DESTINO DI DEMONE

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Un racconto iniziato tempo fa e concluso in questi giorni. Una fantasy super classica, alla quale mi piace abbandonarmi ogni tanto. Mi fa ricordare le avventure del GdR, i combattimenti all’ultimo d20, le situazioni un po’ cliché ma sempre di grande intensità.
La fantasy è come un bagno caldo in una giornata invernale. Ti immergi fino al collo nell’acqua bollente e giochi a soffiare sulla schiuma in superficie. Magari ci fossero anche le barchettine…
Buona lettura.

DESTINO DI DEMONE

Mancavano tre giorni alla luna piena, e Sam sapeva che quando l’astro fosse cresciuto nel cielo il male sarebbe nato dentro di lui.
Il giovane adepto non avrebbe mai voluto recare con se una tale responsabilità, ma il suo fato era stato tracciato in tempi remoti; glielo aveva rivelato il suo maestro. Dalla magia che portava dentro di se sarebbe nato un demone che avrebbe sconvolto l’Isola di Agatha, un serpente di nome Yerk. Quell’essere avrebbe dato inizio a una nuova era di tenebre.
Ma Sam non poteva capire perché lui fosse stato destinato a sconvolgere la sua terra, e per quale strano gioco delle forze superiori, lui stesso avrebbe dovuto combattere la cosa che era destinato a generare. A queste sue domande il maestro Izan non era stato in grado di rispondere, ma era sicuro che al momento opportuno tutto gli sarebbe stato rivelato.
“Come faccio ad accettare tutto ciò senza una spiegazione?” pensava Sam, mentre contava le ore che lo separavano dall’evento.

Con il volto incorniciato da una cascata scomposta di capelli paglierini, immerso in una veste nera da incantatore, troppo grande per il suo corpo minuto, Sam guardava attraverso le ombre della notte, dentro quel bosco che si trovava proprio dietro la scuola di magia. Quel luogo era stato teatro di momenti lieti, ma adesso tutto sembrava perdere significato. Con la schiena appoggiata ad un tronco caduto, guardava la luna come mai l’aveva vista, e sentì scorrere un brivido lungo tutto il suo corpo.
“Cosa avrebbe fatto ora che Izan se ne era andato, rivelandogli il suo terribile destino?”
Nella scuola di magia nessuno era a conoscenza di quanto stava per accadere. Solo il suo maestro lo aveva intuito, e per questo motivo era dovuto partire.
Un mese prima Izan aveva “letto” la Luce della Luna, come soleva fare ad ogni ciclo, e solo allora aveva scoperto la terribile sorte che sarebbe toccata al giovane adepto. Ma la Luce della Luna non era stata generosa di chiarimenti, e così il maestro si era trovato costretto a partire alla volta dell’isola di Xadu, per consultare la congrega dei Dieci Sapienti. Aveva detto al giovane Sam che sarebbe tornato al più presto, ma ormai mancava poco al giorno della nascita, e di Izan non era giunta alcuna notizia.
“Che cosa mi succederà? Come prenderà vita questa creatura dentro di me? Nascerà squarciandomi il petto, oppure sarò io stesso a trasformarmi in lei? E se così fosse, come potrei poi combatterla?” Tutte queste domande si affacciavano alla giovane mente di Sam, mentre la paura lo ghermiva.
Osservava il cielo stellato che lentamente veniva oscurato dalle nubi provenienti dalle montagne. Si alzò dal suo giaciglio, un tappeto di foglie secche a ridosso dell’enorme tronco. Era giunta l’ora di rientrare nella sua stanza, prima che i suoi compagni, o addirittura i maestri, si accorgessero della sua assenza.
Volse le spalle alla foresta e stava per incamminarsi verso la grande costruzione di pietra, ma una sensazione improvvisa lo bloccò. Non ne capiva il motivo, ma era sicuro che ci fosse qualcuno alle sue spalle. Senza voltarsi si mise a correre.
