IL SEME DELL’ODIO

PRELUDIO

– Soldato David Norton –

Non vi hanno mai parlato del macello di Falluja? No, certo che non l’hanno fatto. Maledetti loro! Una festa di sangue di proporzioni inaudite, un evento spregevole superbamente coperto dalle televisioni. Coperto nel senso di sotterrato. Capite, vero?
Ma di macelli laggiù ce ne sono stati tanti, e ce ne saranno ancora. Alcuni di questi non vengono neanche riportati dai giornalisti freelance, mentre altri rimangono segreti. Sono i segreti che migliaia di reclute si portano a casa. Incapaci di credere ai loro stessi gesti, si convincono di non aver mai fatto niente del genere. Sono i semi dell’odio, quelli raccolti oltreoceano e piantati in terra natia. Crescono e mettono i frutti, migliaia  di bombe pronte ad esplodere.
Vi parlerò della mattanza alle grotte del deserto, poco fuori Falluja. Quello è un segereto che conosciamo solo io e i miei amici… Tre mesi dopo ho lasciato una volta per tutte quel dannato paese. Coltiverò il mio germoglio a casa mia.
Il mio nome è David Norton, e ho un incarico importante da portare a termine, lentamente, un pezzo alla volta. Volete seguirmi? Volete sbirciare oltre il lenzuolo, quello che ricadendo fa risaltare la sagoma del cadavere? Siete pronti?
Il sipario di sta alzando.
Lo spettacolo ha inizio.

CAPITOLO I

– A casa –

Il ronzio del bimotore mi avverte che siamo pronti ad atterrare. Benissimo. Non ce la facevo più. Sono quasi trentasei ore che vengo sballottato da una parte all’altra del mondo. Tre continenti, cinque stati, due aeroporti internazionali e mille dannatissimi controlli. Dal finestrino riesco a scorgere il lago. Il velivolo incomincia la discesa. Eccola lì; un buco di culo in riva all’acqua. Eire, Pensilvanya, Stati Uniti. Ci sono nato, ci sono cresciuto, e fino a pochi mesi fa avrei giurato che ci sarei anche schiattato in quella fogna. Ma adesso non so più…
L’aria è quella di casa mia. Mi rigenera il fisico, ma non riesce neanche ad avvicinarsi all’intimo. L’intimo è perduto per sempre. Si è dissolto quel pomeriggio di tre mesi fa, tra la sabbia del deserto e l’odore della cordite.
Mia madre mi viene incontro. L’abbraccio, o almeno ci provo. È ancora più grassa, forse ha superato i cent’ottanta chili. Mio padre, una manciata di libbre in meno, sorride dietro di lei. Indossa la solita giacca verde con la bandierina in bella mostra. Si, la bandierina del cazzo, che sventoliamo sotto il naso di tutti, spacciando dosi mortali di libertà. Vi liberiamo noi. Certo, Bang! Sei libero fratello…
Abbraccio anche il vecchio. Mi stringe come per farmi capire che adesso sa che sono diventato un uomo. Mi viene la bizzarra idea di dargli un calcio nelle palle e spappolarli il cranio con un mattone.
Mentre ci dirigiamo verso il suv, la grassona mi dice che ha preparato del pollo fitto, come piace a me. Mio padre mi informa che stasera c’è la partita. Assolutamente imperdibile. Sprofondato nel sedile posteriore, guardo fuori dal vetro e vedo scorrere l’asfalto. Attraversiamo la città, duecentomila anime davanti al televisore. Un cane che abbaia da dietro il recinto. Un ragazzino in bici. Tutto così tranquillo…
Quando arriviamo mio padre mi sveglia. Dormivo come un bambino, con la testa appoggiata al finestrino dell’auto. Si, da qualche giorno mi addormento così, senza accorgermene. Non sogno. Cado. Tocco l’abisso. C’è tanta serenità laggiù.
La cena, il pollo, la partita di baseball, papà che mi confessa di quanto sia fiero di me, mamma che piange perché è così felice di avermi di nuovo a casa.  Le nove, le dieci, le undici. Finalmente sono a letto. Le ultime ore sono state ancora più orribili del volo. Voglio dormire. Tornare nell’abisso, dove non esiste niente.

Uova col bacon davanti alla TV. Un bicchiere di latte scremato. Gli usignoli di papà che cantano nella loro gabbia appesa al porticato. Sono a casa.
Non ho programmi o, per essere più precisi, non ho programmi condivisibili. Lavoro, progetti, interessi. Niente. Riscuoterò l’assegno dell’esercito per i prossimi sei mesi, ma non credo che mi servirà così a lungo. Qualcosa mi dice che non ne avrò bisogno.
La mattinata la passo alla stazione degli autobus a guardare dei vecchi che vanno a trovare i parenti defunti al cimitero.  Un pretesto come un altro per continuare a vivere. Potrei fare un salto al Dell’s, prendermi un caffè e fare due chiacchiere con quel cacasotto di Bernie, il barista. Chissà come mi è venuta in mente una cosa del genere. No, quello l’avrei potuto fare prima di Falluja. Era una cosa che faceva l’altro David.
Vorrei allungare le notti vuote, dilatarle il più possibile. Ma per farlo ho bisogna di nuove celebrazioni, annientare l’intimo per toccare l’abisso. E dormire.
Siete confusi? Non preoccupatevi. Tra poco vi sarà tutto chiaro. Tra poco arrivano le sei, l’ora giusta per fare del male. Come quel giorno nel deserto…


CAPITOLO II

– I want you! –

Sembrano passati anni da quel giorno nel deserto, ed invece sono solo tre mesi che condivido il segreto. Cazzo, sarà stato il caldo, o forse l’alcool. Sarà stato il fatto che eravamo dentro l’inferno… E non è una cazzo di metafora. I want you!. Bello sorridente George ti invita nel glorioso esercito. La solita foto stronza che usano ogni volta, per raccattare carne… Carne senza cervello. Ti dicono che lo fai per la patria, che lo fai perché la libertà si veste di rosso bianco e blu. E tu ci credi. Non ti sforzi nemmeno, dopotutto che altro avrei potuto fare dopo il college. Lavorare nella ditta edile di mio padre?. E allora in marcia, insieme ad altre uniformi uguali alla tua. Sei un soldato adesso amico, non più un individuo.
E poi di colpo ti ritrovi laggiù. Un caldo soffocante, rovine di edifici e rovine di persone. Quei negri del deserto si nascondono ovunque. Si nasconderebbero anche in culo ad un cammello se potessero. A loro basta farti fuori. Perché non capiscono che noi siamo là per portare la libertà, la democrazia.

