IL MEDIUM

«Vorrei ricordarle che la procedura non è sicura…»
«Lo so, mi sono informato.»
«Intendo dire che lei potrebbe esserne danneggiato.»
«La prego, non perdiamo altro tempo…»
Giosani guardò il cliente come si guarda un bimbo che sta per combinarne una grossa. Giosani ci aveva fatto il callo. Sapeva quanto poteva essere testarda la gente. Ma dopo tanti anni di attività, non gliene importava più niente. L’importante era che pagassero, e che firmassero il contratto.
«Mi collego col mio notaio di fiducia. Può convalidare le firme anche attraverso la telecamera.»
«Bene. Dove devo firmare?»
«Qui sotto…»
Sul deep-screen da tavolo apparve la figura di un uomo di mezza età con la barba e gli occhiali.
«Salve Kevin. Ho qui un cliente. Potresti convalidare la firma del contratto?»
«Certamente Gió, sono sempre disponibile per te. Tutto bene?»
«Abbastanza. Ultimamente sono più impegnato del solito.»
«L’ho notato. Gli affari vanno bene.»
«Non mi posso lamentare. Ok, questo è il signor Oswaldo Meraz. Ti sto inviando adesso i dati insieme a una copia del contratto e ai suoi estremi anagrafici. Mi sembra tutto in regola…»
«Si, tutto in regola Giò. Signor Meraz, la prego digiti il suo codice personale per dare l’approvazione dell’autenticità dei dati…»
L’uomo batté la serie sulla tastiera. Giosani non poté fare a meno di notare che gli tremavano le mani. Tutto regolare…
«La transizione è già stata fatta…»
«Si, signor Meraz, ho appena visto il mio conto. La ringrazio. Kevin, siamo a posto?»
«Perfetto Giò, tutto a posto. Ci vediamo la prossima volta.»
«Bene. Grazie ancora.»
Lo schermo si spense.
«Prepariamoci…»
«L’opuscolo dice che è in grado di vedere oltre i varchi…»
«Si, ma le consiglio di rimanere dentro la mia aurea. Se dovesse uscirne non potrei più fare niente per lei.»
«Capisco…»
«È capace di seguire le scie?»
«Certamente…»
«Bene. Se dovesse rimanere indietro mi chiami. Aprirò una finestra di interlocuzione, così potremo rimanere sempre in contatto.»
Ci fu il solito rituale della connessione; cavi, spinotti, ricerca delle frequenze. Cinque minuti più tardi erano dentro, proiettati in corridoi laterali che raggiungevano velocemente gli spazi profondi della matrice. Una volta laggiù, Giosani avrebbe cercato quei sentieri che solo lui conosceva, strade nascoste e tortuose che si allontanavano pericolosamente dal sistema come lo conosceva l’uomo. Li avrebbero condotti alla Valle degli Accessi, come la chiamava lui. Era il limite estremo dello spazio-disco, un luogo in cui l’informazione subiva bizzarre alterazioni, creando appunto i cosiddetti varchi.
«Bene, siamo quasi all’uscita dei corridoi. Tra poco la luce cambierà d’intensità. Non si preoccupi e continui a starmi vicino.»
«D’accordo!»
Giosani si sforzava di ricordare il primo impatto con le rivelazioni. Per lui era diventato tutto scontato. Gli spiriti dei defunti, le trasmissioni sensoriali, i bagni dimensionali. Quei luoghi inimmaginabili erano il suo lavoro, ed era un modo facile ed onesto per tirare su la grana necessaria a rimanere a galla, in un mondo fatto solo per i ricchi. Una seduta gli faceva guadagnare fino a dodicimila testoni. E se qualcosa andava storto, il contratto lo scagionava da qualsiasi responsabilità.
Come aveva detto Kevin, gli affari giravano bene. La gente non ha mai smesso di voler contattare i morti. Nel tempo le tecniche sono cambiate, ma il business ha sempre funzionato.
Non erano pochi coloro dubitavano della sua onestà. In fondo non ci sarebbe voluto molto per ingannare il cliente. Eppure l’esperienza era genuina al cento per cento. Giosani guardava al fatturato, ma non era un truffatore.
Avevano raggiunto i sentieri. Il medium aveva rallentato l’andatura; quelli erano posti insidiosi, e l’opuscolo assicurava l’incolumità del cliente fino ai varchi, perciò non poteva rischiare di perderlo ora. Una volta laggiù, se la sarebbe vista da solo con i suoi dannati spettri.
«Rimanga vicino adesso. Non esca dalla mia scia, neanche per sbaglio. Intesi?»
«Va bene…»
I sentieri apparivano come delle piste lievemente luminose in un territorio oscuro e indecifrabile. I paesaggi circostanti erano compressi, oppure criptati, perciò era come se una serie di veli scuri ne delimitassero i bordi. Quelle erano le magioni dei pazzi; così le chiamava Giosani. Praterie sconfinate di memoria alla mercé di creature ibride, figlie della nuova era della rete. Addentrarsi dentro quei mondi significava perdere completamente la propria identità carnale, e diventare parte del sistema.
«Ci siamo quasi. Oltre quei lembi, riesce a vederli?»
«Cosa sono?»
«Non saprei. Credo appartengano la drappo che è stato lacerato. Le dimensioni si piegano in questo punto, e nello spezzarsi creano i varchi.»
Il sentiero li condusse oltre le lacerazioni dei mondi. Laggiù era grigio, denso, ovattato, grave. Giosani a volte era disturbato da quell’ambiente. Un universo di passaggio, una sorta di limbo privo di tempo e di confini. In quell’abbraccio plumbeo, le due proiezioni si fermarono.
«E adesso?»