Riuscì a fare cinque passi prima di sentirsi afferrare il volto da una mano che gli impediva di chiamare aiuto. Si sentì trascinare facilmente dentro il bosco, come un mazzo di fascine per accendere il fuoco. Quando furono al coperto della vegetazione lo straniero si fermò.
«Adesso ti libero ma non urlare. Mi manda Izan; sono tuo amico.»
Sam era terrorizzato. Non era riuscito neanche a capire cosa stesse dicendo quello straniero. Era pronto a urlare e a dibattersi, se ne avesse avuto la possibilità, ma proprio quando fu sul punto di esplodere, venne acquietato da quella singola parola che l’uomo aveva pronunciato; il nome del suo caro maestro.
La mano lasciò il suo viso e Sam si voltò di scatto, pronto a rispondere con quei pochi e semplici incantesimi di difesa che conosceva. Non ce ne fu bisogno, perché colui che lo aveva sorpreso alle spalle se ne stava immobile davanti a lui.
«Ti ripeto che sono tuo amico. Mi dispiace averti spaventato, ma non potevo permetterti di tornare alla scuola. Ti stavo osservando da qualche minuto, ma non ero certo della tua identità. Solo quando ti sei alzato sono riuscito a vedere il medaglione che porti al collo. Allora non ho avuto più dubbi.»
Si trattava di una stella d’argento a otto punte. Izan le lo aveva regalato prima di partire.
Sam non riusciva ancora a vedere il volto dello straniero, nascosto dietro un ampio cappuccio. Di sicuro era un uomo di grossa stazza; un cacciatore, considerando le armi che portava, un grosso coltello ed un arco lungo.
«Che vuoi da me?» domando Sam retrocedendo di un passo.
«Devo portarti dal tuo maestro. Ti sta aspettando, al di là dei monti ad ovest, e a giudicare dalla situazione non ci rimane molto tempo.»
Lo straniero tirò indietro il cappuccio scoprendo il viso. La sua carnagione era scura, così come i capelli e la barba. Sul volto fiero, fiammeggiavano due intensi occhi chiari.
«Mi chiamo Jad » disse.
Sam non si sarebbe mai fidato di quell’uomo, ma si fidò subito dei suoi occhi. Era il suo potere che lo avvertiva delle buone intenzioni del cacciatore, anche se il suo corpo fremeva di terrore.
«Perché non è venuto lui?» domandò il giovane mago.
Jad si guardò intorno con aria preoccupata.
«Meglio parlarne lungo la strada. Credo che stia per arrivare qualcuno» e si avviò verso il sentiero.
«Allora vieni?»
Sam si mosse automaticamente verso lo straniero, ma una parte di lui non era ancora convinta.
«Chi dovrebbe arrivare?»
«Fai troppe domande ragazzo, e la prudenza può esserti d’aiuto come può metterti nei guai. Decidi adesso perché il tempo è prezioso, e la luna continua il suo ciclo.»
Sam rivolse uno sguardo all’astro luminoso, che lentamente diventava un disco, poi guardò il cacciatore fermo all’imbocco del sentiero. Doveva decidere subito, doveva scegliere tra la sua indecisione di uomo e la sua risolutezza di mago.
Non aveva niente con se; solo la sua larga tunica e il medaglione di Izan. Tutta la sua roba, gli appunti di magia, il coltello da caccia e gli altri oggetti si trovavano nella sua stanza. Era un peccato lasciarli, ma doveva decidere.
Si avviò verso il cacciatore bruno lanciando un ultima occhiata alla scuola, che era stata la sua casa per oltre cinque anni. A scelta fatta si rese conto di non averne avuta altra.

Jad si muoveva velocemente sul sentiero. I suoi passi erano leggeri come quelli di un gatto. Sam riusciva a stento a stargli dietro. Anche lui adesso avvertiva la presenza di qualcosa o di qualcuno nei paraggi, così non fece altre domande e continuò a correre dietro al cacciatore, schermando con un leggero incantesimo i rumori dei suoi impacciati movimenti.
Procedettero così per una mezz’ora, fino a quando entrambi non si sentirono più inseguiti.
