LA COMUNIONE

Nel tempio tutto taceva.
Le luci erano soffuse. I processori spenti, così come era spento il grande schermo sopra l’altare.
Fuori la notte odorava di muschio e di benzene. Il tempio sorgeva vicino alle fabbriche, ma era circondato da alti platani e cespugli a chioma libera. Un’isola di verde nel mare di cemento.
Lei varcò quella soglia perché non sapeva dove altro andare. Un vestito a fiori le ricadeva sul corpicino gracile. I capelli legati all’indietro facevano risaltare i suoi occhi, belli ma gonfi di pianto.
Era infreddolita, piccola, impaurita. Una gattina smarrita nella notte della città. Si chiamava Luna.
Il sacerdote le si fece incontro. Alto, quasi imponente nella sua tunica viola, le si avvicinò con aria protettiva. Nelle fitte ombre del tempio, lei non poteva vedergli il volto. Si lasciò abbracciare e condurre lentamente verso l’inginocchiatoio.
Lui conosceva il tipo. Venivano spesso, gattine o gattini spauriti, anime vinte dalle crudeltà cittadine. Ne venivano sempre di più. Cercavano una ragione, un pretesto per continuare a vivere. Lui era il sacerdote. Non vi era altro nome per definirlo. Lui aveva le risposte.
Le sussurrò parole di conforto. Lei si lasciò guidare. Non tremava già più.
«Ti sei perduta, vero? Piccola mia, hai fatto bene a venire qui. È proprio in questo posto che le anime smarrite ritrovano la strada. Vedrai, tra poco tutto ti sarà chiaro…»
Presero posto entrambi nella prima fila davanti all’altare. Erano soli dentro la navata centrale. Si udivano distanti i rumori della città, automobili in corsa, qualche sirena, un paio di esplosioni. La città viveva la sua danza di distruzione. Come ogni notte.
Il messaggio vocale fu dato da una voce fredda e precisa. Il sacerdote ordinò al processore di accendersi. Si udì un turbinio ed un grattio. La navata si illuminò di una luce azzurrognola, gli altoparlanti direzionali schioccarono all’accensione, le candele elettriche brillarono di rosso. Poi sullo schermo apparve Lui.
«Benvenuta!« la sua voce la fece piangere. Ma erano lacrime di felicità. Alzò lo sguardo verso l’immagine, un volto luminoso, androgino, bello oltre ogni normale concezione dell’estetica.
«Lo sai chi sono, piccina?» il suono di quella voce poteva far passare le arie di Mozart per gingles natalizi.
Lei non riusciva a parlare. Il suo corpo riuscì a stento a contenere una convulsione d’estasi.
«Io sono Dio…»
Le parole le scoppiarono in testa. Sentì del calore al basso ventre. Un brivido le corse lungo la schiena. Vinta da quell’abbraccio divino, accettò la mano del sacerdote, le sue lunghe dita che si facevano strada oltre le sue mutandine.
Arrivarono gli angeli. Uno sciame infinito che si muoveva in danze concentriche. La musica era il loro canto. Dio si ergeva al centro. Lo schermo pulsava di luci, sembrò sul punto di esplodere, mentre le immagini diventavano ologrammi. La danza continuò sotto la navata.
La ragazza alzò gli occhi ricolmi di lacrime, in estasi davanti alla manifestazione del divino. Il sacerdote la sollevò da terra. Si era sganciato i pantaloni. Era pronto a consegnarle la comunione.
Lei si sentì penetrare, ma fu qualcosa di distante, quasi piacevole. Il canto degli angeli si alzò di un’ottava. Udì dei tamburi che battevano il tempo. Lei incominciò a muoversi al ritmo di quella musica, provocando inconsapevolmente piacere all’uomo che le stava sotto. Curva sopra di lui, aggrappata all’inginocchiatoio di legno, elevò la sua anima verso una nuova esistenza. Dio era giunto dentro di lei.
Infine arrivò l’orgasmo.

Jonathan Macini

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