Passano i giorni e non succede niente. Te ne stai rinchiuso nelle tende, sdraiato sulla branda accanto ad altre divise uguali alla tua. Centinaia di divise, tutte uguali alla tua. E le idee, i principi che avevi? Ti accorgi di aver lasciato tutto a casa, insieme al fottutissimo pollo fritto di tua madre. E poi le guardie alla polveriera, i checkpoint da tenere sotto controllo. Ore e ore sotto quel caldo d’inferno. E se non si fermano all’alt gli devi sparare ai beduini. Eppure c’è anche scritto che si devono fermare all’alt, c’è scritto anche in quella loro maledetta lingua. Poi mi collego ad internet e scopro che la maggior parte di loro non sa leggere. Che cazzo di gente… I negri del deserto.
Nelle tende circola alcool e anfe. Nessuno sa da dove arriva eppure ce n’è quanta ne vuoi. Ogni tanto trovi anche un po’ d’erba, ma quella è roba da comunisti fricchettoni. Io non voglio che mi si addormenti il cervello, devo rimanere sveglio. Attivo. Sono un cazzo di marine. IO.
Nelle tende circolano anche giornali pornografici. Non ricordo nemmeno più l’odore della pelle di Jenny da quanto non la vedo. Confondo la sua faccia con quella della bionda sul paginone centrale, e allora chiudo gli occhi e non so più su chi mi sto eccitando.
Jeremy mi sveglia dal tiepido sogno. Mi sveglia con un calcio alla branda. Accanto a lui c’è Bud, il texano. A lui piace stare qua. A lui piace da morire tirare il grilletto. Ha ucciso tre negri del deserto da quando è qui. Lo avrà ripetuto mille volte, vantandosi di come li aveva stecchiti. Qualcuno dice che due dei tre che Bud ha fatto fuori erano una donna che scappava con un fagotto in mano. Bud era alla mitragliatrice del checkpoint sud. La donna non si è fermata a l’alt e Bud ha sparato. Pensava che fosse una kamikaze e il fagotto una bomba. Correva per raggiungere il medico che abitava al di la del checkpoint, perché il figlio che stringeva al petto aveva la febbre alta. Questo sembra aver raccontato il marito. Neanche lui, come la moglie, sapeva leggere.
– Allora David, ti vuoi muovere? Alzati dalla branda che usciamo. Tutti e tre…  – Bud sorride mentre Jeremy continua a dondolarmi  con l’anfibio. – Usciamo? Dove? Oggi non siamo di pattuglia  – Ho gli occhi ancora appiccicati dal sonno. Mentre mi tiro su sento che la maglia dietro la schiena è completamente fradicia di sudore.
– Niente pattuglia amico. Dobbiamo unirci al convoglio che è già giù in città. Sembra che hanno trovato un covo di ribelli e vogliono entrare -.
E allora ti tocca a muovere il culo,  marine. Ti alzi, ti prepari veloce, come ti hanno insegnato, e nemmeno due minuti dopo sei in assetto da battaglia. Ritiri il fucile all’armeria e monti sulla jeep che guida Burt. Sgomma alzando un polverone ed esce dalla base. Passa rasente ad un gruppo di bambini che saltano di lato appena in tempo. Ti volti giusto un attimo per guardarli e sei già sulla strada principale.
Il blitz si rivela un buco nell’acqua. Dentro la casa non ci sono altro che due vecchi. Vengono presi in consegna dal convoglio e noi veniamo rispediti alla base. Ci hanno fatto vestire per niente, quelli stronzi.

CAPITOLO III

– Il Notiziario della Fox –

I ricordi si mescolano alla realtà. Sulla strada di casa mi sembra quasi di sentire di nuovo la polvere. La dannata polvere del deserto, quella che non smetti mai di masticare.
A casa c’è anche mio padre. Si è preso tre giorni di permesso per stare un po’ col figlioletto in congedo. Mia madre ci prepara due sandwich con pollo e mostarda, e noi ci sediamo in salotto a vedere le notizie della Fox, quelle campate in aria per intenderci. Mio padre è un repubblicano convinto, ma anche a lui non va troppo a genio la scimmia. Eppure l’ha votata due volte!
Seguo il movimento delle labbra della giornalista davanti alla telecamera. Non ricordo come si chiama, non mi interessano le parole. Mi perdo nella sua bocca e in altri dettagli. Il rossetto da trenta dollari. La giacca da trecento. Le infilerei il mio M15 nel retto. La farei ballare un po’, proprio come con quella stronza col velo in testa, laggiù nel deserto…

…e quel negro disperato che in lacrime mi urlava di lasciarla andare. Ma io non la capisco quella lingua di merda. Non so neanche che cazzo è, arabo, sunnita, cazzita. Comunque…
Lei si dimena con la canna nel culo. Secondo me le piaceva. Jeremy tiene al guinzaglio il marito, legato come un salame. Bud si avvicina alla troia e le infila il cazzo in bocca. La polvere è dappertutto. Io butto giù un sorso di vodka dalla fiaschetta mentre continuo a stantuffare con l’M15. Jeremy ride come un matto e scatta foto col cellulare. Il culo dell’araba incomincia a sanguinare. Deve proprio piacerle, penso. Ecco che quello stronzo di Bud le viene in bocca. Le tiene la testa, sento i rantoli della troia. Vuoi vedere che riesce ad affogarla. Attento, gli urlo, che te lo mozza. Non riesco a finire la frase che la troia gli da un morso e per poco non glielo stacca. Stronza. Che faccio ragazzi, chiedo. Bud mi urla di ammazzarla, Jeremy invece, che ancora non gli basta, mi trattiene. Forza, gli dico. Divertiti e facciamola finita. Allora Bud prende il marito e comincia a picchiarlo, ma non lo uccide. Non ancora. Gli attende un ultimo grande spettacolo prima di chiudere per sempre quei due fottuti occhi da negro. Jeremy tira la troia per il velo e la butta per terra. Io mi piego in modo da non perdere la posizione. Continuo il vecchio su e giù col fucile. Lui le monta sopra e comincia a scoparla. La sabbia si alza, un polverone del cazzo. Ho paura mi si inceppi il pezzo. Andiamo avanti così per due o tre minuti. Finalmente sento il gemito del mio compagno. Fammi una foto, fammi una foto, urla a Bud. Ma lo stronzo sta maciullando la testa del marito. Non lo uccidere ancora, gli dico. Stai tranquillo, risponde lo stronzo, ma ho paura che sia troppo tardi.
Siamo all’epilogo, Jeremy si rialza in piedi soddisfatto. La troia è distesa e non si muove. Ma è viva, lo sento. Tutti si girano verso di me, in attesa del colpo. Io continuo ancora un po’ a stantuffare, su e giù, su e giù. Voglio sorprenderli. Voglio farli divertire, persino il marito che con la faccia coperta dal sangue rotea un’orbita verso la moglie. Li guardo uno ad uno, mi soffermo alcuni istanti sul volto stravolto di Bud. Inaspettatamente, bang!
Tutto qui, mi urla Jeremy. Il colpo non lascia traccia. Una mezza convulsione delle flaccide membra della troia, e poi è tutto finito. E che ti aspettavi, gli dico io, sfilando dal culo l’M15 e pulendolo al velo del cazzo. L’altro colpo è per il marito. Bang!
Andiamo ragazzi…

“David, vuoi un altro sandwich?” mi chiede mia madre dalla cucina. Il ricordo mi ha messo appetito. “Si, mettici più mostarda!” rispondo.
In Tv danno lo sport. Mio padre è sempre contento quando danno lo sport. Il mondo diventa più semplice, più lineare. Risultati, classifiche, vincitori, vinti. Tutto quadra. Non è come la politica o la finanza. Lui non ci capisce mai un cazzo di quella roba. È repubblicano perché lo era il suo vecchio, semplice. Per il resto, potrebbero morire tutti. Ma lo sport è un’altra cosa.
Mi alzo, saluto il vecchio e me ne vado in camera. Guardo l’orologio. Le tre meno venti. C’è ancora tempo, ma ho voglia lo stesso di dormire.
Scendo giù, dove le tenebre si fanno tiepide, e il silenzio è musica.

