UN GIORNO COME TANTI

UN GIORNO COME TANTI di Charles Huxley

Mi sveglio. Intontito dalla serata precedente, scuoto la testa per riacquistare lucidità. I lenzuoli macchiati di rosso mi ricordano perché la sveglia è suonata così in anticipo. Tra poche ore sarei dovuto entrare a lavoro, ma prima devo sistemare alcune cose. Mi alzo dal letto, strascicando i piedi raggiungo il bagno. Ogni volta che mi specchio ho la sensazione di essere più vecchio. Metto su il caffè, mentre con lo straccio comincio a pulire il sangue da terra. Lentamente torno a ricordare ieri. Una sera come tante. Il gorgoglio della moka mi avverte, sempre più lento mi avvicino ai fornelli, spengo il gas. Assaporo la tazza di caffè amaro, mentre il pane si scalda nel forno. Cerco di togliere dalle mani i residui di sangue secco. Le unghie sono le più difficili da pulire. Il pane è pronto.

Finito di vestirmi, disinfetto i graffi che ho sul viso. Mi pettino ed esco.
Questa mattina è particolarmente fredda. L’umidità sembra voler entrare sotto gli abiti, per infilarsi nelle ossa e non lasciarti più. Macchinette programmate camminano per strada pronti per una nuova giornata. Macchinette programmate dialogano tra conoscenti. Scambio qualche sorriso, qualche saluto di circostanza. Più volte mi fermo, stranito da pensieri nuovi. Continuo il percorso. Arrivato all’ ufficio, timbro il cartellino. Alla mia scrivania comincio la routine di sopravvivenza che molti chiamano lavoro. Non ho comprato il giornale stamattina. Strano, un gesto consueto ormai. Un acquisto automatico. È come se già sapessi cosa è successo ieri. Otto ore e quarantadue minuti dopo sono nuovamente libero. Esco dallo stabile grigio e mi avvio al pub per una birra. La pinta bionda davanti a me è una delle poche conoscenze piacevoli rimastemi. Non passa molto tempo che una ragazza si avvicina al tavolo. Dopo mezz’ora di inutili discorsi decido di invitarla a casa. Mossa avventata. Adesso sembra insicura, imbarazzata. Le spiego che le mie intenzioni non sono sessuali, che cerco un dialogo, che può stare tranquilla, che se vuole avremmo potuto andare in un giardino invece che a casa, mi bastava uscire da qua. La cosa sembra rinfrancarla. Si decide ad infilarsi il cappotto e usciamo. Il tempo mi è amico oggi. Comincia una fastidiosa pioggerellina. Dopo pochi passi, senza dover dire niente, è lei a propormi di andare a casa mia. Fatto. Un paio di bicchieri dopo la situazione si scalda un po’. Convinta da un nuovo amico la ragazza comincia a parlare dei suoi sogni, delle sue paure. Scongelo nel microonde un po’ di carne, e preparo la cena. Se la gusta. Ce la gustiamo. Il vino rosso è perfetto con questa carne tenera e succosa. Lei comincia ad elogiare la mia cucina. Frasi comprate in cartoleria. Preparo il caffè, seconda volta oggi. Continuo distrattamente ad ascoltare le banalità della ragazza, dandole le spalle. Lei continua a parlare, io affilo in mio coltello. La moka deve ancora smettere di gorgogliare e lei è già priva di vita sul pavimento con la gola tagliata da orecchio ad orecchio. Nessun urlo, la cosa più veloce della mia vita. Comincio ad essere bravo. Faccio posto nel congelatore, spostando il pezzo di carne rimasto dalla cena e quella ciocca bionda ormai intirizzita dal freddo. Finisco di preparare la ragazza, piccole porzioni da single e la sistemo accanto alle altre. Dovrò pulire di nuovo casa.
Avevo detto che non era una questione sessuale.

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