LE AVVENTURE DI DONOVAN

I

Il giorno del suo sedicesimo compleanno Donovan fuggì di casa. Era un giorno allegro di settembre, la scuola era appena iniziata, la notte avanzava più rapida, ma il sole sorrideva ancora. Si avvertiva la mutazione nelle cose, i colori degli alberi, il profumo della pioggia. Era senza dubbio il momento ideale per scappare. Donovan salutò i suoi genitori, come ogni mattina prima di andare a scuola. Aprì la porta di casa e la richiuse alle sue spalle. L’avrebbe riaperta solo quattordici anni dopo.

II

Durante la notte era piovuto. Era stato molto probabilmente l’ultimo temporale estivo, quello che saluta la calda stagione. La temperatura era frizzante e il sole luccicava un po’ dappertutto; sui rami degli alberi che gocciolavano, sulla strada ancora bagnata, sui parabrezza delle auto in sosta. Donovan respirò quell’aria, si guardò bene intorno e s’incamminò verso la fermata dell’autobus. Mentre camminava ripensò a tutte quelle ragioni che lo avevano spinto a prendere quella decisione.

III

Suo padre e sua madre lo credevano un ragazzo come gli altri. In un certo senso lo era, ma spesso i ragazzi di oggi non permettono al proprio carattere di uscir fuori, non riuscendo così a costruire dei sani principi. Donovan invece aveva delle convinzioni molto precise, e quando parlava sembrava molto più saggio di quello che dalla sua giovane età ci si potesse aspettare. Ciononostante Donovan amava più di ogni altra cosa giocare. Mentre i suoi compagni di scuola pensavano già al futuro e alla carriera, lui guardava solo al presente, e pensava al gioco. Ma per lui il gioco non era solo un intrattenimento, ma anche un mezzo per conoscersi, esprimersi ed imparare nuove cose. I suoi genitori non riuscivano a capirlo. I suoi amici pure. Ecco perché un giorno di settembre, quello del suo compleanno, lui se ne andò.

IV

Camminava evitando le crepe nell’asfalto del marciapiede. Era il gioco più semplice di tutti, ma era sempre divertente. Raggiunse in pochi minuti la fermata, quella dell’autobus numero 15, quello che ormai da diversi anni lo portava a scuola. Sul cartello che segnava la fermata c’era però un altro numero; il bus 99. Donovan non lo aveva mai visto passare. Quel giorno però decise di rimanere ad aspettarlo. Era curioso di vedere dove lo avrebbe portato.

V

Passò il tempo e passarono molti numeri 15. Donovan incominciò a temere che quel bus non esistesse, e aveva paura di essere sorpreso nel frattempo da qualcuno che conosceva. Aveva anche iniziato a dubitare della sua fuga. La situazione metteva alla prova la sua pazienza. Sentiva le proprie convinzioni sgretolarsi lentamente. Allora fece un bel respiro e guardò l’azzurro del cielo. C’era un uccello che volava molto in alto. Poteva essere un gabbiano? No, invece era un corvo… L’intensa luce gli fece socchiudere gli occhi, e così non pensò più a niente. Quando poi girò lo sguardo verso il fondo della strada, scorse un vecchio autobus a due piani di colore verde scuro, avvicinarsi claudicante verso di lui. Era il numero 99.

VI

L’autobus era praticamente deserto. C’erano il conducente, un ometto buffo con gli occhiali e dei folti baffi corvini, ed un solo passeggero. Quest’ultimo sedeva in un angolo e guardava rapito fuori dal finestrino. Era un uomo molto piccolo, vestito con una lunga giacca marrone e una vistosa sciarpa di lana avvolta più volte attorno al collo. Donovan pensò che non era poi così freddo. Inoltre quello strano personaggio aveva il volto ricoperto da una folta barba lanuginosa, un groviglio di peli rossi che gli nascondeva i lineamenti. Quando timbrò il biglietto, il tipo lo guardò con due occhi profondamente verdi, e con un gesto lo invitò a sedersi al suo fianco.

VII

Donovan diffidava degli sconosciuti, ma più di ogni altra cosa non si fidava degli adulti. Perché gli adulti si sa, sono bugiardi. Ma non nella maniera dei bambini. La bugia dei bambini è parte del gioco dei bambini, mentre la bugia degli adulti non nasconde alcun gioco. Perciò è molto più pericolosa. Quindi non avrebbe mai accettato quell’invito se si fosse trattato di un adulto. Ma quello strano personaggio gli ispirava molta serenità, ed anche se di aspetto poteva sembrare coetaneo di suo padre, qualcosa dentro Donovan gli diceva che nascondeva l’animo di un ragazzo. Come lo sapeva non poteva spiegarselo, ma sentiva che era così. Si avvicinò al piccoletto, alzò la mano in segno di saluto, e si accomodò. Nell’aria avvertiva un piacevole odore di pino.