CAPITOLO IV

– Pulizia –

Il sogno si dirada lentamente. Effetto sfumatura, come solo un bravo regista riuscirebbe a fare. Mia madre mi sta chiamando dal fondo delle scale.
– Tesoro, è pronto in tavola – È pronto in tavola… Si certo. Arrivo.
Ancora notiziario, quello delle otto stavolta. Adesso c’è un uomo che parla composto. Parla dei ragazzi che sono ancora laggiù, in mezzo alla polvere e alla merda di cammello. Mi accorgo che non riesco a mantenere l’attenzione sulla tv. Il pensiero corre veloce e si mischia ai ricordi. Mi sembra quasi di poter sentire ancora l’odore della carne bruciata, e l’arabo che grida mentre sparo nel culo di sua moglie.
Basta. Scuoto la testa come servisse a dimenticare. Mio padre tiene gli occhi puntati sul televisore, mia madre invece se ne accorge.
– Cosa c’è tesoro? Non ti senti bene? –
– Niente, è tutto apposto. Senti mà, io non ho fame. Vado a fare due passi. Ci vediamo più tardi –
Sento le voci che si confondono, mentre esco di casa.
– Povero piccolo, chissà cosa gli hanno fatto passare laggiù – È mia madre che mugola per il suo piccolo. Sarei contento se avesse visto cosa è successo alla coppia di beduini. Sarei contento di smerdargli gli occhi di pura realtà. La realtà che puzza di cordite.
Rispondo al cellulare che squilla, mentre continuo a guidare verso il bar. È Jeremy; che ha voglia di vedermi per una bevuta insieme. Jeremy abita a pochi chilometri da casa mia. Ci conosciamo dall’asilo; siamo cresciuti insieme. Ci siamo fatti la prima birra insieme, mentre sbirciavamo dalla finestra che dava nello spogliatoio femminile della scuola. La prima canna d’erba ce la fumammo insieme nascosti sotto le gradinate del campo da football. Ci siamo anche arruolati insieme, Jeremy ed io.
Arrivo al bar e parcheggio sul retro. Ho scelto un posto che non è frequentato da amici e compagni di scuola. Non ho voglia di vederli, di dover subire le pacche sulle spalle e dover raccontare come me la passavo nel deserto. Teste di cazzo, tutti quanti. Solo a pensare a quelle facce belle distese nell’annuario scolastico, mi sale una rabbia incontrollabile. Non so perché, ma sono certo che potrei sparare in fronte ad ognuno di loro senza la minima esitazione. Non chiedetemi perché ce l’abbia tanto con loro, è solo che certe cose le capiscono solo quelli che ci sono stati. Quelli che hanno visto. E poi c’è dell’altro. Ve ne parlerò presto…
Mentre scendo dalla macchina la rabbia continua a salire. Sbatto forte lo sportello e calcio lontano la lattina vuota che mi ritrovo tra i piedi. Questa va a finire in mezzo ad un gruppetto di tre negri. Loro si girano e cominciano a fissarmi. Portano vistose catene al collo. Marche famose stampate sulle magliette di due taglie più grandi. Uno di loro fa un passo avanti e stringe il cavallo de pantaloni tra le mani. Continuano a fissarmi… Le tre scimmie.
Mi chiedo che cazzo ci stiamo a fare laggiù nella merda, se per le strade di casa nostra devo ancora vedere questi residui di ghetto. Queste bestie randagie, più adatte ad uno zoo che a questa società. Spiegatemi un po’ perché dovrei permetterlo. Perché, noi cittadini liberi, dovremmo permettere a questa feccia di infestare le strade.
Non me ne accorgo ma lo dico ad alta voce, avvicinandomi lentamente. Il più alto di loro continua a venirmi incontro. Gli altri due lo seguono dappresso.
– No, bastardi… Non vi permetto di fare i cazzi vostri nelle strade in cui sono cresciuto. Tornate nelle fogne! – Calcio forte all’altezza della rotula, come mi hanno insegnato. Il negro si inginocchia urlando di dolore. Con un balzo sono su quello di destra. Faccio scivolare la mano in tasca e il contatto con il manico d’osso mi riporta all’infanzia. Il coltello da scuoiatura che mio padre mi regalò da ragazzo, quello che usavo per andare a caccia di cervi insieme a lui, adesso è saldo nella mia destra. Un gesto rapido, la lama sembra disegnare una scia nell’aria. La seconda scimmia cade all’indietro tenendosi la faccia. Il terzo tenta di scappare, lo inseguo e in poche falcate lo raggiungo. Sento i muscoli delle gambe rispondere al mio ordine. Li sento reagire istintivi, pronti a compiere il loro dovere.  Pianto il coltello con forza sotto la base del cranio, mentre gli tiro indietro la testa. La bestia cade e una macchia scura si allarga sotto di lui. Torno dagli altri due. Quello alto è ancora in terra e si tiene la gamba.
– Sei una bestia schifosa. Lo sai vero? La tua razza si espande come bubboni infetti. Luridi parassiti vi attaccate a questa società succhiandone la linfa. Quella troia di tua madre non ha fatto altro che aggiungere germi e allargare l’infezione quando ti ha cagato fuori. Lo sai… EH?! –
Gli monto con tutto il peso sul ginocchio spezzato tirandolo a me per i capelli.
– Lo sai vero? Eh stronzo?! Dillo… Dillo che tua madre è soltanto una vacca infetta… Lurido bastardo –
Lui annuisce, comincia a singhiozzare.
– Allora? Dov’è finito il gangster del ghetto… eh pezzo di merda! Avanti dillo… Cosa cazzo è quella negra di tua madre? –
Lo stronzo piange ancora di più e io per risposta carico altro peso sul suo ginocchio. Lui urla un po’, poi stringe i denti e comincia a mugolare.
– È una vacca – dice piano.
– Cosa? Che cazzo hai detto, negro? Non ho sentito… Cosa cazzo è tua madre? –
– È una vacca – ripete più forte – È una vacca infetta –
– Esatto cioccolatino… È una vacca negra infetta… Beduina del cazzo –
Il taglio netto alla gola comincia a zampillare sangue, sempre più abbondante, fino a somigliare ad una cascata scura. Gli lascio i capelli e lui cade all’indietro come una marionetta senza fili. Mi avvicino all’ultimo. La prima coltellata è passata di traverso sull’occhio. Lui geme ruotando la testa come se fosse stordito dalla droga. Un breve sguardo. Lo fisso nell’unico occhio, che sta ruotando freneticamente dentro l’orbita. Sento i suoi denti rompersi sulla punta dell’anfibio. Il secondo e il terzo calcio sembrano incassarlo nell’asfalto. Il quarto… Il quinto… Il sesto… Continuo e continuo ancora. Il settimo calcio sulla bocca sembra finalmente ucciderlo. Pezzetti bianchi galleggiano in una pozza rosso scuro.
Le note di Walk dei Pantera suonano forti anche all’esterno del locale. La musica ha coperto le urla della mia pulizia. Faccio il giro ed entro dalla porta principale. Il locale è pieno e Jeremy mi saluta dal tavolo più lontano.

