatto caso ed ha ricoperto la cassa, dopo averla sicuramente ispezionata, senza badare al disegno del telo.
La Mermaid Blue trasporta tabacco per una grossa compagnia. Ci sono due inservienti che si prendono cura dell’enorme carico che occupa gran parte della stiva. Dorcas mi ha assicurato che non c’è nessun altro sulla lista passeggeri oltre al personale di bordo, i due inservienti e i passeggeri.
Non ho parlato al capitano dei miei sospetti. Vorrei riuscire a passare inosservato il più a lungo possibile.
La riservatezza dell’uomo col Daily News è troppo appariscente per renderlo un indiziato. I coniugi Sherman li escluderei a priori. Poi vi sono i McEwans, una tranquilla famiglia del New England in viaggio verso i lontani parenti scozzesi. Si fanno vedere poco, hanno tre figli piccoli che scorrazzano a volte sul ponte, e si fanno portare la cena nella loro cabina, ogni sera. Un profilo che esaurisce ogni sospetto.
Ho pensato a qualcuno della ciurma di Dorcas, ma ho esclusa anche questa alternativa. No, sono convinto che il topo è un clandestino, e prima di avvistare le scogliere britanniche sarò riuscito ad acciuffarlo.

5 Novembre 1925 – ore 10:30

Stanotte ho fatto un incubo.
Mi sono svegliato con il cuore in gola e le labbra aride. Le lenzuola erano fradice di sudore e esalavano un odore agre e pungente.
Sono andato in bagno per sciacquarmi il volto; le mie mani tremavano ancora .
Alzando lo sguardo oltre l’oblò che si affaccia sulla passerella della nave ho visto nella penombra due occhi ambrati che mi osservavano.
Di scatto mi sono ritrovato con le spalle al muro e con le gambe di gelatina. Ho incominciato a gridare istericamente. Gli occhi erano come quelli di una belva che osserva la sua preda.
Sono rimasto per un ora accucciato nell’angolo in posizione fetale, aspettando la mia fine per un tempo che sembrava un’eternità.
Poi ho alzato la testa per guardare, ma non vi era più nulla. Da allora sto cercando di convincermi che si è trattato solamente di un’altra allucinazione.
Tornato a letto ho cercato di ricordare l’incubo; mi trovavo a poppa della nave e intorno a me solo la foschia e un silenzio innaturale. Camminavo in cerca di qualcuno ma d’un tratto calpestai qualcosa. Mi chinai per osservare e vidi che le mie gambe ero ricoperte da una melma vischiosa di color porpora, una sostanza che mi imprigionava al suolo.
Mentre cercavo di liberarmi da quella massa gelatinosa, cominciò ad echeggiare nell’ aria uno strano suono; Tekeli-li, Tekeli-li… Più tentavo di liberarmi e più l’eco si faceva forte e vicino.

5 Novembre 1925 – Ore 23:00

Camminatori dell’incubo, sospiri nel vento, acri odori di decomposizione…
Ho trovato la grossa chiave del barman ed ho afferrato la medicina. Stanotte solo questa bottiglia potrà aiutarmi a rivedere la luce del giorno…
Non è un uomo il clandestino. Non è un uomo colui che cerca me e cerca la pietra.
La rivelazione mi contorce le viscere. Hanno evocato uno di quelli…
L’ho visto mentre il cielo si oscurava, e il sole scompariva nel mare all’orizzonte. In quel momento le luci e le ombre si sposano, procreando le assurde creature del vespro.
L’essere mi osservava da oltre la balaustra del ponte di poppa, più rialzato rispetto al resto della nave. Un’ombra con corna e coda, e due occhi di fuoco liquido. Potrei giurare di avere intravisto un ghigno…
Se mi è concesso di vivere è perché ancora non è riuscita a mettere le mani sulla pietra.
Vorrei poter dimenticare dove l’ho nascosta, perché non mi sorprenderei se quella creatura fosse in grado di penetrare la mia mente ed estirparmi il segreto, insieme alla mia massa celebrale…
Devo trovare un arma. Devo provare a difendermi.
Il capitano, forse…

6 Novembre 1925 – ore 11:30

Sono entrato nella cabina di Dorcas stamattina. Mi sono sentito un ladro, ma dopo ieri sera non avevo altra scelta.
Il whiskey è riuscito a stordirmi, ma al risveglio la mia testa pulsava.
Il capitano ha una piccola artiglieria che tiene nascosta in un armadio a muro. Cercare e recuperare oggetti è la mia professione, non troppo diversa da quella di un ladro…
Mi ci sono voluti dieci minuti per trovare la chiave dell’armadio.
Ho afferrato una revolver calibro 38 che giaceva in fondo a un cassetto, nella speranza che Dorcas non se ne accorga subito.
Sei proiettili…
…mi chiedo se saranno sufficienti…