«Ho avvertito anch’io quella presenza. Chi era?» domandò Sam, cercando di riprendere fiato.
«Non ne ho idea, ma so che io non ero il solo impegnato a cercarti. Izan mi ha raccomandato di tenere gli occhi ben aperti, perché c’è qualcuno molto interessato a ciò che sei o a ciò che diventerai.»
Jad distolse gli occhi dal giovane. Sembrava dispiaciuto di avergli ricordato il suo fardello.
Sam non riusciva a comprendere quelle parole. Chi mai poteva interessarsi a lui e alla sua maledizione, se non coloro che volevano salvare l’Isola di Agatha dal serpente Yerk. Erano così tante le domande che lo divoravano, e improvvisamente capì che l’unico modo per avere delle risposte era raggiungere il suo maestro.
Izan avrebbe chiarito quello strano disegno. Avrebbe salvato il suo caro adepto che, come gli aveva sempre detto, era quasi un figlio per lui. Ne era sicuro.
Le speranze di Sam erano legate all’esistenza di Izan, e solo grazie a queste riusciva ancora ad andare avanti. C’erano giorni in cui l’idea di quello che gli stava per accadere diventava insopportabile. Allora il ragazzo si aggrappava alle parole che Izan gli aveva detto prima di lasciarlo: “Stai tranquillo figlio mio, perché se sarà necessario svuoterò e riempirò tre volte i mari per riuscire a salvarti.”
In questa promessa risiedeva la grande forza di volontà del giovane mago.
«Puoi rispondermi adesso? Perché non è venuto il mio maestro a prendermi?»
«L’ho solo preceduto, ragazzo. Da solo mi muovo più velocemente. Ma credo che se riusciamo ad attraversare il passo di Dagha questa notte, domani all’alba dovremo riuscire ad incontrare gli altri.»
«Gli altri chi?» domandò Sam incuriosito. Chi erano mai queste persone alle quali il suo maestro si era rivolto. Sapeva di dover pazientare per avere tutte le risposte, ma non era cosa facile.
«Lo vedrai. Muoviamoci adesso!»
Sam non disse altro. Procedette accanto a quello strano uomo bruno, mentre il sentiero incominciava a salire. Osservava l’imponenza del cacciatore ricordando come lo aveva facilmente trascinato nel bosco. Eppure nei gesti e nelle parole di quell’uomo, Sam aveva afferrato qualcosa di strano, e adesso riusciva a capire cosa.
Jad non reggeva il suo sguardo per più di un secondo, e non si era avvicinato più a lui dopo il primo incontro. Forse era soltanto un’idea, oppure era la magia a sussurrarglielo, ma sentiva che il cacciatore aveva paura di lui. Anzi, aveva paura di ciò che sarebbe presto diventato. Questo pensiero lo intristì profondamente.
Nella scuola nessuno era a conoscenza della sua maledizione, perciò non aveva mai suscitato questa sensazione negli altri. Avrebbe voluto rassicurare Jad, dirgli che non doveva temerlo, perché in ogni caso era pronto a sacrificarsi, pur di non far nascere il demone che lo teneva prigioniero al suo destino.
Questa era una decisione che aveva già preso da diversi giorni, suscitata dalla propria vergogna e alimentata dal suo coraggio. Niente di più nobile che sacrificare una vita per salvarne centinaia. Sam era pronto a farlo, anche se la sua vita era durata appena diciassette estati.
Mentre salivano incominciò a piovere. Le nubi che coprivano le montagne erano cariche dell’acqua accumulata durante la torrida estate appena trascorsa. L’aria era stranamente ferma ed elettrica, e aveva uno strano odore. Presto i due sentirono la temperatura abbassarsi. La tempesta aveva coperto gli astri del cielo, e Sam riusciva appena a intravedere la figura che gli stava davanti. Jad non rallentava, e con sicurezza lo guidava attraverso le montagne.