CAPITOLO V

– Un paio di birre –

Due Budweiser schiumanti e la faccia di un vecchio amico. La serata perfetta.
– Quando sei rientrato? – gli chiedo, buttando giù un sorso di birra. Ne avevo proprio bisogno. La scaramuccia coi negri mi ha fatto venir sete.
– Oggi, direttamente dalla base. E te? –
– Ieri. Sai nulla di Bud? –
– È sempre laggiù. E chi lo muove quello! –
Per un minuto ci lasciamo percuotere dalla musica. Non che non ci sia niente da dire, ma sono contento di trovarmi insieme a lui, e voglio godermi il momento prima di parlare di quella cosa. Ci guardiamo un po’ intorno. Sappiamo di essere diversi dagli altri. Dall’abisso non si torna indietro…
– È successo niente? – domando. Si, perché qualcosa deve essere per forza successo. No, non i negri. I negri sono stati solo un incidente di percorso. Parlo del rituale, quello delle sei, il segreto che ci siamo portati quaggiù, in questa fogna di città.
– La spiaggia… – Jeremy mi risponde con lo sguardo abbassato. Non gli piace questa storia. Non lo biasimo, ma l’unica soluzione è lasciarsi andare.
– Dormivi? –
– Si ho dormito tutto il pomeriggio –
– Anch’io, o almeno è quello che ricordo… Perché la spiaggia? –
– C’era della sabbia attaccata alle mie scarpe –
Cerco di ricordare. Si, forse ha ragione. Sabbia sul tappetino d’ingresso. La spiaggia…
Uno stronzo si siede accanto a noi. Si chiama Matt Qualcosa. Mi conosce da un paio di anni, cioè conosceva il vecchio Norton. Giocavamo a football insieme nella squadra del liceo. Cazzo, che palle!
– Allora sei rientrato da quell’inferno! Dai che ti offro un giro… – Matt Qualcosa ordina tre birre e incomincia a scassarci il cazzo. Lo sopportiamo. Non so come ci riusciamo ma rimaniamo ad ascoltarlo, fino a quando si accorge che le sue chiacchiere non sortiscono alcun effetto. Avverto il suo disagio. La nostra presenza gli diventa intollerabile. Un attimo dopo trova un preteso per lasciarci. Menomale…
– Comunque domani sapremo cos’è accaduto – dichiaro  io, scolandomi l’ultimo sorso.
– Già. Per poco non mi hanno beccato all’aeroporto, ieri, in Germania. Maledette telecamere! – Jeremy continua ad osservare la schiuma nel bicchiere. Mi domando se ce la farà ad andare avanti, se in futuro potrò fidarmi di lui.
– Non è stato facile neanche per me. Ho usato una toilette. Azzardato, comunque nessuno ci ha disturbati – gli confesso, cercando di rassicurarlo.
– Sai chi era? –
– Un vecchio tedesco. –
– Come lo hai saputo? –
– Ne parlavano alla base, il giorno in cui ho fatto rientro. Nessuno mi ha visto. Ricordo solo di essermi svegliato con la testa appoggiata al finestrino dell’aeroplano. Comunque da oggi sarà più facile, vedrai…-
Si, confidavo nel fatto che la città offrisse carne in abbondanza, nonché una vasta selezione di scenari necessari per soddisfare i nostri bisogni. Luoghi appartati, magazzini vuoti, vecchi container, e naturalmente la spiaggia. Chilometri e chilometri di costa, splendore e vanto della nostra solare cittadina. Eire, un buco di culo accanto all’acqua.
– Che ti è successo? – Solo adesso si accorge del sangue che mi inzuppa la manica della giacca.
– Niente, dei fottuti negri… – poi ordino un’altra birra. È una bella serata, dopotutto.

Eravamo furibondi. La storia del convoglio, della casa con quei due vecchi del cazzo, la missione a puttane… Insomma, neanche un negro da massacrare. Bud ci era rimasto proprio male. Non si poteva tornare al campo così, non senza un po’ di sano strapazzo, tanto per ammazzare la noia.
Lo sento nell’aria, è uno di quei giorni. Jeremy ride come un matto. Io siedo davanti, accanto al sergente Burt. Non è uno dei nostri e Bud, che gli sta proprio dietro, lo sa. Ma la jeep la deve portare lui ed è sempre lui quello più alto di grado. Signorsì, signornò, e stronzate del genere. Ma come si fa, penso. Intanto guardo negli occhi Bud, che è su di giri come non mai. Sono le pasticche, quelle che rimedia  dal messicano, drogato del cazzo. Chissà con cosa la taglia quella roba. Chissà dove la prende. Poco importa, l’essenziale è che facciano il loro dovere. Ne ho prese due anche io prima di partire. Perché è sempre bene prenderle prima di iniziare le danze.
– Brutto stronzo! – urla Bud indicando il marciapiede. Stiamo attraversando la periferia di Falluja. Catapecchie e polvere. Una merda.
– Che succede? – domanda Burt, tirando il freno.
– Quel ragazzino. Quello è il bastardo che mi ha mostrato il dito, due giorni fa. Io lo faccio secco… –
– Calmati Bud, dai. Torniamo al campo… – Burt reinserisce la marcia.
– Calmati un cazzo! – Neanche io riesco ad anticipare quella follia. Un colpo alla nuca e Bud fa saltare le cervella al sergente. Jeremy rimane di sasso, poi incomincia a ridere come un cretino. Io mi scaravento fuori, seguito dagli altri due.
Le danze hanno inizio.


CAPITOLO VI

– Casbah –

Il piccolo scatta veloce mentre noi gli arranchiamo dietro. Gli zaini e la tenuta da battaglia non favoriscono i nostri movimenti. Ad ogni passo la sabbia si alza densa in nuvole opache. Bud arranca e sbuffa; è quasi senza fiato. La pancia prominente, tenuta stretta dalla mimetica, sobbalza di continuo. Jeremy ed io lo sorpassiamo, siamo più svelti e per un momento credo quasi di averlo raggiunto, il bastardino. Quel piccolo topo riesce a sfuggirmi per un soffio. Gli ho sfiorato i capelli con la punta delle dita, ma lui corre più veloce del vento, scarta rapido i rottami delle macchine bruciate, che tempestano lo sfondo di questo grottesco paesaggio.
– Corri… Corri cazzo! Corri! – Jeremy continua ad urlare a squarciagola, non capisco dove trovi il fiato. Il petto mi brucia come se stessi respirando fuoco, mentre l’aria caldissima sfasa la vista, trasformando tutto in un miraggio. Il bambino sembra invece correre sempre più veloce. Si infila in un portone. La parete dell’edificio è nera e sventrata in parte da una bomba; riesco a intravederne l’ interno. Senza pensare ci buttiamo a capofitto dentro il portone. Abbiamo riguadagnato qualche metro di distanza. Mi chiedo chi me lo fa fare. Chi mi costringe a correre a questo modo per prendere un dannato ragazzino che ha mandato a fare in culo Bud. In fondo il testa di cazzo meriterebbe di essere mandato a fare in culo ogni singolo istante.
Poi un demone assale la mia logica, sbranando la sua carne fresca, e mi ricordo COSA sto inseguendo. Non un essere umano, non un individuo, non un bambino. Ma un figlio di troia arabo che non capisce la verità. Che si ostina a non capire che noi siamo qui per fare del bene.
Poi smetto di prendermi per il culo e sento l’odore del sangue dentro il mio naso. Sento il suo sapore nella bocca. Nel cervello… Nel cervello… Nel cervello.

Il palazzo è quasi totalmente crollato. Solo un piccolo corridoio sulla mia destra è ancora intatto; la parete che dovrebbe starmi davanti, invece, non esiste più. I residui del muro sono sparsi ovunque. Calpesto i calcinacci che si sgretolano sotto gli anfibi. Varco una soglia inesistente. Appena attraverso quello che rimane di un arco con arabeschi scolpiti in bassorilievo, mi arresto di colpo. Jeremy non riesce a fermarsi prima di avermi spinto leggermente, facendomi entrare in un altro mondo.