7 Novembre 1925 – ore 10:30

Un grido disperazione mi ha destato dal sonno. La signora McEwans era in lacrime di dolore; stamattina, finita la sua colazione, è andata a svegliare i suoi pargoli ma non erano più nella loro cabina. Il capitano e tutto l’equipaggio hanno perlustrato la nave in lungo e largo, ma senza risultato. Che il clandestino gli abbia divorati? Che tremendi pensieri mi ronzano nella mente; quale pasto orrendo egli avrà mai fatto. I McEwans sono al totale sbando, completamente scioccati ed inermi. Devo fare qualcosa…

7 Novembre 1925 – ore 22:10

La nave è nel panico.
Questo pomeriggio uno dei due inservienti della compagnia di tabacco è stato ritrovato dentro la sala macchine, sparso un po’ ovunque… Mentre scrivo mi è tornata in mente la scena e ho dovuto correre nuovamente in bagno a svuotare uno stomaco già vuoto.
Dorcas ha ordinato a tutti di chiudersi nelle proprie cabine fino a nuovo ordine. Ha armato i suoi uomini e adesso stanno dando la caccia all’assassino. Ma ho appena sentito delle urla, e non credo che appartengano alla creatura dell’incubo che sta cercando la mia pietra.
Stringo il calcio della revolver fino a farmi sbiancare la mano. Non ne ho mai usata una, ma non esiterò a farlo, se me ne sarà data la possibilità…

8 Novembre 1925 – ore 00:35

Ucciderà fino a quando non gli avrò dato la pietra. Poi continuerà ad uccidere… Ecco qual’è il piano dell’infima creatura a bordo.
Nelle ultime due ore vi sono state altre urla, una delle quali poteva essere la signora Sherman. Povera donna… Ed è tutta colpa mia!
Non posso continuare a nascondermi. Questa pazzia deve finire, adesso!

8 Novembre 1925 – ore 12:10

Splendi sole, la nebbia è lontana, il buio e fuggito, non odo il ruggito, è tutto finito…
Un solo proiettile in canna, mi guarda dal buco e sono convinto che mi stia dicendo “fammi uscire!”. Il dito scivola sul grilletto, ma ancora non preme, non è ancora il momento…
Sono l’ultimo superstite della Mermaid Blue. La nave è fuori rotta, si spinge sempre più a sud, e il caldo ne è testimone.
Alzo lo sguardo ed osservo nuovamente quella massa gibbosa di carne e pelo che giace nel suo stesso sangue scuro, accanto a me, sulla banchina assolata. Cinque colpi ravvicinati, uno al petto, due al linguine, uno all’arto superiore (impossibile chiamarlo braccio) ed uno, probabilmente fatale, alla testa. Oltre il suo corpo riesco a scorgere la testa decapitata di Dorcas, l’ultima vittima di quel mostro, prima che si gettasse su di me.
Come mi ero immaginato, avergli consegnato la pietra non è servito a placare la sua sete di sangue. Ha continuato la sua danza di morte, divorando carni ed estirpando urla di follia.
Afferrava le sue prede affondando i lunghi artigli nelle loro carni, volava molti metri sopra la nave e li lasciava sfracellarsi al suolo. Le teste esplodevano come zucche, disseminando materia grigia un po’ ovunque. Adesso grandi chiazze vermiglie nascondono la vernice bianca e azzurra della cabina di pilotaggio.
Ho ancora nelle orecchie le urla della gente che correva disperata sul ponte, i proiettili che sfrecciavano attorno alla creatura senza riuscire a colpirla e i tonfi sordi dei corpi caduti, nel buio della notte senza luna.
Ho recuperato la pietra dal nascondiglio in cui l’avevo deposta al momento della partenza, un anfratto tra un intreccio di tubature della sala macchine. Nel disperato tentativo di fermare quella strage, gliela ho gettata contro, sperando che sia la pietra che il mostro potessero scomparire nella notte, o magari finissero ingoiati dal mare. Ma la creatura era stata abile ad afferrare l’oggetto al volo. Sono certo che il suo volto demoniaco si è contorto in un ghigno di soddisfazione, mentre depositava la pietra dentro le sue carni, in una specie di tasca sottopelle.
Ho davvero sperato che se andasse, invece quel mostro perverso ha continuato le sue efferate pratiche di morte, uccidendo ad uno ad uno ogni componente dell’equipaggio, ogni passeggero, e lasciandomi di proposito come ultima vittima.
Il revolver ha ancora un proiettile in canna. L’ho chiamato Rose, come quella ragazza della Virginia che molti anni fa, regalandomi un sorriso, mi fece innamorare. Chissà dove era adesso, piccola Rose…
Devo fare un ultima cosa però…

Ho estratto la pietra dall’addome della bestia. Ho infilato le mani dentro il foro provocato dalla 38, strappando la carne quel tanto che bastava per estrarre l’oggetto. L’ho guardato un ultima volta, la liscia superficie che sembrava ingoiare anche la luce del sole, e le incisioni a prima vista senza senso. Poi ha descritto un arco oltre la balaustra, scomparendo negli abissi. Forse è proprio laggiù che dovrebbero rimanere nascoste certe cose…
Adesso basta scrivere. Fa troppo caldo…
La tenera Rose mi sta chiamando.
Vuole darmi un bacio, e non posso più farla aspettare…

FATUM POETUM & GM WILLO

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