IL RE DI FIORI

Allora, fatemi ricordare. Eravamo io, il Tibia, il Cossu, il Nanni e Fantomas. Non vi sto a spiegare le ragioni di questi nomignoli, altrimenti non se ne esce. Tengo solo a precisare che per loro ero e sarò sempre il Gano. A posto così. Si diceva…
Eravamo noi cinque e s’andava una bellezza. Ramino, conchino, scala, ventuno, pokerone, insomma ci si divertiva. Chi aveva l’amaro, chi preferiva il grappino, quattro pacchetti di sigarette e uno di toscanelli. Il tavolo era pronto. Sabato sera, serata lunga, perché il circolo di sabato chiude alle due. Soliti ignoti; i ragazzini al balilla, la televisione accesa ma nessuno che la guarda, la bella Giorgia che serve camparini senza ghiaccio e montenegri nei bicchieri per il martini. Un universo perfetto, circolare, come il disegno di un essere supremo. Pianeti che orbitano con precisione attorno al bancone, comete che appaiono per pochi istanti per poi sparire per sempre alla vista, stelle che nascono e stelle che muoiono.
Mi erano entrate tre grandi chiusure in mano. La cosa mi aveva messo di buon umore, così decisi di offrire un giro a tutto il tavolo; in pratica mi sputtano metà della vincita della serata. Ma nel mio piccolo mondo è una cosa normale, non so se mi spiego. Non si gioca mai per i soldi. Sono le emozioni, sempre loro, quelle che contano realmente. Sia che tu vinca o che tu perda.
Il Cossu fa una smorfia, pare stizzito. Il Cossu è uno stronzo e lo sa tutto il circolo, però quando gli arriva lo jeger se lo beve e sta zitto. Il Nanni ride divertito. Il Nanni ride sempre, è così. Fantomas e il Tibia rilanciano. Facciamo un pokerato, o pokerone, o come cavolo volete chiamarlo. Io accetto, il Cossu borbotta ma rimane inchiodato alla sedia, il Nanni continua a ridere. E via così, alla grande…
Il Cossu perde anche il pokerone e s’incazza di brutto. Decide di smetterla, s’infila la giacchetta di flanella a scacchi, guanti, berretto, e senza salutare si dilegua. Meglio così, siamo giusti giusti per una briscola in quattro. La meravigliosa briscola a quattro.
Mi ritrovo in coppia con Fantomas, ed è una bella storia. Fantomas gioca quieto, fa i segni giusti senza mai esagerare. Ma bisogna stare attenti al Nanni, che a briscola ci sa proprio fare. E poi ha un culo che non vi dico!
Si è fatto tardi, sono quasi le due. La Giorgia se ne è andata. È rimasto solo Aldo, suo padre. Sprofondato sulla sedia si guarda un vecchio film di Alberto Sordi, la senza filtro stretta con forza tra le dita. Il Circolo è quasi vuoto. Ci siamo solo noi e un paio di stronzi al videopoker. Ma Aldo tiene comunque aperto fino alle due, a volte anche fino alle due e mezzo, perché è sabato e tra poco arrivano le signore.
Le signore sono vecchie amiche bisognose di conforto. Un caffè, a volte un cognac, tanto per continuare la nottata, che, neanche a dirlo, è molto lunga. Le signore sono la Petra, la Vanna, la Simona. Brave donne, dico io, ma è solo il mio piccolo punto di vista…
Quella sera ce n’è una nuova. Si chiama Elisa, o Elisabetta, non ricordo, ed è davvero qualcosa di speciale. Non giovanissima, ma neanche tardona come le altre. È arrivata da poco, ma questo non vuol dire che sia nuova alle arti dell’amore.
Elisa se ne sta in disparte, mentre le altre ordinano da bere. Si guarda attorno ed io le cerco lo sguardo, distraendomi dal gioco. Non capisco ancora se è preda o cacciatrice, comunque sembra notarmi. L’avessi mai fatto… Un attimo dopo la vedo avvicinarsi al tavolo da gioco.
«Buonasera signori…» l’approccio è di sicuro quello di una cacciatrice. Noi ricambiamo il saluto, cortesemente, timidamente, nervosamente. Le donne sono troppo più avanti di noi uomini!
Il Tibia è un rinomato puttaniere. Negli occhi gli leggo l’interesse, la voglia di scoprire il nuovo. Si sporge subito verso la dama, se ne esce con un paio di battute stupide, lei gli da confidenza, lo lusinga, ci gioca.