VIII

L’autobus procedeva lentamente per una strada che Donovan non conosceva. Mentre camminava, il vecchio veicolo cigolava e sobbalzava bruscamente, come se da un momento all’altro potesse cadere a pezzi. Il conducente si fermava diligentemente ad ogni fermata, apriva le portiere ma mai nessuno saliva a bordo. Cominciò a lasciarsi alle spalle la città arrampicandosi per le colline. Gli unici passeggeri erano Donovan e il piccoletto.

IX

«Oggi è un giorno davvero speciale» disse il piccoletto mentre Donovan gli sedeva accanto.
«Perché?» domandò il ragazzo.
«Beh, è da tanto tempo che non sale nessuno su questo autobus. Bisogna festeggiare!»
«Davvero?»
«Certo. Vieni a casa mia, e mangeremo della crostata di fichi e berremo del tè liquoroso.»
«Ma, non saprei… E poi io non bevo alcolici.»
«Allora mi terrai compagnia con del semplice tè.»
Donovan era ancora un po’ restio, ma non sapendo dove altro andare, accettò l’invito dell’ometto barbuto.
«Posso chiederti come ti chiami?» gli chiese allora.
«Mi chiamo Watson. Già, ormai mi chiamano tutti così…»
«Io sono Donovan.»
«Piacere amico!»
L’autobus numero 99 procedeva rumorosamente per le colline, mentre il sole continuava a scalare il cielo.

X

Donovan non era preoccupato. Dentro di lui qualcosa gli diceva che tutto sarebbe andato bene. Seguendo il suo nuovo cammino, che lo stava conducendo lontano dalle persone e dai luoghi conosciuti, avrebbe trovato tutto quello di cui avrebbe avuto bisogno. Questo era il codice del viaggiatore, e per abbandonarsi all’avventura bisognava crederci.

XI

L’autobus numero 99 procedeva molto lentamente per una stradina di campagna. A volte la strada diventava così stretta che Donovan, guardando fuori dal finestrino, temeva che il veicolo rimanesse incastrato tra i bassi muriccioli che la delimitavano. Invece l’autista non sembrava minimamente preoccupato, e mentre guidava fischiettava un allegro motivo.
A un certo punto il suo nuovo amico Watson, anche lui per niente in apprensione, indicò un gruppo di case sopra una collina.
«Vedi laggiù? Siamo quasi arrivati.»
«Che cos’è?» domandò Donovan.
«È Vento, il mio paese. Cioè, il paese in cui abito.»
«Vuoi dire “Vento” come il vento?»
«Già, proprio così.»
Dopo pochi minuti lo sferragliante autobus entrò nella piazza centrale del paese. Si fermò al capolinea e fece scendere i due passeggeri.

XII

Nel paese di Vento c’erano quindici case più una. Le prime quindici si trovavano nella parte più alta e circondavano la piazza centrale, quella dove si era fermato l’autobus 99. L’altra invece si trovava oltre la collina, vicino al bosco. Quella era la casa di Watson.
Il piccoletto fece strada a Donovan attraverso le basse costruzioni del paese. Percorrendo uno stretto vicolo i due giunsero ad affacciarsi su ampia terrazza che dava sulla valle dietro al paese. C’erano boschi, ruscelli, sentieri e mille meraviglie nascoste. Donovan osservava rapito i riverberi del sole sulle chiome degli alberi, e apprendeva la bellezza. In quel momento seppe di essere giunto alle porte di un sogno, e quel sogno era la Valle.

XIII

Un sentiero scendeva giù verso la casa di Watson. Era una costruzione di pietra dalla forma quadrata. Dal tetto, rosso come il tramonto, spuntava una lunga canna fumaria. La porta era di legno massiccio, colorata di verde, e così erano le persiane. Ai lati dell’entrata erano posizionati due enormi vasi di terracotta. Dentro vi crescevano le pinte più strane che Donovan avesse mai visto. Avevano delle foglie a forma di cuore e rossi fiori a forma di chiave.
«Chi fiore bizzarro!» esclamò il ragazzo.
«È molto comune quaggiù» rispose il piccoletto. Poi ne colse uno e con quello aprì la porta di casa.
«Benvenuto nella mia umile dimora.»