Aromi dolci e pungenti mi assalgono il naso, ma la musica, che pare quasi stonata, cessa all’istante. Realizzo di essere appena entrato nella tana del lupo. Siamo dentro una casbah araba. Sento Jeremy alle mie spalle che sussurra “cazzo cazzo cazzo”, mentre uno scalpiccio precede l’arrivo di Bud.
Davanti a noi decine e decine di uomini. Ci sono bancarelle di ogni tipo sparse per tutto lo stretto cortile. Il tempo sembra fermarsi e ogni rumore cessa di esistere. Rimango immobile ad esaminare la scena, come se fossi un osservatore disinteressato. Dal silenzio e stasi totale ci ritroviamo in un caos primordiale. Donne e bambini cominciano a correre verso ogni anfratto presente, mentre la gente, destata come da un sogno, comincia a urlare in quella cazzo di lingua. L’atteggiamento è minaccioso, ma nessuno si avvicina a noi. Adesso siamo in fila, Bud alla mia sinistra e Jeremy sulla destra.
– Che cazzo facciamo? – A Jeremy trema la voce ed io stringo più forte il fucile. Giro appena lo sguardo verso Bud per accertarmi che non faccia cazzate, e glielo dico piano, appena un sussurro. Non so neanche se riesco a finire la frase, quando il braccio destro di Bud comincia a zampillare sangue.
– Merda! Merda! – Dagli angoli più bui escono fuori uomini armati. Cominciano a spararci contro. Jeremy è il primo a rimbucare la porta, mentre io mi tiro dietro Bud che sta sventagliando con l’M 15.
Ho appena sorpassato il portone annerito, quando un mattone all’altezza della mia tempia esplode. I frammenti mi schizzano in faccia graffiandomi. Pochi centimetri più a destra e la mia testa sarebbe esplosa. Sparo a casaccio senza guardare né voltarmi. Due passi e il sole ci abbaglia come una torcia puntata sugli occhi.
Sento ancora qualche sparo in lontananza, mentre mi metto alla guida della Jeep. Il tragitto di ritorno sono sicuro di averlo fatto nella metà del tempo dell’andata, e solo quando arriviamo al mezzo mi accorgo che sto ancora tenendo Bud per la mimetica. Lui preme sul braccio che continua a sanguinare, ma sta bene; impreca tra i denti.
Ingrano la prima e schiaccio il pedale, come a volerlo spezzare.

Saluto Jeremy. Tutto d’un colpo mi è preso un sonno incredibile. Non faccio altro che dormire da quando sono tornato. Dormirei tutto il giorno… Dormirei per sempre se potessi.
Riesco a fare tre passi fuori dal locale prima che una pattuglia della polizia mi pianti i fari addosso. Merda, non ci voleva!

CAPITOLO VII

– Deja-vu –

L’agente esce dall’auto intimandomi di alzare le mani. Le cose sono cambiate negli ultimi anni. Prima della menata del 9/11 gli sbirri non facevano tutto questo chiasso. Oggi invece hanno sempre la mano sul ferro, pronti a farti saltare le cervella per un infrazione stradale.
Obbedisco allo stronzo. Rimango quieto come un lama tibetano. È un semplice controllo. C’è stato un po’ di movimento in città nelle ultime ore, e non solo a causa dei negri. Sono stati ritrovati due cadaveri sulla spiaggia, un uomo e sua figlia. La polizia è costretta a muovere un po’ il culo, il che è davvero strano per Eire.
– Sergente Norton, può andare. Grazie per la collaborazione – Stronzo. Non ti sei neanche accorto che ho i polsini della giacca intinsi di sangue e le nocche dei pugni sbucciate.  Mi viene in mente quella storia di quel Jeffrey Dahmer, il pazzo di Milwaukee. Quelli stronzi di piedipiatti gli riportarono in casa una delle sue vittime, un ragazzino di quattordici anni che era riuscito a scappare. Lo avevano trovato mezzo nudo in strada, stravolto per le torture subite. Il perfido Jeffrey trapanava la fronte delle sue vittime e poi ci spruzzava dell’acido. Così le trasformava in zombi, per giocarci un po’, prima di cucinarli ovviamente.
Passiamo intere vite davanti alle novelle di Hollywood, che ci raccontano di come sono perspicaci i nostri poliziotti. Un piccolo indizio e ti risolvono l’omicidio perfetto. Ma la verità è un’altra. La verità è sempre un’altra. La polizia non ci capisce un cazzo di quello che succede per le strade. Se riesce a beccarti è perché hanno avuto culo, o perché eri così fatto che hai lasciato il tuo nome scritto sul cadavere,
Saluto l’agente con un sorriso e mezz’ora dopo sono sotto le coperte. Mi godo il sonno, la discesa, l’oblio. Buonanotte…

Il ronzio del bimotore mi avverte che siamo pronti ad atterrare. Benissimo. Non ce la facevo più…
…sono appena passate le sei. Non è successo nulla. A volte accade anche questo. Quando riconosco di non avere alternative mi costringo a rimanere sveglio, e allora il rituale è rimandato al giorno dopo. Sicuro. Non possono passare più di quarantotto ore tra un rituale e l’altro, altrimenti lui si arrabbia, e si ripiglia le nostre notti, le cadute nell’abisso, i bagni di tenebra.
La sera del mio arrivo non potevo fare altrimenti. Per questo ero sicuro che il giorno dopo sarebbe successo qualcosa. L’incidente alla spiaggia, come lo hanno chiamato; i gabbiani affamati, la bambina con il padre, e tutte le cose che sono state scritte in terza pagina nel giornale locale. Brutto affare…
Nessuno sospetta ancora che si tratti di un omicidio, ma la vicenda è senz’altro bizzarra. In autunno inoltrato un uomo insieme alla figlia di cinque anni decide di farsi un bagno nel lago, che di questi tempi è davvero gelido. Poi il rinvenimento dei cadaveri, con quella caratteristica che è una vera e propria manna per i giornalisti. “…il signor Redford e la piccola Katie sono stati trovati da un turista che camminava sulla spiaggia, verso le ore venti. Nella penombra non si era accorto che a entrambi erano stati asportati i bulbi oculari, una pratica adottata a volte dai gabbiani, presenti in grandi stormi attorno alla zona…” Gabbiani un cazzo, dico io!
Ecco che cosa succede quando vengono mandati degli idioti a portare piombo e democrazia dall’altra parte dell’oceano. Quelli sono mondi insidiosi, troppo antichi per noi, che siamo le pulci della storia. Abbiamo si e no cinquecento anni. Abbiamo messo a ferro e fuoco le vecchie culture e ci siamo inventati il fottutissimo sogno americano. Poi ci corazziamo bene e bene e crediamo di farla franca. Non puoi farla franca con quella gente. Quella gente è antica. Esistono cose che dormono sotto la sabbia, dormono da secoli, millenni. Non sono morte. Attendono…
Ilu Limnu, il dio del male, signore supremo delle tenebre quiete, un bagno caldo che neanche la droga del messicano riesce a farti assaporare. Legato a Taiwaith, il mare primordiale che diede vita alla creazione, Ilu Limnu esercita il suo incontrastato dominio sull’ombra. Puoi riverirlo con un semplice gesto. Non devi fare niente. Basta che tu ti addormenti. Sarà lui che entrerà in te per prendersi il suo dono. Poi, a conti fatti, ti regalerà l’abisso…
Sono le quattro e ventidue. Mia madre è in giardino a dare da mangiare ai gatti. Mio padre lucida il suv. Me ne vado di sopra a dormire. A sognare. A farmi rapire. Succederà di nuovo, ancora, ed ancora, ed ancora.


CAPITOLO VIII

– La valle del tempio –

Ci metto un secondo ad addormentarmi. All’inizio i sogni si mischiano tra loro. Tra amici, ragazze, ricordi di infanzia e ricordi dell’inferno di sabbia.
Poi arriva Lui. Si fa largo tra i ricordi sbranandoli senza pietà, e lentamente riporta la mia memoria all’inizio. All’inizio del tutto… La valle del tempio.