Prima di raggiungere la parte più alta del passo, il cacciatore si fermò ai bordi della foresta, sotto un albero dalla ricca chioma che dava un po’ di riparo. Sam, che si sentiva ormai allo stremo, lo ringraziò in segreto. Nella sua fredda tunica, ormai completamente bagnata, il giovane mago si scoprì a rimpiangere la sua calda cameretta. Guardò meravigliato il suo compagno che non dava nessun segno di affaticamento.
«Ce la fai?» chiese Jad al giovane.
«Certo! Solo un momento e ripartiamo» ma Sam si accorse di non aver mai detto una bugia così grossa. Avrebbe desiderato starsene lì per un po’, magari accendendo un fuoco e lasciando spiovere. Invece non ebbe nemmeno il tempo di riprendersi. Jad si rimise in marcia, e la pioggia batteva più forte di prima.
Raggiunsero la parte più alta dal passo e guardarono verso la vallata al di là delle montagne, ma non riuscirono a vedere niente. La pioggia e le nuvole più basse frenavano la loro visuale.
Adesso procedevano in discesa e Sam ne fu sollevato. Ma il terreno era estremamente scivoloso, e presto si scoprì ad odiare quel tratto come aveva odiato quello in salita. Il cielo incominciava a rischiararsi, ma era un evento appena percettibile attraverso la spessa coltre di nubi che lo ricopriva. Continuava a piovere, ma in maniera più lieve.
La strada diventò pianeggiante, e la vegetazione attorno al sentiero incominciò a diradarsi fino a scomparire del tutto. Si trovavano all’estremità di una vasta pianura, che declinava leggermente verso un ampio fiume. Sam conosceva il nome di quel fiume; si chiamava Tor.
Jad si fermò e incominciò a scrutare gli orizzonti. Sam seguiva lo sguardo del cacciatore, ma non riusciva a vedere niente.
Il sentiero era giunto ad un incrocio. Quello che stavano percorrendo proseguiva in avanti verso il fiume, mentre l’altro sembrava lambire la foresta e le montagne alle loro spalle.
Ad un tratto il volto di Jad s’illuminò. Guardava intensamente verso destra, dove il sentiero incrociato si perdeva in un declivio. Agitò una mano in segno di saluto, ma Sam non riusciva ancora a vedere niente.
«Sta arrivando qualcuno?» chiese Sam al cacciatore.
«Si, il tuo maestro.» Jad sorrise mentre gli rispondeva.
Finalmente anche il ragazzo riuscì a vedere qualcosa. In principio erano solo tre figure indistinte, che camminavano lentamente lungo il sentiero.
Al centro Izan precedeva gli altri due. Alto e sottile, con la lunga tunica grigia e un po’ lacera che gli ricadeva addosso goffamente, il maestro aveva un’aria lievemente trasandata. La lunga barba intrecciata gli penzolava davanti, e a differenza degli altri maghi, che solevano portare un bastone, lui invece preferiva farne a meno. Diceva sempre che era meglio avere entrambe le mani libere, nel caso gli incantesimi non funzionassero.
Gli altri due invece erano vestiti di tutto punto e avevano il portamento dei grandi maghi. Lunghe tuniche di cobalto adornate da una moltitudine di rune dorate, e bastoni d’acciaio lavorato, sormontati da grosse pietre incantate. Sam intuì subito che dovevano far parte della congrega dei Dieci Sapienti.
Quando avvistò il suo maestro, non resistette alla tentazione di andargli incontro. Allargò le braccia, perché il suo bisogno di conforto era più impellente di qualsiasi codice di comportamento. Ma Izan si fermò, guardandolo con occhi furenti. Non aveva mai visto quello sguardo sul volto del suo caro maestro.
I due Sapienti fecero un passo all’indietro e puntarono minacciosamente i loro bastoni verso di lui. Allora Sam si fermò, e in quel momento avrebbe desiderato sprofondare cento metri sotto terra. La vergogna lasciò il posto alla disperazione. Si accasciò davanti ai tre maghi e incominciò a singhiozzare.
«Non c’è speranza, vero?»