XIV

Nella casa di Watson c’era tutto il necessario. Un bel tavolo di legno, due comodissime sedie di vimini, una madia per le stoviglie, un ampio camino pronto per essere acceso. Laggiù vicino al bosco l’aria era pungente, e quando il fuoco incominciò a scoppiettare Donovan ne fu felice. Poi Watson mise a bollire l’acqua per il tè, e mentre i due attendevano si misero a giocare a carte. Era un gioco che Donovan non conosceva, ma lo imparò subito e lo trovò molto divertente. L’acqua finalmente bolliva così Watson preparò il tè in due grandi tazze. Nella sua versò qualche goccia di liquore ambrato. Poi portò in tavola i resti di un’invitante crostata di fichi. I due continuarono a giocare, mangiarono, bevvero, ed ormai il sole era già alto.

XV

Donovan vinse un’altra partita e Watson rise e disse: «Accipicchia, non ho mai incontrato un giocatore bravo come te. Oppure è stato il tè liquoroso ad annebbiare un po’ il mio gioco…»
«Vogliamo smettere per adesso?» chiese il ragazzo.
«Certo, per adesso, ma non per sempre… Che non sia mai, o mi sbaglio?» borbottò il piccoletto.
«No, non ti sbagli.»
I due si stirarono le ossa allungandosi sulle sedie. Poi sbadigliarono compiaciuti.
Ora dovete sapere c’era un’altra cosa che a Donovan piaceva tanto fare; cantare. In quel preciso istante, gli venne voglia di dedicare al suo nuovo amico una delle sue canzoni. Questa faceva così…

Vorresti accompagnare la banda che marcia piano
E compiacerti della tua partenza
Mentre la corriera se ne và via e le lacrime si seccano
E la mandria torna a casa la sera

Riusciresti a stare dietro alla banda che marcia piano
Accompagnarla durante il passaggio
Di tutto quello che abbiamo condiviso ieri
In dolori mai trascorsi

Sognami, mentre la notte si raffredda
E marchia il tempo attraverso l’inverno
Hai pagato la cornamusa e chiamato la melodia
Marciando via insieme alla banda.

Watson applaudì e i suoi verdi occhi scintillarono di gioia.

XVI

La madre ed il padre di Donovan erano molto preoccupati. Non vedendolo tornare a casa, chiamarono la scuola e il Professore disse loro che il ragazzo non si era visto quel giorno, e non era neanche sorpreso, visto i risultati ottenuti negli ultimi tempi. Secondo il Professore, Donovan aveva bisogno di una bella “raddrizzata”, perché se continuava di quel passo, sarebbe sicuramente diventato uno sbandato. Si sentiva in dovere di riportarlo alle sue responsabilità di studente e di futuro uomo. Così chiese ai genitori il permesso di occuparsi della faccenda. La madre ed il padre di Donovan, più preoccupati per la sorte del figlio che delle intenzioni del Professore, riposero nelle sue mani tutta la faccenda. Quando il Professore appese il telefono, nel suo volto si aprì un orrenda fessura che era difficile poter chiamare sorriso. Avrebbe trovato il ragazzo e lo avrebbe “raddrizzato”. Ne era più che convinto.

XVII

«Vuoi vedere i miei disegni?» Chiese Watson al suo ospite.
«Ma certo dai, fammi vedere!»
Nella casa quadrata c’erano delle scale che portavano al secondo piano. Watson salì e ridiscese poco dopo. Sottobraccio aveva una cartellina piena di fogli. La sistemò sul tavolo davanti a Donovan e l’aprì. Mille disegni scivolarono sotto gli occhi meravigliati del ragazzo. C’erano acquarelli, carboncini, tempere, pastelli, tutte le tecniche possibili e anche miste. I disegni raffiguravano luoghi misteriosi e magnifici, creature sconosciute ed eventi leggendari e fantastici.
«Che cosa sono?» domandò il ragazzo.
«Sono i disegni della Valle.»

