MONTESPECCHIO

Montespecchio è un illusione. Non esiste veramente, però c’è. Un campanile di roccia a 666 metri sopra il livello del mare, un indice che punta il cielo grigio degli Appennini, incurante del vento, solitario attende. Cosa? L’evento, il misfatto, l’incipit, il motivo, o più semplicemente, la venuta del viaggiatore…
Vi racconterò la mia storia e non pretendo che mi crediate. Non m’interessa. Voglio raccontarvela perché potrebbe mettere un germoglio dentro i vostri cuori. Con gli anni diventerà una bella pianta, magari un albero dalla folta chioma. Dovrete annaffiarlo quel germoglio, accudirlo. Vedrete, un giorno darà i suoi frutti…
È successo una quindicina di anni fa. A quel tempo il mondo era balordo, ma in maniera ancora tollerabile. Si sentiva il puzzo di marcio ma non se ne vedevano ancora gli effetti, così ti potevi stordire tranquillamente senza sentirti troppo male. Una buona birra, anche di mattina, magari dopo colazione. E poi continuavi, finché ti reggevano le gambe. Se si alzava il vento lasciavi fare a lui. Gli piace avvolgerti e sorreggerti, ma glielo devi permettere.
La realtà diventa un giaciglio davanti al fuoco, una camminata notturna per paesaggi agresti, un viaggio musicale verso il sorgere del sole. Le passavamo così le giornate, mentre l’inverno cantava la sua canzone, e il mondo continuava a riversarsi fuori da quella dannata scatoletta. Noi, si, perché eravamo in due. Le esperienze di tutta una vita si possono dividere tra quelle che si fa da soli e quelle che si fa in due. Mai più di due. La connessione è sempre verso un singolo, anche all’interno di un gruppo. E due eravamo, da soli contro un universo eternamente avverso.
– Ti va un goccio? –
– Certo che mi va! –
Incominciò così. La casa del popolo era aperta, malgrado l’ora presta, malgrado il freddo e la desolazione. Un vecchio centenario ci versò due grappini. Ci guardò da sotto due grigie sopracciglia. Ci inquadrò, ci capì, e infine ci sorrise. Il sorriso di un dio, la divinità dei monti che serve grappini ai viandanti. Roba da perderci la testa…
– Che cos’è Montespecchio? – Domandò il mio compagno, prima di abbandonarsi ad un lungo sorso. Il fuoco gli esplose in gola, gli occhi divennero due fessure umide, il naso si colorò di porpora… Ci voleva proprio, pensai, mentre buttavo giù il mio gottino.
Il vecchio riafferrò la bottiglia, una Candolini da due soldi, ma faceva al caso nostro. Evidentemente pensava che avessimo bisogno di un secondo giro.
– Perché volete saperlo? – ci chiese, versandoci da bere. Non aveva bisogno di guardare i bicchieri. Ci fissava negli occhi, uno sguardo gelido come il peggiore inverno, ma in qualche modo rassicurante. Era il dio della montagna, ne ero certo…
– Vorremo visitarlo. È possibile? –
Ero stato io a parlare. La grappa mi aveva messo coraggio, e ce ne sarebbe voluto di lì a poco. Il barista si versò a sua volta un grappino. Non mi sembrò un buon segno.
– Montespecchio non esiste – borbottò, poi deglutì di fretta il suo drink.
– Ma la mappa dice che… –
– La mappa? – interruppe il vecchio. – Le mappe non dicono mai un bel niente… –
– E allora che cos’è quella torre laggiù? Guardi, si vede anche da qui… – ed infatti, dalla finestra che si apriva dietro al bancone, si riusciva a scorgere un’alta costruzione di pietra, massiccia, quadrata, svettante sopra un piccolo promontorio.
Il vecchio non si girò neanche. Si mise a tagliare fettine di limone, borbottando frasi senza senso. Io guardai il mio compagno, lui sorrise. Negli occhi c’era la fiamma dell’avventura. Pagai ed uscimmo fuori. Il barista rimase dov’era, chino sull’agrume.
Il vento ci sorresse. Ne tirava davvero un bel po’. È una bella sensazione, specie se indossi quei pastrani di pelle o di velluto, e le frange ti svolazzano, senti le folate entrare da sotto e potresti lasciarti andare del tutto, forse addirittura volare…