La voce di Izan era tenera, ma le parole erano spietate.
«Mi dispiace Samuel. Il demone è una creatura subdola, e non possiamo più fare niente per contrastarlo. È troppo tardi ormai. Non posso neanche avvicinarmi troppo a te, perché sentirebbe il mio potere e cercherebbe di possedermi. In tal caso diventerebbe ancora più difficile impedire la sua nascita.»
Sam alzò il volto rigato di lacrime. La faccia era quella di un bambino.
«Allora facciamola finita. Qui. Subito!»
«Non è così semplice, figliolo.»
«Non sono tuo figlio! Uccidimi, altrimenti lo farò da solo.»
«Potrebbe non essere sufficiente a fermare il demone. Potrebbe essersi già formato, e togliendoti la vita non faresti altro che accelerare la sua nascita. C’è solo un modo per assicurarsi che questo non avvenga.»
«Cosa?»
Izan esitò per alcuni istanti.
«La Rupe del Mattino.»
«Che significa?»
La voce di Sam era rotta dai singhiozzi.
«E’ un antico rituale, di cui neanche io conoscevo l’esistenza. I Sapienti ne hanno discusso a lungo. Secondo le profezie, quando il tempo della nascita è così vicino, il salto oltre la rupe permetterebbe di confinare il Serpente nel suo mondo.»
«La Rupe del Mattino?» domandò il ragazzo, mentre cercava di recuperare il controllo.
«Si trova a un giorno di cammino, oltre la Foresta Torcente. Si affaccia sul mare di levante.»
Sam non disse più niente. Smise di piangere e si sollevò in piedi, alzando lo sguardo verso il suo maestro. Negli occhi arrossati dal pianto dimoravano rabbia e coraggio.
«Allora non perdiamo tempo» disse.
E senza aggiungere altro si mise in cammino, seguito dalla sua scorta.

Sam non badava più alla stanchezza. Aveva attraversato le montagne camminando per tutta la notte, opponendosi allo sferzare della pioggia e del vento. Il suo corpo era provato, ma la consapevolezza della sua imminente fine gli aveva offuscato ogni senso. Perciò, quando Izan ordinò di fermarsi per riposare, avrebbe preferito andare avanti. Non gli importava più di niente. Voleva solo farla finita al più presto.
Il ragazzo avvertiva lo sguardo del maestro su di se, ma lui continuava ad ignorarlo. Anche Jad rimaneva distante, mentre i due Sapienti sembravano sempre all’erta, pronti a richiamare i poteri dei loro bastoni.
Avevano oltrepassato il fiume Tor continuando attraverso le pianure. Non pioveva più, ma si era alzato un vento freddo che gelava le ossa. Le pianure erano in realtà dei bassi declivi. L’Isola di Agatha, di origine vulcanica, si estendeva per molti chilometri da nord a sud. Era una striscia di terra e roccia nel mezzo del grande oceano.
Il gruppo si fermò dove incominciava la Foresta Torcente. Era primo pomeriggio, e venne consumato un pasto freddo e veloce. I Sapienti richiamarono un incantesimo ristoratore e presto tutti quanti furono in grado di riprendere il camino, quasi come se avessero dormito un’intera notte in locanda.
La foresta non aveva un buona reputazione. Non era a causa delle creature che vi vivano, solitamente innocue se non venivano disturbate. Era un luogo intricato e buio, nel quale era molto facile perdersi. La selva si estendeva fino a ridosso della scogliera, e se non si faceva attenzione a dove si mettevano i piedi, c’era il rischio di precipitare sugli scogli cento metri più sotto.
«Rimaniamo uniti là dentro» consigliò Izan, indicando la folta vegetazione.
«Attenti però a non avvicinarvi troppo a me» ironizzò Sam. Gli altri lo guardarono ma nessuno sorrise.
Jad si servì di un machete per fare strada attraverso la macchia. Procedevano uno dietro l’altro, con Sam nel mezzo ai due Sapienti e il maestro Izan a chiudere la fila. Una volta dentro divenne come notte. I maghi richiamarono una luce incantata, usando la magia delle pietre incastonate alle estremità dei bastoni.