«Devo trasmette l’impulso. Suo figlio di chiamava Dennis, vero?»
«Si…»
«Mi carichi una memoria recente, la più intensa che riesce a ricordare.»
Il signor Meraz protese l’immagine del proprio figlio quando era ancora in vita, in un giorno di primavera al parco. Sorrideva con grandi occhi azzurri, mentre gli veniva incontro sul suo triciclo.
«Bene. Questa va benissimo. La trasformo in impulso, e poi vediamo cosa succede. Lei si tenga vicino. Riesce a vedere l’aurea?»
«La sfumatura che cambia, a un paio di metri da dove ci troviamo?»
«Esattamente. Se l’attraversa, io non posso fare nulla per lei. Intesi?»
«Si…»
L’impulso non sortì alcun effetto visibile. Il cliente si accontentò della spiegazione, e si fidò delle parole di Giosani. Non poteva fare altro.
Passarono i frame. Il medium riusciva a percepirli, ma chi non era abituato a simili viaggi poteva farsi prendere dal panico. Il frame è una misura di tempo fittizia, necessaria quando si vogliono esplorare zone della matrice che non sottostanno alle normali leggi del viaggio virtuale. Chi è privo di un punto di riferimento temporale, può affogare nell’illusione di un’eternità, e rischiare di impazzire.
«Stia calmo. Siamo in attesa. Rimanga presente…»
Il cliente annuì. Sembrava aver ripreso il controllo.
Dentro quella specie di utero grigio, le due proiezioni attendevano l’avvento dello spettro. Giosani si chiese se Meraz avrebbe voluto davvero dare una sbirciatina oltre il varco. Poteva cercare di dissuaderlo, ma sapeva già che sarebbe stato inutile, come era stato inutile con i precedenti clienti. Pochi avevano resistito alla tentazione.
«Vedo qualcosa…»
«Si, da quella parte. Una forma lievemente luminosa…»
«Che cos’è?»
«In questo luogo gli spiriti vengono percepiti come masse scomposte di luce soffusa. Credo sia lui…»
Meraz tremolò. Il momento era delicato. Alcuni rigettavano la visione, perdendo il contatto con la propria proiezione digitale. Altri fuggivano in preda al terrore, smarrendosi nelle magioni dei pazzi.
«Non si muova. Stia tranquillo, va tutto bene.»
La forma luminosa sostò a ridosso dell’aurea, un groviglio pulsante di filamenti cangianti. Il riconoscimento non avviene a livello percettivo. Il cliente semplicemente obbedisce a una voce interiore che gli conferma l’identità dello spirito.
«Ciao papà.»
«Dennis…»
«Che bello che sei venuto a trovarmi…»
«Si, è bellissimo…. Come stai?»
«Benissimo. Quaggiù c’è tanta quiete. E poi suonano questa musica, e noi balliamo, e ci sono proprio tutti, sai?»
«C’è anche la mamma?»
«Certo. C’è anche lei. E anche la nonna. Balliamo sempre… Vieni anche te?»
«Signor Meraz, rimanga dov’è!»
«Si, sono qua. Non si preoccupi…»
«Non puoi venire, papà?»
«Si, amore. Un giorno verrò anch’io.»
«Ah, bellissimo. Noi ti aspettiamo.»
«Si, aspettatemi…»
«Adesso devo andare. Quaggiù è troppo grigio. Non è un bel posto…»
«Certo, amore. Vai. Non rimanere qui, se non ti piace.»
«Torno dalla mamma. Noi ti aspettiamo allora…»
«Certo. Ciao…»
«Ciao papà.»
La forma luminosa si allontanò velocemente. La proiezione di Meraz continuava a tremolare, ma Giosani non se ne preoccupò. Era una reazione normale, date le circostanze.
«Posso guardare oltre il varco?»
“Ci siamo” pensò il Medium.
«Il contratto lo prevede, ma devo avvertirla. Molti miei clienti non hanno resistito alla tentazione.»
«Lo so, ma non m’importa. Ho pagato anche per questo servizio, no?»
«Certamente. Mi segua allora. E stia sempre vicino.»
Proseguirono nella direzione in cui era scomparsa la luminescenza che era lo spirito di Dennis. Non esistevano punti di riferimento, perciò era come avanzare nella nebbia più fitta. Ciononostante Giosani si fermò in un posto ben preciso, che all’apparenza non presentava alcuna delimitazione.
«Perché ci fermiamo?»
«È qui.»
«Il varco?»
«Si. Lei non può vederlo, ma io riesco a sentirlo. Adesso aprirò uno spiraglio. Lei ci potrà guardare attraverso. Mi raccomando, non si sporga troppo. Anche se non fosse sua intenzione gettarsi dentro, qualcosa in lei proverebbe a farlo. Combatta questo impulso, intesi?»
«Va bene…»
«Bene…»
Nella nebbia si aprì un squarcio. Una luce intensa vi fuoriuscì, investendo le due proiezioni. Il “bagno dimensionale”, lo chiamava Giosani; un’esperienza difficile da dimenticare ed impossibile da descrivere.
Poi, quando la visione si assestò, entrambi poterono ammirare in tutta la sua magnificenza l’opera più sorprendente di tutto l’universo. Un complesso disegno mutevole delineato da orbite perfette, sulle quali si muovevano forme indistinte di energie vitali. Tutto procedeva lungo e attraverso una melodia soave, di indefinibile provenienza. Giosani la chiamava la “danza cosmica”.
«Meraz, cosa sta facendo? Si fermi! Torni indietro!»
Ma la tentazione era troppo allettante. La proiezione di quel padre divorato dal dolore si scagliò attraverso il varco, cercando la sua orbita in quel preciso disegno.
Come poteva biasimarlo, Giosani.
E poi, cosa poteva importagliene a lui.
Il conto era già stato saldato.

GM Willo

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