JESSICA

Un sogno, nient’altro che un sogno.
Eppure ancora mi pare di riviverlo. Il profumo di orchidee, la bocca carnosa che mi sfiora la schiena, il respiro caldo sul mio corpo. E poi gli artigli, accarezzanti sulle costole, lenti ma inarrestabili verso il linguine. Il sesso nelle sue mani, ed io completamente perduto nel suo gioco.
Vorrei potermi convincere che solo di un sogno si è trattato. Vorrei riuscire a credere che le lenzuola, che adesso stringo tra le mani, non sono macchiate del mio sangue. Ed in realtà non lo sono, ma che importanza ha la realtà in una storia come questa… Io continuo a vederle, e questo mi basta.

Ieri sera sono tornato a casa tardi. Mentre aprivo il portone già si vedevano i riverberi mattutini. La sbornia stava passando. Succede sempre così. Quando la stanchezza prende il sopravvento, i fumi dell’alcol si dissolvono. La notte perde significato. Quel che è stato è stato…
Il Charlie, la barista, tre giri di rum, e poi a casa del Gringo per un paio di freghi, il temporale, la corsa in auto, le amichette, e infine lei: Jessica.
Che cosa ci faceva Jessica con quei tipi lì?
Quando la vidi non me lo chiesi. Le misi la lingua in bocca e ci perlustrammo sul divano. La coca funzionava. Potevo assaggiare i lamponi tuffandomi nelle sue tonsille. Mi afferrò il cazzo e mi sorprese un’erezione. A quell’ora, dopo tutto che avevo buttato giù, ci voleva altro che un bacio e una sega per svegliarlo.
Jessica.
Mi disse: “vado in bagno”. Ed io la seguii. Volevo farmela da dietro, appoggiata al lavabo, guardarla in faccia nello specchio mentre la facevo godere. Ma lei aveva chiuso a chiave la porta. Che avessi capito male?
Jessica aveva capelli neri e lisci, un trucco vistoso, eccentrico ma piacevole. Mi ricordava Cleopatra interpretata dalla Taylor. Ed io volevo essere il suo cobra.
Bussai alla porta del bagno. Nessuno rispose. Mi si avvicinò il Gringo, porgendomi una birra. Mi chiese se andava tutto bene, se mi piaceva la tipa. Io gli risposi di si. Gli domandai se la conosceva, e lui mi disse semplicemente che era nuova. Già, proprio così. Nuova. Che cazzo voleva dire! Comunque lui se ne tornó in camera dalle amichette, mentre io provai a chiamarla da oltre la porta. Sentivo l’acqua scorrere. Nient’altro.
L’erezione era andata. Anche la coca era andata. Mi ero stancato di quel giochetto. Afferrai la giacca e corsi fuori. Jessica poteva anche essere una gran bella scopata, ma ne avevo le palle piene di quella situazione. Montai in macchina. L’orologio sul cruscotto segnava le 4:59. “Fanculo”, pensai. E me ne tornai a casa.

Poi il sogno.
Era lei, Jessica. Apparsa in una notte imbrogliona, gustata per sbaglio su un divano di pelle. Esistono creature che lasciano il segno, come agenti segreti disseminano cimici per spiarci. Jessica, donna obliata ed obliante, blasfemia evocata per esercitare il male, in nome di assurde entitá. Non ha ucciso me, ma una parte di me. Quel sangue che suzza le lenzuola non è roba organica. Viene da qualche parte distante, qualcosa che noi umani, narcisisticamente, chiamiamo Umanità. Lei me l’ha portata via.
Il vento smuove le tende della camera da letto. Un vento strano. Porta con se un nauseante profumo di orchidee rancide. Qualcuno ci cammina sopra. Hastur è il suo nome.
Stanno arrivando. Jessica è una di loro. Quante ce ne sono a giro la notte…
Non fatevi trovare.
Stanno arrivando.

Jonathan Macini

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