Proseguirono con cautela, fermandosi di tanto in tanto per far riprendere fiato al cacciatore. Jad seguiva un sentiero, ma dovevano essere passati anni dall’ultima volta che era stato usato. Sferzava rami ed arbusti con la potenza delle sue braccia, ma non era un lavoro facile. Un’ora dopo non erano neanche riusciti a coprire un chilometro, e il cacciatore dovette fermarsi per riposare. La magia non era più in grado di ristorarlo.
Sam si accasciò su un letto di foglie e muschio, e si mise ad osservare gli altri. I Sapienti erano impazienti di rimettersi in marcia, mentre l’espressione di Izan era sfuggente. Sembrava tranquillo, eppure nascondeva qualcosa. Sam si domandò se tutto quello che sapeva sul suo maestro non fosse solo che una grossa bugia. Il mago si era sempre mostrato gentile e premuroso nei suoi confronti. Gli aveva fatto una promessa. Avrebbe svuotato e riempito tre volte i mari per salvarlo. Invece…
Alcuni rumori, provenienti da dietro, lo distrassero dai suoi ragionamenti. Arbusti spezzati, cozzi di armature e voci gutturali, sopraggiungevano attraverso il sentiero che il cacciatore si era aperto con la forza.
«Che succede?» domandò.
Gli stregoni si erano già mossi. Izan al centro e gli altri due nascosti in parte dalla boscaglia.
«Jad, tu proteggi il ragazzo!» ordinò il maestro, mentre con le mani stava tracciando nell’aria alcuni simboli.
«Chi sono?»
«Gli stessi che erano dietro di noi, prima di attraversare le montagne. Zannati!» rispose il cacciatore, portandosi tra lui e le creature che stavano sopraggiungendo.
«Zannati? E cosa vogliono?»
«Gli Shamani adorano il Serpente. Vogliono te, ragazzo. Anzi, vogliono ciò che diventerai!»
Le creature erano un riprovevole incrocio tra un lupo, un orso ed un uomo. Indossavano del cuoio borchiato che fungeva d’armatura, e agitavano ferocemente delle spade tronche, prevalentemente arrugginite. Dalle fauci spuntavano due zanne gialle imbrattate di bava. Sam ne contò una decina, ma ce n’erano altre due un po’ più dietro. Vestivano in modo diverso; pelli colorate e gingilli appesi. Erano gli Shamani.
La folgore esplose dalle mani di Izan, un sfera di luce azzurra dalla quale si sprigionarono delle lingue di fiamma bianca. I primi due Zannati crollarono a terra sfrigolando. Poi fu la volta dei bastoni magici. Colpirono con precisione le teste dei mostri che esplosero come delle zucche. Una creatura raggiunse il cacciatore che ingaggiò un mortale corpo a corpo. Jad impugnava il machete in una mano e il lungo pugnale nell’altra. Schivò con destrezza i colpi dell’avversario, prima di penetrarlo con le due lame, prima nel ventre e poi nella gola.
Ma gli Shamani stavano suonando i gingilli, e cantando i loro aberranti incantesimi. Sam rimase per un attimo stordito da quelle litanie. Cera qualcosa dentro di se che percepiva il richiamo. Stavano risvegliando il Serpente, accelerando la sua nascita.
I guerrieri Zannati crollavano uno dopo l’altro sotto gli incantesimi dei maghi, ma stavano dando la possibilità agli Sahamani di avvicinarsi al ragazzo e richiamare il demone.
Sam cercò di avvertire Izan.
«Maestro, lo stanno chiamando!»
Lui era impegnato nello scontro, ma il suo sguardo si girò quel tanto da far intendere al ragazzo che aveva capito. Allora la folgore esplose di nuovo, più potente di prima. Due Zannati vennero investiti da una scarica di energia. I loro corpi vennero scaraventati addosso agli Shamani, che non riuscirono a terminare l’evocazione.