XVIII

La Valle era quella distesa meravigliosa che si estendeva dietro il paese di Vento. Donovan l’aveva ammirata mentre discendeva il sentiero che portava alla casa del suo nuovo amico. La Valle doveva essere una leggenda, eppure era vera. Ed era vicinissima.
«Vorrei tanto visitare la Valle» esclamò Donovan entusiasta.
«Se proprio lo desideri, puoi venire insieme a me. Però devi portare qualcosa di prezioso; un dono» rispose Watson.
«Che vuoi dire?»
«Che non si attraversa la Valle come fosse una fiera. Devi avere un obbiettivo e condividere con gli abitanti della Valle il tuo tesoro.»
Il piccoletto si alzò dal tavolo alla luce del sole che discendeva lentamente verso le colline. Donovan lo seguì. Davanti a loro si apriva la Valle.
«Vedi, caro amico, la Valle è magica e se l’attraverserai ti donerà un po’ della sua magia. Ma lei in cambio vorrà un po’ della tua.»
I due amici ammirarono il paesaggio per qualche minuto.
«Tu cosa porterai?» chiese Donovan, spezzando quel silenzio reverenziale.
«I miei disegni, è ovvio!» rispose il piccoletto.
«Allora io porterò le mie canzoni.»
«Splendido! Partiamo domani col nuovo sole.»
E dalla Valle si alzarono milioni di suoni di benvenuto.

XIX

Scese la notte e Donovan si destò dal sogno in cui era sprofondato. Si era addormentato sul letto del suo amico, mentre questi se ne era andato a prendere qualcosa per preparare la cena. Si sentiva un po’ frastornato. Era ormai sera e sentiva Watson al piano di sotto cucinare qualcosa di prelibato, a giudicare dal profumo che gli arrivava. Gli venne in mente il sogno dal quale si era appena svegliato. I suoi genitori che lo aspettavano preoccupati, e il Professore. Si, aveva sognato il Professore!

XX

Il Professore aveva lunghi baffi e portava gli occhiali. Sicuro che li portava, come ogni professore che si rispetti. Da dietro le spesse lenti ti guardava con due occhi di ghiaccio, due fessure che non conoscevano pietà. E quando meno te lo aspettavi t’interrogava, ed eri perduto. Potevi aver fatto del tuo meglio, potevi aver studiato tutto quello che c’era da studiare. A lui non importava un fico secco. Riusciva sempre a coglierti in fallo, e se ti andava bene te ne tornavi a sedere con un cinque. Ma il più delle volte si trattava di un deprimente quattro, che veniva segnato accanto al tuo nome, sul registro di classe.

XXI

Watson e Donovan mangiarono di gusto e poi si sedettero davanti al fuoco. Il piccoletto prese un foglio bianco e del carboncino e disegnò il volto del ragazzo rischiarato dalle fiamme. Donovan allora intonò un breve motivetto.

Se questo deserto è tutto ciò che sarà
Allora dimmi cosa io diventerò
Pioggia che cade?
Deve essere stato un altro dei tuoi sogni
Il sogno del folle uomo della luna.

La notte che avvolgeva la casa quadrata prese i due amici per mano e li accompagnò dolcemente nella terra dei sogni.

XXII

Un uccello cantò tre volte e Donovan si svegliò. Aveva dormito nella stanza da basso, vicino al camino, su un vecchio materasso che profumava di foglie secche e di muschio. Fuori albeggiava ed il fuoco era stato riacceso. Watson stava preparando delle uova.
Il ragazzo si alzò ed in fretta si vestì. Il gelido tocco dell’aria mattutina lo fece rabbrividire.
«Buongiorno amico! Sei pronto per le meraviglie della Valle?» domandò il piccoletto, sorridendo tra la barba rossiccia.
«Certo, non vedo l’ora! Ho mille canzoni da cantare, e forse anche qualcuna in più.»
«Bene. Le canterai agli alberi e alle foglie, mentre camminiamo.»
Si servirono le uova ed entrambi mangiarono con appetito. Li aspettava una grande giornata.

XXIII

Avevano preparato gli zaini la sera prima. Coperte per la notte, un paio di maglioni, pane e formaggio per gli stomaci brontoloni, una fiasca di acqua di sorgente e una di vino per annaffiare il gargarozzo, il mazzo di carte per giocare e naturalmente i disegni di Watson. Non avevano bisogno di altro per attraversare la Valle. Watson aveva detto al suo amico che sarebbe stata la stessa Valle a provvedere al resto. Uscirono nella lucentezza di quel nuovo giorno, nel profumo delle foglie rugiadose, nel canto degli amici del bosco vicino. Dietro la casa quadrata, nel mezzo della vegetazione, si apriva un sentiero che scendeva verso la Valle. Watson lo indicò e i due sì incamminarono spediti. Le chiome degli alberi coprirono il cielo, gli uccelli cantarono più forte, e presto non riuscirono più a vedere la casa che avevano lasciato. Il viaggio era incominciato e Donovan era felice.