– Allora Jeremy. Cosa dobbiamo fare qua? –
– Non ne ho la più pallida idea. Dobbiamo sorvegliare questa merda di posto. Punto e basta. Domani mattina il convoglio tornerà a riprenderci –
Ci hanno scaricati in questa vallata del cazzo tre ore fa, con il compito di sorvegliare… Sorvegliare cosa, mi chiedo. Ovunque volgo lo sguardo vedo solo dune di sabbia e nient’altro. Le tende, una borsa termica coi viveri e quella del primo soccorso è il solo equipaggiamento che abbiamo in dotazione, oltre logicamente a quella di base: corpetto e fucile.
Bud sbuffa scocciato. Tira fuori dallo zaino una bottiglia di whiskey e ci dà una lunga sorsata.
– Cazzo di posto… Beduini di merda –
Non dice altro, si siede su una roccia che sbuca dalla sabbia e comincia a sfogliare una vecchia copia di Playboy. Il tempo passa e il sole continua a incenerirci il cervello. Le immagini in lontananza vengono sfasate del calore che sale dalla sabbia. Tutto assomiglia ad un miraggio confuso.
Dopo il decimo giro di poker con Jeremy mi stufo di quella situazione e decido di allontanarmi un po’. Voglio salire sopra una delle dune che formano la valle e vedere cosa diavolo ci circonda. Così mi allontano, seguito dai sommessi borbottii dei due, a cui non do la minima attenzione.
– Torno subito, mammole…  ecchecazzo –
Mi accorgo di quanto sia lunga questa onda di sabbia solo quando ci arrivo sotto. Le dune in questa parte del deserto sono stranissime. Ad una prima occhiata non appaiono ripide, ma quando cerchi di scavalcarle sembrano infinite. La pendenza è dolce, ma non finiscono mai!
A metà del tragitto decido di abbandonare lo zaino e portarmi dietro solo il fucile. Quello non lo mollo neanche quando dormo. Arrivo finalmente in cima e quello che vedo ha un che di surreale. In ogni direzione si susseguiono vallate di sabbia, alcune così profonde che non riesco a vederne la fine. Sembra un enorme onda continua, con al centro enormi crateri dalle curve morbide e lucenti. Il sole mi acceca quando cerco di alzare lo sguardo all’orizzonte, cosicché devo rimanere alcuni secondi con la mano sugli occhi, prima di poter guardare meglio.
Poi riesco a vederli vedo… E sono tanti.
– Cazzo, siamo fottuti! –

Sento che mi sto per svegliare. I miei occhi sono quasi aperti. La luce della lampada che ho scordato accesa sul comodino filtra attraverso le palpebre. Poi una voce profonda che sembra gorgogliare sott’acqua invade la mia mente.
– Non ancora David… Torna qua… –
Come se una mano invisibile mi trascinasse via, ripiombo nel nero.

La colonna dei cammelli è formata da almeno venti animali. I beduini sono completamente ricoperti da abiti scuri, che lasciano scoperti solo gli occhi. Ad ognuno di essi, da sopra la spalla, spunta la lunga canna di un fucile. Non riesco a distinguerli, ma ci scommetterei che sono di fabbricazione russa. Ai loro fianchi penzolano delle lunghe sciabole ricurve. La carovana punta dritto verso la mia direzione. Abbiamo davvero poco tempo per nasconderci, se vogliamo evitare il massacro.
Corro a più non posso verso i miei compagni. Cado molte volte mentre ripercorro il tragitto al contrario. Mi ritrovo la sabbia perfino in bocca, così asciutta che non riesco nemmeno a sputare. Scollino la duna e li vedo, Jeremy che cazzeggia col coltello, Bud è sdraiato con la testa sullo zaino, sembra addirittura dormire. Vorrei urlare per avvertirli, ma siamo sotto vento e peggiorerei soltanto la situazione. Un silenzio agghiacciante satura la valle. Sento solo il mio respiro affannato, mentre cerco di ingoiare grosse boccate d’aria. Gli ultimi metri sembrano non finire mai, mentre affondo il passo fino a metà anfibio.
Jeremy mi guarda spalancando gli occhi. Mi chiede cosa è successo, mentre con un calcio sveglia Bud che russa beato. Cerco di riprendere fiato e gli spiego quello che ho visto.
– Dobbiamo nasconderci. Subito! Cazzo! –
– E dove… Dove cazzo vuoi nasconderti qua? Non c’è niente per chi sa quanto –
Bud intanto arma il fucile. Probabilmente non ha capito il numero di beduini che compongono la carovana armata.
Non rispondo neanche alla domanda di Jeremy e comincio a correre verso la sponda opposta a quella da cui sono sopraggiunto. Mi auguro che la morfologia del territorio sia uguale sull’altro versante. In tal caso avremmo qualche possibilità di nasconderci, magari in un’altra valle, ad aspettare il passaggio dei beduini. Sento gli altri che raccolgono in fretta le cose e iniziano a seguirmi. Bud impreca, ma con la coda dell’occhio vedo che si mette a correre anche lui. La cima più alta dell’enorme duna sembra lontanissima e noi siamo ancora a metà. I cammelli non hanno i nostri stessi problemi di movimento. Li sento avvicinarsi sempre di più. I beduini parlano tra loro, in quella maledetta lingua che non sopporto più!
Quando finalmente arriviamo in cima, mi sembra di avere ingoiato metà della sabbia del deserto, ma non me ne curo. Davanti a me si stende un’altra valle, più piccola di quella che abbiamo appena lasciato. Sull’estremità destra intravedo delle grotte e mi ci butto a capofitto. Bud ansima come un pazzo e per un attimo credo che gli stia per venire un infarto, mentre arranca dietro a Jeremy.
Arrivo davanti alle grotte e mi ci infilo, senza neanche guardarmi indietro. Mi fermo, appoggiato al muro, e cerco di riprendere fiato. Arrivano anche gli altri due, che senza dire una parola si stendono a terra. Bud sta vomitando in un angolo; Jeremy lo ha trascinarlo a forza per gli ultimi metri.
Non so quanto tempo è passato, non credo molto, ma adesso riesco a respirare normalmente. Con una lunga sorsata d’acqua dalla borraccia riesco finalmente a pulirmi la bocca. Mi accendo una sigaretta e tendo l’orecchio verso l’interno della grotta. Il rumore non si fa attendere, sembrano delle voci, ma non riesco a capire bene. La corsa mi ha frastornato.
– Merda! –
Mi volto a guardare Jeremy e ne seguo lo sguardo. I rumori non vengono dalla caverna ma dalla cima della duna. I beduini l’hanno appena sorpassata. Indietreggiamo all’interno della caverna, fino ad uscire dalla portata dei raggi del sole che illuminano l’ingresso. Trattengo il fiato sperando che la carovana cambi direzione. Spero proprio che non abbiano intenzione di entrare nella caverna…
La buona notizia è che non lo fanno, la cattiva è che si stanno accampando proprio davanti a noi.
– Dobbiamo chiamare il convoglio – dice Jeremy.
– Dobbiamo dirgli che siamo nella merda e che devono venire a prenderci. Se arrivano con i mezzi per quei negri del deserto non c’è più storia –
Mi pare un’ ottima idea. Faccio per allungare la mano verso il mio zaino che contiene la radio, quando mi accorgo di averlo lasciato sulla duna.
– Sei una testa di cazzo! – Bud mi si avventa contro. Jeremy riesce a placcarlo a mezz’aria e, anche se è la meta di Bud,  riesce ad immobilizzarlo.
– Sta zitto! Vuoi farti sentire dai beduini? Zitto! –
Bud si calma, ma gli leggo negl’occhi la voglia di uccidermi. Io rimango immobile, in silenzio, finché il tizzone della sigaretta non mi brucia le dita.
– Dobbiamo addentrarci nella caverna e vedere se c’è una via di uscita. È l’unico modo –
– È l’unico modo perché qualche stronzo ha lasciato lo zaino in culo al mondo – Bud schiuma di rabbia e Jeremy non lo contraddice. Anche il suo sguardo è furibondo. Nonostante tutto i due mi seguono, non che abbiano molta altra scelta. Accendiamo le torce elettriche e iniziamo a camminare.
Man mano che ci spingiamo avanti, la grotta si fa sempre più bassa, fino a costringerci a camminare curvi. Le pareti di roccia rossa sono adornati da strani disegni, tracciati probabilmente con del carbone, ma non riesco a capire cosa vogliono rappresentare. Si intravedono delle figure antropomorfe, alcune in piedi e altre in ginocchio.
Continuiamo a camminare. Bud sputa sui disegni, imprecando sottovoce. Poi tira fuori la bottiglia e ci si attacca come una sanguisuga. Sembra che non voglia più smetterla di bere.
Finalmente, dopo una mezz’ora buona di cammino, il cunicolo termina e ci ritroviamo in una saletta rotonda scavata nella roccia. Torniamo in posizione eretta. Posso finalmente stirarmi la schiena. Non ne potevo più…
Faccio ancora un passo verso l’interno della saletta, rischiarando le pareti con la torcia. Giro su me stesso e cerco di capire dove ci troviamo. La roccia rossa dà una luce strana all’ambiente, che deve per forza essere opera dell’uomo. Continuo a girare su me stesso, fino a distinguere una piccola porta in un angolo. Un uomo è costretto a chinarsi per passarci attraverso.
Incisi nella roccia sopra lo stipite campeggiano, come a formare una frase, dei caratteri mai visti prima.