Nel frattempo un’altra creatura era saltata addosso al cacciatore. Jad era stato abile a deviare la lama rugginosa dell’avversario, ma non abbastanza veloce da evitare i suoi artigli. Uno squarcio rosso si aprì sul braccio che reggeva il pugnale. Ma il machete andò a segno, trasportato da tutta la forza del fendente. I tessuti del collo della creatura non opposero alcuna resistenza, e la testa zannuta rotolò macabramente ai piedi del giovane Sam.
Quando però il volto del cacciatore si girò verso il ragazzo per chiedergli se andava tutto bene, Sam si accorse che aveva gli occhi febbricitanti. La ferita era infettata da un veleno mortale, una resina particolare con la quale gli Zannati erano soliti ricoprirsi gli artigli prima di andare in battaglia. Jad ne avrebbe avuto per poco.
I rumori della battaglia si dispersero. Il silenzio calò sulla foresta, spezzato solo dai respiri affannosi dei superstiti. Sam si accorse che, oltre agli Zannati, giaceva al suolo anche un Sapiente. Uno squarcio si apriva nella tunica all’altezza del ventre, e le rune dorate erano macchiate di cremisi.
Il cacciatore si era aggrappato al tronco di un albero, e faticava a rimanere in piedi. Il veleno stava facendo il suo corso.
«Finiscimi mago. Non farmi soffrire oltre!» supplicò rivolto ad Izan.
Lo stregone si avvicinò al possente uomo bruno. Gli accarezzò il volto, sussurrandogli parole di conforto. Nei suoi occhi vi erano tristezza e determinazione. Dalla mano scaturì un fuoco bianco. Il corpo del cacciatore si accasciò lentamente, come rapito da un sonno profondo.
«Muoviamoci» disse rivolto al ragazzo.
Non avevano tempo per occuparsi dei corpi dei caduti. Così si rimisero in cammino. Izan aveva raccolto il machete e adesso era lui che apriva il varco attraverso la selva. L’altro Sapiente era subito dietro a Sam, col bastone sempre puntato verso di lui.
Proseguirono senza mai fermarsi. La vegetazione diventava man mano più fitta e contorta, nascondendo completamente il sentiero. Sam si domandò da dove il suo maestro attingesse quella forza. Agitava davanti a se la lama, descrivendo archi che spaccavano e tranciavano. Il ragazzo aveva perduto totalmente il senso del tempo e dell’orientamento, prigioniero di un mondo selvatico e soffocante.
Improvvisamente Izan intimò l’alt. Fuori era già sopraggiunto l’imbrunire, ma attraverso le frasche penetrava una leggera luminosità. Erano giunti al limitare della foresta, ed il baratro poteva aprirsi anche solo un passo più avanti.
«C’è una roccia che sporge in fuori, e sopra nulla vi cresce. Per trovarla dobbiamo costeggiare la rupe verso nord.»
Detto ciò, il maestro tornò a tranciare arbusti. Proseguirono lentamente, facendo molta attenzione a dove mettevano i piedi. Il Sapiente rimaneva a pochi passi dal ragazzo. Poteva avvertire il brontolio dell’incantesimo trattenuto. Gli sarebbe bastata una parola per richiamare la folgore, nel caso in cui avesse tentato di fuggire.
Ma Sam non voleva andare da nessuna parte. Aveva accettato il suo destino, e lo aveva fatto per il bene del suo maestro. Poco importava che non avesse mantenuto le sue promesse. La nascita del demone chiamato Yerk avrebbe trascinato l’intera isola in un epoca di follia e disperazione. La sua vita era davvero un piccolo prezzo da pagare.
«Ci siamo…» dichiarò lo stregone, mentre apriva uno squarcio in un cespuglio di rovi. L’aria del mare investì i volti sudati dei tre maghi, una piacevole carezza dopo le molte ore di cammino attraverso la selva.
Come aveva detto il maestro, si trattava di una sporgenza di roccia rossa, che spuntava quasi innaturalmente dalla foresta per una lunghezza di almeno dieci passi. Era un ponte sospeso, un trampolino di un paio di metri di larghezza sotto il quale il mare rifluiva attorno agli scogli acuminati.