XXIV

Mentre camminavano, il sentiero divenne una piccola stradina di ghiaia bianca. Gli alberi ai lati si facevano pian piano più alti ed ordinati, fino a che Donovan gli sembrò di procedere attraverso la volta di un immenso palazzo verde, sorretto da gigantesche colonne.
«Ci siamo quasi» disse Watson al suo amico.
«Dove?»
«Ai cancelli della Valle. Laggiù incontreremo Arthur, il principe corvo. Ci darà il benvenuto.»
Mentre il piccoletto terminava la sua frase, Donovan avvertì qualcosa alle sue spalle. Si voltò e scrutò il sentiero appena percorso. Qualcuno stava sopraggiungendo, una figura alta e aggobbita, con lunghi baffi e un paio di grossi occhiali. In mano impugnava minaccioso una bacchetta. Era il Professore.

XXVI

«Ti ho trovato, moccioso!» urlò l’uomo, facendo roteare minacciosamente la bacchetta sulla sua testa.
«Adesso tornerai indietro con me, sciagurato. Non pensi ai tuoi genitori, che non sanno dove ti trovi e quanto li sei disobbediente!»
«Può dire ai miei genitori che sono partito per un lungo viaggio e che non tornerò» rispose il ragazzo, indietreggiando di qualche passo.
«Quale viaggio, piccolo incompetente! Sei solo un codardo che rifugge le sue responsabilità. Credi di trovare il bel paese laggiù?» Con la bacchetta il Professore indicava in direzione della Valle. Poi proseguì: «Laggiù non c’è niente. È solo una bugia. Solamente fumo negli occhi. La vera vita è questa qui. Questa è la realtà!»
Donovan guardò negli occhi il Professore e disse: «Se è come lei dice, lo scoprirò da solo.»
«Sciocco! Quando ti accorgerai di aver sbagliato, sarà ormai troppo tardi per tornare indietro. La scuola sarà finita e tu non sarai altro che un disgraziato. Torna indietro ora, te lo ordino!» La voce dell’uomo era straziante, disperata e arrogante.
«No!» disse una volta per tutte il ragazzo.
E allora il Professore lo guardò con occhi di ghiaccio, e poi si mise a ridere in modo molto strano.
«Povero stupido. L’ho sempre saputo io che eri solo uno stupido!» Dopo di che se ne tornò da dove era venuto.
Donovan rimase perplesso per un po’, poi si voltò, sorrise al suo amico e riprese il cammino. Se quella risata, crudele e superba, intendeva far sorgere dei dubbi nel cuore del ragazzo, non ci riuscì.

XXVII

Il sentiero di ghiaia bianca continuava a scendere, e mentre camminava Donovan notò che una leggera nebbiolina si stava alzando dal sottobosco. Ben presto la foschia li avvolse, e dovettero procedere vicini per non perdersi. Nessuno dei due però aveva paura.
«Stiamo attraversando i cancelli della Valle» disse Watson per rassicurare il ragazzo. Donovan proseguiva accanto al suo amico senza alcuna esitazione. Respirava la nebbia e avvertiva nell’aria un piacevole odore di muschio. Chiuse gli occhi e cantò.

Io sono l’oceano
Acceso dalla fiamma
Io sono la montagna
Pace è il mio nome
Io sono il fiume
Toccato dal vento
Io sono la storia
Io non finisco mai.

Il sipario di nebbia si aprì e videro la radura più bella. Al centro si ergeva una figura.
«Buongiorno e benvenuti nella Valle.»
Era un uomo alto, di bell’aspetto, vestito di un lungo mantello nero. Anche i suoi capelli erano completamente neri, e così lo erano i suoi occhi. Il suo volto era gentile. I suoi occhi eterni.
Watson gli si avvicinò e disse: «Buongiorno a te, principe corvo. È come sempre un incanto tornare nella tua terra. Ho portato con me un amico. Sarà felice di regalarti un po’ della sua magia.»
«Lo ha già fatto» rispose l’uomo. Volse lo sguardo verso il ragazzo e riprese: «La Valle amerà molto le tue canzoni. Che tu sia il benvenuto.»
Poi dispiegò il mantello e, trasformandosi in corvo, spiccò il volo verso le chiome degli alberi.
«Arrivederci amici! Attraversate la Valle, e lasciate che essa vi attraversi.»
E per quattordici meravigliosi anni, Donovan seguì quel consiglio.

Aeribella Lastelle 2002

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