– Andiamo… – Eravamo Jack and Elwood in versione appeninica. Eravamo Jeff Lebowsky e il suo amico Walter. Eravamo anche un po’ Frodo e Sam, e pure Anderson e Barre dei vecchi Jethro Tull. Un paio di sigarini e via, verso il campanile del diavolo…
– Ma te ci credi al diavolo? –
– No! –
– Ma sei sicuro? –
– Si! –
– E Charlie Manson? –
– E che diavolo c’entra Charlie Manson? Scusa il gioco di parole… –
– Beh, il tipo era diabolico, non pensi? –
– Si, può essere, ma questo non vuol mica dire che esista l’omone rosso col forcone e la coda. –
– Beh, hai ragione. Però a me un dubbio rimane… –
Eravamo sotto la torre. Lassù il vento tirava che era una bellezza. Un altro grappino sarebbe stato perfetto. Ricordo che volsi lo sguardo verso la strada più sotto, in direzione della casa del popolo che avevamo appena lasciato. Pensai di nuovo al vecchio barista, ai ragionamenti sul diavolo, a mia nonna che mi diceva sempre “il diavolo fa le pentole ma non i coperchi”. Che cavolo significava?
Rimanemmo là a guardarci, a prendere in giro il panorama, a finirci quel dannato sigaro. Si vedevano i picchi innevati, i villaggi verso valle, le strade asfaltate e quelle sterrate, delimitate da bassi muriccioli. Si vedevano i campi che dormivano il sonno invernale, le catapecchie dei contadini e i tralicci del telefono. Era un bel vedere…
– Che facciamo adesso? – domandai io.
– Entriamo… –
C’era una porticina di legno che ad occhio e croce non era stata usata dal almeno una decade. Stava attaccata per miracolo a due cardini arrugginiti, la vernice verde scrostata, la serratura divelta. Era aperta? Era chiusa? Ci voleva il diavolo per rispondere a quelle domande, pensai. Il diavolo, sempre lui…
– Ci vorrebbe un altro grappino! – dissi io. Ed era vero.
– Beh, abbiamo fatto tutta questa strada… – rispose il mio amico, ma la sua frase ammezzata sparì nel vento.
La porta scivolò troppo facilmente sui cardini. Mi aspettavo un cigolio, uno strappo, un crollo, invece rimasi deluso. Si aprì senza lamentarsi. Un vero benvenuto.
– Hanno oliato i cardini di recente –
– Brutto affare –
Oltre la soglia, l’oscurità. Una tenda di tenebre impenetrabile. Neanche la fredda luce di quella mattina d’inverno riusciva a muoversi all’interno, sconfitta da un buio liquido che andava contro ogni legge naturale. La razionalità vacillò, per un attimo soltanto, poi il fuoco dei grappini fece il suo lavoro. Poteva anche andare bene così…
– Vedi quello che vedo io? –
– Vuoi dire che non vedi un bel niente! –
– Esatto! –
– Ma come è possibile? –
La domanda rimase sospesa. Allora una luce soffusa inizio a descrivere i contorni di una figura. Dentro quell’antro di tenebre solide, i nostri occhi vennero ingannati da effetti ottici e giochi di luce. Almeno così mi piace pensare. Se dovessi credere veramente a quello che vedemmo, mi rinchiuderebbero da qualche parte, ne sono certo. No, non voglio prendervi in giro. Questa è una storia, niente più, e come ogni altra storia sottostà alle sue regole. Personaggi, mistero, morale… La zuppa della zia.
– Che diavolo è? –
– Non lo pensare neanche! –
L’omone col forcone e la coda si dava daffare alla fucina. Batteva il metallo con precisione, dando forma a pentole e padelle. Ve n’erano centinaia ai suoi piedi, laggiù in quell’intercapedine dello spazio, dentro la torre di Montespecchio. Un milione di pentole, ma neanche un coperchio.
– Lo diceva sempre mia nonna… – bisbigliai io. Poi il mio amico chiuse di fretta la porta. Come avventura poteva bastare, mi dissi, così lasciai fare. Rimanemmo a guardare il paesaggio per un po’. Accendemmo un altro sigaro. Nessuno disse una parola. Il vento cantava la solita canzone.
– Ti va un caffè? –
– Sarà meglio, vai! –
Anche il caffè ha il suo perché, non trovate?

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Una risposta a “MONTESPECCHIO

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