CAPITOLO IX

– La cena del demone –

Il ricordo del rituale sopraggiunge solo dopo qualche giorno. Ha bisogno di risalire l’abisso, scavalcare le barriere della coscienza, insinuarsi nell’intimo (o in quello che mi è rimasto dentro), per poi infine essere decodificato dal cervello. Arrivano brevi immagini, flashback, suoni, urla. Lentamente il puzzle si ricompone nella mia testa. A volte i rituali si mischiano tra loro, un’accozzaglia divertente di macchie sanguigne. Come gli ultimi due, ad esempio. Il vecchio tedesco nella toilette dell’aeroporto e la bambina sulla spiaggia. Gli ultimi due prima di quello di oggi, ovviamente.
Sono davanti al televisore. Non so cosa sia successo tre ore fa. Tre ore fa erano le sei, ed io dormivo, ma qualcosa ha abitato il mio corpo e ha fatto un salto in città. Aveva fame. Forse la TV locale ne parlerà tra poco. Forse…
Ecco che mi arrivano altre immagini. Fotogrammi che si sovrappongono alla pellicola di un vecchio film in bianco e nero. Mio padre è andato a giocare a biliardo coi suoi amici. Mi chiedo come riesca a tirare di stecca con quella pancia. Mia madre sonnecchia sulla poltrona accanto a me. Mi piacerebbe farle del male, solo per sapere cosa si prova. Lei che mi ha generato, che ha sofferto per fare uscire dal suo corpo questo frutto malsano, infilarli il coltellaccio nel gargarozzo, vederle sprizzare tutto quel dannato sangue che deve averci in corpo, e ce ne deve avere parecchio visto quanto è grassa. Poi però dovrei pulire il salotto prima che rientri mio padre, e questo davvero non mi và. Lascio perdere e torno ai miei ricordi.
Jeremy spinge la testa dell’uomo sotto l’acqua. Il lago è freddo, ma non ci badiamo. La bambina urla, poi si volta ed incomincia a scappare lungo la spiaggia. Le lascio un po’ di vantaggio prima di mettermi a correre. La osservo (anzi, è Lui che la guarda attraverso i miei occhi, ed è sempre Lui che mi omaggia di questi gustosi ricordi), la coda bionda che sfarfalla, il vestitino rosso a righe, i piedini nudi sul bagnasciuga. Davvero deliziosa…
La caccia dura meno di un minuto. L’immagine della piccola che si dimena diventa quella del vecchio tedesco, seduto sul cesso immacolato di quel maledetto aeroporto. Profumo di cloro e deodorante. Piastrelle antracite e luci al neon. La mano destra premuta sulla sua gola, un sacco di pelle flaccida ripiena di vene e nervi del cazzo. Lui mi guarda con mille interrogativi negli occhi. Due occhi chiarissimi ed umidi, due orribili occhi da vecchio. A Lui non importa se sono vecchi oppure giovani. A Lui piacciono…
Torna il vestitino rosso a righe. L’acqua fredda del lago, lo sciaguattio e le urla. Piccolina… L’afferro per la coda e le spingo la testa sotto l’acqua. Ha solo cinque anni ma si dimena come un torello. La gambine nude che sbattono inutilmente sulla superficie dell’acqua. Le mani che afferrano i miei anfibi cercando una presa per riemergere. Tutto inutile. Sorrido compiaciuto sul divano. No, non è per via di quel vecchio film che stanno passando alla televisione. Sorrido per il tramonto che ci ha investiti proprio in quell’attimo, un globo rossissimo appeso sopra la superficie del lago, e l’acqua che esplode in mille riverberi. “Oggi il sole tramonta alle 6:03 PM.” Aveva detto quella vocina stridula alla radio. E mi ricordo di aver pensato “Ne sarà felice, Lui.” Si perché, il rituale è legato al tramonto. Il declino del giorno, l’apertura del mondo delle tenebre, il momento del passaggio.
Avvicino la bocca alla testa del vecchio tedesco. Lui non fiata. Sembra quasi intuire quello che gli sta per succedere. Nessuno ci disturba, ed è un bene. A Lui non piace essere disturbato. Avvinghiato a quel corpo grinzoso seduto sulla tazza del cesso, appoggio le labbra sulle palpebre dell’occhio destro. È sempre l’occhio destro il primo, l’antipasto. È Lui che mi comanda di chiudere gli occhi, di attendere il momento. Le sei puntuali. Il risucchio non proviene dai miei polmoni. Quello è il cibo di Ilu Limnu. Il bulbo quando esce dall’orbita fa un curioso “PLOP”. La vittima rimane viva, si dimena, e spesso diventa difficile continuare il rituale. Ma è sempre Lui che comanda il corpo, e quando la mia forza non basta, ci aggiunge un po’ della sua. La sento arrivare attraverso i muscoli, una vibrazione leggermente dolorosa, un flusso d’energia oscura proveniente dall’abisso. Straordinario…
È la volta dell’occhio sinistro. Adesso il flashback mi riporta sulla spiaggia. La bambina è svenuta tra le mie braccia. Con la coda dell’occhio vedo Jeremy che viene verso di me, il volto imbrattato di sangue e materia grigia. Lui ha già finito il suo pasto…
Il risucchio questa volta è più forte. Dannatamente più forte. Non è solo il bulbo oculare a rifluire attraverso la mia bocca, ma l’intero cervello della piccola. La cena del demone.
Il film in bianco e nero è terminato. Mamma è in cucina a prepararsi l’ennesimo sandwich con la mostarda. Se ne mangia tre prima di andare a dormire. Grassona del cazzo! Prima o poi le mangio gli occhi, penso. Ma purtroppo non sono io che decido.
Ecco, c’è il notiziario. Chissà cosa è successo oggi pomeriggio…