Era chiamata la Rupe del Mattino, perché il sole vi nasceva davanti. Ma quando i tre vi arrivarono era già passato il tramonto, e nel cielo si erano accese le stelle. La luna, ormai quasi piena, occhieggiava sopra l’orizzonte come l’orbita sinistra di un gigante. Il vento sferzava le loro tuniche, minacciando il loro equilibrio. Sopra il rumore della risacca, la voce del Sapiente s’innalzò. Era la prima volta che parlava.
«Avanti ragazzo. È giunto il momento di mettere fine al tuo raccapricciante destino.»
Sam esitava, ma il bastone del Sapiente gli puntellava la schiena, inducendolo a fare un passo in avanti. Lentamente il ragazzo si mosse verso l’estremità della sporgenza. Superò il maestro che gli stava davanti, e non lo degnò neanche di uno sguardo.
Il baratro si avvicinava, e una strana quiete si era posata sul suo cuore. Tutto sarebbe andato bene…
Poi sentì un urlo alle sue spalle. Si girò di scatto, appena il tempo per vedere il suo maestro afferrare il bastone del Sapiente e sollevarlo letteralmente dal suolo, per gettarlo oltre il bordo della sporgenza. Il mago precipitò per oltre cento metri, avvolto nella svolazzante tunica color cobalto. Il bastone si perse nel mare, ed il corpo si andò a schiantare direttamente sugli scogli, sprizzando viscere e sangue.
Per un momento Sam restò immobile, pensando che il suo maestro fosse impazzito. Si aspettava di essere afferrato e scaraventato giù, a fare compagnia al Sapiente.
«Che cosa vuol dire?»
«Era la mia unica possibilità di salvarti.»
Adesso che lo guardava negli occhi, Sam riconobbe il suo vero volto, quello che aveva nascosto fin dal momento in cui lo aveva rincontrato quella mattina.
«Ho cercato di dissuaderli, ma i Sapienti hanno preteso il tuo sacrificio. Non potevo fare altro che acconsentire e fare il loro gioco.»
«E adesso? Cosa farò?»
Izan indicò la costa verso nord.
«Laggiù c’è una spiaggia bianca. Ci troverai una barca.»
«Mi chiedi di andarmene?»
«Devi combattere il tuo demone da solo. Solo tu puoi sconfiggerlo.»
«Che cosa significa?»
Sam non riusciva a capire le parole del maestro. Come poteva lui sperare di fronteggiare una cosa così potente e terrificante come il Serpente Yerk.
«Ogni uomo ha un demone da combattere. Scappare non ti servirà a niente. E morire è come fuggire…»
«Ma come farò…»
Lo stregone lo interruppe.
«Non abbiamo molto tempo.»
Poi incominciò l’incantesimo. Era composto da una serie complicatissima di simboli e disegni. Le mani di Izan danzavano nell’aria richiamando sottili scie di luce. Le parole furono in principio sussurrate e poi urlate al vento. Dalla sporgenza si materializzò un arco di azzurra luminescenza. Era un ponte di luce che portava giù verso la scogliera, in direzione della spiaggia.
«Questo ti condurrà alla barca, figliolo.»
Sam lesse sul volto del maestro la fatica accumulata durante il giorno. Ma in quello sguardo sincero avrebbe voluto perdersi.
Gli gettò le braccia al collo, e lo stregone fu preso alla sprovvista.
«Ci rincontreremo?» domandò il ragazzo singhiozzando.
«Se tu lo varrai davvero, ti prometto che ci rivedremo.»
Il pianto si trasformò in sorriso.
Poi si mosse cautamente verso il ponte luminoso. Un passo nel vuoto, guidato dalla fiducia che riponeva nel suo maestro. L’incantesimo lo sorresse e lo trasportò via, lungo una scia di luce azzurra.
Sam era tornato padrone del suo destino.

© GM Willo 2008

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