LA MESSA

É domenica mattina. La messa inizia alle dieci.
Cristos Vargas deve affrettarsi se vuole arrivare puntuale. Oggi è il giorno della sua comunione.
La doccia, la colazione, il giornale. Rituali che servono a rilassarsi, a entrare nel giusto mood.
Fuori è davvero una bella giornata, la prima di una primavera ormai inoltrata. C’è un vento tiepido che accarezza le pagine del giornale, mentre Cristos siede comodamente in terrazza, al ventunesimo piano. Il caffè è fumante, nero come piace a lui. Ci sarebbe il tempo per un sigaro, ma preferisce rimandare a dopo la messa.
Nel cielo sfreccia un jet lasciando dietro di se le sue scie di gas. È un disegno curioso. Ormai non ci facciamo più caso.
Cristos è annoiato dalle notizie del giornale. Lo ripiega e finisce il suo caffè, mentre guarda un paio di gabbiani rincorrersi. È quasi un segno mistico. La messa, la comunione, i due gabbiani…
Le 9:51. É quasi l’ora. Rientra nel suo monolocale. La terrazza è senza dubbio la parte migliore. Dall’ampia vetrata gode di una vista magnifica. Oltre il cemento si può intuire il mare, o al limite immaginarselo…

La messa è incominciata. Il prete parla di dio in molti modi. La musica è leggiadra, ma ha brusche virate di turbolenza. Gli astanti ci navigano sopra come vascelli danzanti su un mare burrascoso.
Arrivano le luci. Il prete esprime il significato della disgiunzione dell’anima con la metafora del prisma. La necessità dell’uomo di recuperare tutti i colori dispersi, e ricongiungerli per ritrovare la luce. I colori roteano come uccelli, esplodono in un cielo nero, ricadono formando pozze di luce liquida nelle quali immergersi. È il momento della comunione.
Cristos si avvicina ad una pozza di luce. Vi si immerge fino al torace. La sensazione è quella di un quieto viaggio ad elevata velocità, come se il suo corpo fosse stato scaraventato nello spazio infinito dentro un guscio protettivo.
Il prete gli sussurra qualcosa dentro.
“Dona il tuo corpo.”
È il momento del sacrificio. Cristos comanda l’espulsione. Il dolore è poca cosa. Il distacco è un sollievo straordinario.
“Cristos, hai rinunciato al corpo. Esso giace supino sul tuo letto. Gli angeli lo stanno benedicendo. Dio ti abbraccia. Vieni.”
Ritorna la musica. Questa volta è frizzante, in battuta sul levare, come una fuga di Coltrane. Cristos è diventato un filo intessuto nel disegno melodico. Si fa strada tra gli intrecci. Compone il suo personale disegno, rammendando l’essere.
La fuga continua, è un rincorrersi di note imprevedibili, una sfuggente password per accedere al mistero eterno.
“Cristos, è tempo di rientrare.”
La voce del prete lo riconduce nelle vicinanze del suo corpo. Per tempi indefinibili si è trovato ad anni luce di distanza.
“Gli angeli accarezzato le tue carni. Adesso puoi nuovamente vestirti di loro.”

Cristos Vergas apre gli occhi sul soffitto del suo monolocale, al ventunesimo piano. La sveglia digitale segna le 10:02. La messa è terminata.
Mentre si alza dal letto è ancora in preda all’emozione. Ripone i cavi nel cassetto dove giace il deck e pensa: adesso un sigaro ci starebbe proprio bene.

GM Willo

Si conclude con questo breve racconto il progetto “Piccola Pentalogia Cyberage”, una raccolta di cinque storie chiaramente cyberpunk, ma con dei sentori new age. Scaricate qui il file pdf del progetto.

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