«Lo conoscete il gioco del re e della regina?» ci domanda ad un tratto. Lei non aspetta neanche la nostra risposta e afferra il mazzo di carte.
«Mai sentito…» borbotta Nello, che secondo me è gay.
«Ce lo spieghi tu?» le chiede di rimando il Tibia.
«Certo caro. Io faccio la regina, va bene? Tu sarai il mio re…» una gatta in calore non avrebbe saputo fare fusa migliori.
«Allora, io mischio le carte, poi tu ne peschi una. Se trovi un re, andiamo di là e ti faccio da regina» e indica il bagno delle signore.
Noi ci guardiamo sorpresi. Il Tibia trasuda euforia.
«E se pesco un’altra carta?» domanda lui.
«Allora mi paghi il caffè. Siamo d’accordo?»
E così la roulette ebbe inizio.
Lei mischiava le carte come un biscazziere. La cosa m’impressionò molto. Il Tibia non sembrò farci caso. Le guardava le cosce e il corsetto. Poi spezzò il mazzo, delineò un arco con una metà, e la ripose sopra quell’altra, davanti alla faccia inebetita del mio amico.
«Pesca!» gli ordinò.
E lui pescò un re di fiori. Che culo, pensammo, e continuammo a pensarlo per un bel po’, mentre si alzava dal tavolo insieme alla tipa, mentre ne se andavano di pedina verso il bagno delle signore, mentre si facevano nei nostri cervelli una megacavalcata sopra il lavandino.
Ma poi accadde qualcosa. Passavano i minuti e non usciva nessuno. Le altre donne se ne erano già andate, i videopoker erano spenti e spenta era anche la televisione. Aldo aveva già abbassato per metà il bandone.
«Che cavolo succede?» chiede Fantomas.
«Andiamo a dare un’occhiata…» propone Nello, che è gay o forse guardone..
«Vedrai che si stanno divertendo» dico io, ma qualcosa non mi torna. È mezz’ora che sono chiusi là dentro, e il Tibia non dura mai più di dieci minuti.
Spieghiamo la situazione ad Aldo. Aldo, placido come un bonomo, se ne rimane sul marciapiede a fumarsi la sua ennesima senza filtro.
A questo punto mi avvicino alla porta del bagno. Busso leggermente. Poi dico: «Oh, avete finito?»
Niente. Nessuno risponde.
Allora busso più forte, macché. Silenzio. Ma se restano zitti vuol dire che non stanno nemmeno trombando, mi dico. Vuoi vedere che è successo qualcosa. Provo ad aprire la porta ma è chiusa dall’interno. Cavolo, penso. Allora chiamo i due stronzi dietro di me, due facce da culo che non vi dico. Li spiego la situazione e vanno a chiamare Aldo, che sopraggiunge con un piede di porco. Un minuto dopo siamo dentro il bagno delle donne, ma del nostro amico e della fantomatica Elisa neanche l’ombra. Spariti!
«Per me siete tutti e tre ubriachi!» conclude Aldo tirandosi dietro il bandone. Poteva anche aver ragione, perché di bicchierini ne erano passati quella sera, ma nessuno di noi tre aveva perso di vista per un secondo la porta del bagno, e quei due non potevano avercela fatta sotto il naso. Comunque ce ne andiamo tutti quanti a casa, perplessi e anche un po’ preoccupati.
La conferma l’avemmo il giorno seguente. Nessuno sapeva più dove si trovasse il povero Tibia. A casa non era tornato, e sua sorella, la Marcella, non aveva idea di dove fosse. Io andai a cercare le signore per chiedere qualche informazione su questa Elisa, ma loro non se la ricordavano neanche. Mai vista!
La sera dopo noi ci ritrovammo al solito tavolo. Raccontammo la storia al Cossu che ci prese per pazzi. Poi qualcuno propose una briscola, che tanto eravamo solo in quattro. Iniziammo, ma c’era qualcosa che non andava con le carte. Erano proprio quelle della sera prima. Dopo averle smistate, ne rimaneva una fuori. Così mi misi a contarle. Una, due, tre, trent’otto, trentanove, quaranta, quarantuno…
«Che cazzo vuol dire!» esclamai.
Le ricontai altre due volte, ma erano sempre una in più.
«Puttana!» mormorai io a denti stretti. E cercai il re di fiori nel mazzo. Ne trovai due. Due maledetti re di fiori.
Povero Tibia!

Gano

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