ISOLDA PARKER

Isolda Parker.
Che donna…
La nostra non è stata una relazione, ma una partita a scacchi. Ed io ho fatto la fine del Re nel corridoio. Che stupido!
La passione travolgente delle prime serate insieme si è trasformata presto in ossessione. Lei mi svegliava nel cuore della notte, ordinandomi di collegarmi a lei, di collegarmi in lei. Il sesso carnale non le interessava per niente. Si, lo abbiamo fatto qualche volta all’inizio, ma si è stufata subito.
Una sera, porgendomi gli spinotti, mi disse: “Caro, infilati questi. Ci facciamo un giro.”
Le risposi che non ero proprio un tipo da viaggio. Lei mi sorrise, con quella tipica espressione da mantide. Avvicinò le sue labbra carnose alle mie, mentre con la mano cercava il mio innesto dietro la nuca. Quel bacio fu l’inizio del volo…
Indossavo vesti di luce liquida. Galleggiavo sopra un letto oleoso. Lei mi raggiunse nella forma di un insetto gigante, nero come la pece. Il ticchettio delle sue zampette s’impossessò delle mie percezioni. Ne ero terrorizzato, ma non potei nascondere una certa eccitazione. Lei si mise a divorare le mie carni di luce, una bocca famelica da insetto che voracemente si faceva strada verso i miei intestini. L’orgasmo stava montando. Era un’ascensione lenta e tortuosa, fatta di brusche accelerazioni ed improvvise frenate. Era un volo senza paracadute.
Quando ricaddi pensai di rinascere e morire almeno un centinaio di volte.
Poi toccò a lei. Voleva che le infilassi la luce sottopelle. Voleva che la vestissi di me.
Andammo avanti per ore, esplorando le fantasie più incredibili, attingendo forza dalla corrente elettrica, diventando organismi di energia pura.
Ma ogni volta il risveglio nascondeva qualcosa di traumatico. La mancanza totale dell’appagamento, l’insopportabile apatia per la vita reale. Era peggio di una droga.
Isolda non ne sembrava affatto disturbata. Forse era già perduta. Forse non era mai realmente esistita.
Le ho lasciato il mio corpo. Non che gliene importi qualcosa, però crede ancora che vi abiti. Lo tiene attaccato ventiquattro ore al giorno, iniettandoli zuccheri e altre schifezze. Quando vuole farsi un giro vi si adagia accanto e s’infila dentro. Io li osservo da una piattaforma schermata, e a volte provo un po’ di gelosia per il mio doppione. Ma la libertà in fondo non ha prezzo.
Quaggiù mi trovo bene. Devo stare attento, perché Isolda non è stupida, e se dovesse accorgersi che si sta scopando un clone, rivolterebbe la rete per scovarmi. Ed io non mi fido delle sue amicizie…
Il mio corpo mi manca un po’, ma ci farò l’abitudine.
In fondo anche quello non è altro che una prigione.

GM Willo – 2008

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