VIENI CON ME!

Caro diario, non ho mai scritto un diario prima d’ora. Stanotte però ho bisogno di non pensare. Ho bisogno di buttar giù la mia storia, nella speranza di potermi liberare di lei. È una notte fredda. La neve è caduta per tutto il giorno e ha ricoperto ogni cosa. Poi la temperatura si è abbassata, formando uno strato di ghiaccio duro e compatto. Il cielo adesso è limpido e le stelle occhieggiano, nascondendoci i loro misteri. Che cavolo ne sappiamo noi! Domani è Natale, la solita commedia che si ripete. Non ne posso già più, ed ho solamente quindici anni…

Caro diario, non so perché scrivo. Forse ho solo paura. Eppure sento il mio cuore che batte forte nel petto, e sembra cercare di convincermi che tutto andrà bene. Infatti mi sento stranamente tranquilla.
Proprio un anno fa Julian se ne andava. Fu il ghiaccio ad ingannarlo, mentre tornava a casa col suo scooter. Maledetto ghiaccio! Mi rimase sulle labbra per più di un mese, insieme al suo ultimo bacio. Ma chi se ne frega di una stupida ragazzina di quattordici anni? Certo poverina, il suo boyfriend, ma lei ha tutta la vita davanti. Le passerà…
A tutte quelle persone che hanno pensato questo di me (e sono tante, perché ho letto i loro sguardi al funerale) voglio solo dire una cosa: no, non mi è passata! E dopo stanotte non mi passerà più.

Due sere fa tornavo a casa dopo una partita di pallanuoto. La neve cadeva leggera. Era la prima dell’inverno. Davanti a casa, il giardino dei giochi è poco illuminato. Ci sono solo un paio di lampioni che emettono una debole luce arancione. Con la neve e la foschia notturna, i fasci di luce diventavano due globi di luminescenza ovattata. La visione aveva qualcosa di magico. La neve è incominciata a cadere più forte, e sembrava attutire ogni suono. Ma attraverso questa sorta di imbottitura naturale, con cui la città si stava ricoprendo, un suono si è alzato distintamente. Era l’arpeggio di una chitarra, note leggere che volavano via a cavallo dei bianchi fiocchi turbinanti. Per un istante non ci potevo credere. Eppure l’udito non mi stava ingannando. Era proprio la canzone che Julian aveva composto per me.

Ricordo come fosse adesso il giorno in cui me la fece ascoltare. Un pomeriggio meraviglioso, passato a raccontarci storie e a sussurrarci parole dolci. Avrei voluto che restasse da me, che passasse la notte con me, invece di montare su quel suo maledetto scooter e andare incontro alla morte. Ma quando si ha solo quattordici anni non puoi decidere un bel niente. E allora temi che i tuoi genitori ti prendano per una ragazza facile, che fa dormire il suo fidanzato a casa. Vorresti, ma non puoi. Mi disse che aveva scritto quel pezzo la sera prima, pensando a me. Ancora non era finito. Voleva metterci sopra delle parole, farne una canzone d’amore. Ricordo che pizzicava le corde con dolcezza, mentre mi guardava con quei suoi occhi gentili, profondi, come le notti d’inverno.

Mi ero bloccata davanti alla porta di casa. Il suono proveniva dal giardino, al di là dei lampioni. Laggiù c’erano le altalene, lo ricordavo bene. Ci andavo da bambina, e ci sono tornata spesso dopo, anche insieme a Julian. Potevo davvero fare finta di niente, dimenticare quella musica e salire su in casa? Nessuno, credo, ci sarebbe riuscito.
La neve aveva preso a danzare con frenesia. La tempesta era stata annunciata per la notte. Ho attraversato la strada fermandomi davanti ai globi di luce arancione. L’arpeggio si ripeteva, cambiando di tonalità. Non ricordo di aver pensato nulla in quel momento. Niente poteva giustificare quel suono. Forse quello che mi ha spinto a fare qualche altro passo in avanti è stata la convinzione di riuscire a fare smettere quel disco nella mia testa, una volta che mi fossi resa conto che non c’era nessuno oltre i lampioni. Invece qualcuno c’era.

Seduto sull’altalena, la chitarra sulle ginocchia, la testa abbassata a cercare gli accordi. Era una figura magra, vestita di una tunica scura, sdrucita, come dire… antica. Era il suo unico indumento. La veste di un frate. E subito mi sono accorta che la neve non riusciva a posarsi su quella stoffa, ma scivolava leggera, integra, cadendo ai suoi piedi. L’orrore mi ha sopraffatto solo in un secondo tempo. La melodia continuava a carezzarmi il cuore. L’assurda speranza che fosse veramente Julian mi stava trattenendo dal fuggire. Ascoltavo rapita le note che si ripetevano, in un gioco sonoro di specchi ed intuizioni infinite. Poi la canzone si è fatta incalzante, più veloce, più tumultuosa. Nel momento in cui ha alzato la testa, i miei occhi si sono posati sulle sue mani, e un urlo mi è morto in gola. Erano quelle di uno scheletro, lunghe come le notti d’inverno, bianche come la luna. Si muovevano veloci sopra le corde. Il respiro era prigioniero dentro al mio petto, ma sono stata costretta a rilasciarlo insieme all’urlo, quando finalmente mi ha mostrato il suo volto. Un teschio dalle nere orbite, un ghigno di morte che mi ha condotto all’anticamera della follia. Ero paralizzata. La musica continuava a incalzare, mentre io mi perdevo in quel suo sguardo vuoto e abissale. Potevamo rimanere così fino a che la neve non mi avesse coperta interamente, scomparendo per sempre agli occhi di questo assurdo mondo. Ma dopo qualche secondo una voce è penetrata nella mia testa. Diceva: “Vieni con me!” Il messaggio si ripeteva insieme alla canzone, diventandone parte. Erano le parole che Julian non era riuscito a scrivere quando era ancora in vita. “Vieni con me!”

Sono fuggita senza rendermene conto. L’ultima cosa che ricordo sono gli scalini di marmo del condominio, percorsi tre alla volta con gli scarponi coperti di neve. Deve essere stato un miracolo che non sono scivolata. Mi sono buttata sul letto ed ho pianto fino ad addormentarmi, addentrandomi in sogni spettrali di cui però non conservo alcun ricordo.
Caro diario, sono passati due giorni. Oggi è la vigilia di Natale. Le lucine illuminano la città, gli alberi, gli sciocchi addobbi nelle vetrine dei negozi. In giro ho visto solo persone che si sforzavano di essere più felici, più buone, migliori. Un piccolo sforzo, solo per l’occasione. Le luci sono ovunque fuorché nel giardino dei giochi. Laggiù ci sono solo due lampioni arancioni, che provano ad illuminare un luogo troppo grande per i loro watt.
L’arpeggio suona anche questa sera. Gli altri non riescono a sentirlo, mentre io invece lo odo anche adesso, con le finestre chiuse e le serrande abbassate. Mi sta chiamando. “Vieni con me!”
E vuoi sapere cosa penso?
Te lo lascio immaginare salutandoti, mio primo ed ultimo diario.

Aeribella Lastelle

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