CAPITOLO X

– Interruzione –

Scosto la piccola porta, che si apre senza fatica. Dall’interno arriva una debole luce, forse candele. Mi chino e oltrepasso la soglia. All’interno centinaia di ceri rischiarano l’ambiente, un’ampia caverna che assomiglia ad un anfiteatro. Mi accorgo troppo tardi delle tre figure ammantate di scuro al centro dell’arena.  Si voltano verso di me. Mi vedono.
Lingua araba urlata con forza, con disprezzo. Non capisco quello che stanno dicendo, ma la mia mano va automaticamente alla sicura del fucile. Sposto appena il dito. CLICK. Il ferro è armato. Rimango tuttavia immobile, perché qualcosa di allucinante attira la mia attenzione. Un quarto uomo, che non avevo notato prima, è chino sul cadavere di un ragazzino. Mormora una litania continua, incomprensibile. Quando smette di salmodiare si volta anche lui verso di me. La sua faccia è stravolta in una maschera contorta e maligna. Un rivolo di sangue gli cola dalla bocca. Sembra guardare verso di me, ma i suoi occhi sono persi nel vuoto.
– Che cazzo facciamo? – Jeremy alle mie spalle mi batte sulla schiena con la canna del fucile.
– Non lo so… Indietro non possiamo certo tornare –
Ancora una volta Bud ci da una dimostrazione di quanto poco cervello abbia.
– Siamo marines dell’esercito degli Stati Uniti d’America. Inginocchiatevi immediatamente e mettete le mani sopra la testa – urla.
L’inferno si scatena.
Non riesco a capire quanti ce ne siano. So solo che ne escono a decine da dietro le colonne che circondano il centro dell’anfiteatro. Il primo sparo parte dalla mia sinistra. Sono sicuro che ci sia Bud. Il resto sono solo grida e deflagrazioni.
Ne cade uno dietro l’altro, mentre cercano di salire gli alti gradini che ci separano da loro. Non sono armati e sulle facce l’espressione è quella di uomini terrorizzati. Eppure continuano inesorabilmente a correre verso di noi, e noi continuiamo inesorabilmente a scaricare i nostri caricatori su di loro. Schizza il sangue che impregna la sabbia ormai rossa, mentre gli uomini sembrano marionette sventrare che crollano come se li avessero tagliato i fili. La signora morte cala prepotentemente il suo scettro.
Tutti stanno urlando, ma uno in particolare attira la mia attenzione. Sta parlando in inglese.
– Non fatelo, non sparate… Dobbiamo finire o Lui uscirà… –
Non capisco molto bene il resto della frase, a cui presto poca attenzione; poi un proiettile gli perfora la gola ed altri quattro o cinque gli si piantano nel petto. Amen.
Tutto lentamente si calma e finalmente torna il silenzio. Si odono solo i nostri anfibi sulla roccia ricoperta di finissima sabbia. Scendo qualche gradino, nessuno sembra essere rimasto in vita. Appena raggiungo la base della scalinata, mi accorgo del pozzo al centro dell’arena. La luce sembra improvvisamente più bassa, forse qualche candela si è spenta nella confusione.
Invece no; mi guardo attorno e sono ancora tutte accese, eppure l’ambiente appare più scuro, come se le ombre avessero divorato la luce. L’aria sta diventando stranamente fredda e sono convinto di sentire il tipico odore salmastro del mare. Impossibile, qui c’è solo un mare di maledetta sabbia!
Mi avvicino ancora di più al pozzo. Un brivido percorre il le mie membra. Adesso fa chiaramente freddo.
Poi un gorgoglio attira la mia attenzione…

CAPITOLO XI

– Il caffè –

– Hai sentito? Hanno beccato Bud –
Mastico lentamente la ciambella. Pregusto la tazza di caffè fumante. Incollo lo sguardo allo specchio dietro il bancone del Dell’s che riflette quella testa di cazzo di Jeremy.
– L’ho saputo ierisera. Ti ricordi TJ, quel negro che si fumava di tutto? Mi ha mandato una e-mail. Come cazzo avrà fatto, mi chiedo. Tipi così non sanno nemmeno scrivere. Comunque, mi parlava del reggimento, dei vecchi compagni, e del fattaccio. Nessuno ha sparso la voce ovviamente. Se lo venissero a sapere sarebbe un brutto affare… –
La voce di Jeremy mi irrita più del solito. Stacco un altro bel pezzo di pasta fritta zuccherosa e continuo a guardare davanti. C’è un mucchio di gente nel locale. Cazzo di gente…
– Comunque, mi ha detto che di punto in bianco, senza motivo, si è avventato sul sergente Morrison. Lo ha buttato a terra e gli ha strappato un occhio coi denti, prima di essere interrotto da un proiettile che lo ha colpito alla spalla –
Finalmente si beve il suo cazzo di caffè macchiato. Ci mette il latte come un poppante. Oggi proprio non lo sopporto. La ciambella è finita. Adesso il momento è topico. La sbobba che servono in questo bar è la migliore di tutta la Pensilvanya. Una miscela robusta che però ti lascia qualcosa di esotico in bocca. Si, è proprio perfetto…
– Ma un colpo non è stato sufficiente a fermarlo. Quattro soldati si sono avventati su di lui, e Bud se li è scrollati di dosso come moscerini. Poi si è tuffato di nuovo sul sergente. A quel punto però Morrison, anche con un occhio solo, ha avuto il tempo di recuperare il suo M 15. Glielo ha scaricato addosso, pace all’anima di quel bastardo –
– Amen – dico io. E mi finisco il caffè. Una meraviglia.
– Hai saputo nulla di ieri? –
Ma non se ne sta zitto un minuto questo qui. Spero tanto che si cacci in un bel guaio. Che lo prendano, e lo sbattano su quel dannato lettino, a fargli la punturina fatale. Non m’importa più…
– Due turisti europei. Sul lago. Adesso è pieno di polizia laggiù. Pensano che il pazzo si aggiri sulla spiaggia. Speriamo non Gli venga voglia di rifarlo laggiù, altrimenti facciamo la fine di Bud –
Stronzo! Non riesci a capire la sinfonia… È un movimento intestinale, un flusso continuo che viene dall’abisso e risale, t’invade la testa come mille pompini. Jeremy, sei proprio sterco di vacca. Ecco cosa sei. Non sei degno di Lui. E Lui ti fará fuori.
– Cazzo David, io ho paura! –
Questo non lo dovevi dire Jeremy. No, non lo dovevi dire…
– Paura di cosa? – domando.
– Ho paura che ci prendano. A Lui non gliene frega un cazzo se ci prendano o no. Come con Bud. Faremo la sua fine –
– No che non facciamo la sua fine. Bud era spacciato fin dall’inizio. Era uno stronzo, e lo sai bene anche tu! –
Finalmente si è zittito. Finisce il suo brodo di  caffélatte e paga il conto. È l’unica cosa buona di oggi.

CAPITOLO XII

– Mare color del sangue –

Il freddo mi penetra le ossa mentre il gorgoglio che proviene dal pozzo aumenta sempre più di intensità. D’un tratto una colonna d’acqua si alza dal centro del pozzo. Sarà alta almeno tre metri ed erutta con una forza incredibile. Il getto colpisce il soffitto e ricade giù, scaraventandomi a terra.
Mi ritrovo a sedere, zuppo come una spugna. Le gocce che mi scivolano sulla pelle e mi entrano in bocca sono salate. È acqua di mare. Acqua di mare in pieno deserto. La colonna continua a fuoriuscire dal pozzo e lentamente si colora di rosso.  L’acqua è diventata sangue, mi tinge di porpora, si mischia con la sabbia, creando una fanghiglia nauseabonda. L’odore toglie il respiro, un misto di dolce e salato che satura l’aria del tempio. Non ho più fiato, la mia testa inizia a girare e la vista mi si annebbia. Sono ormai certo di morire…

Devo aver perso i sensi. Sono disteso a terra, solo. C’è molta umidità nell’aria e avverto ancora quell’odore dolce e salato. Riesco finalmente ad aprire gli occhi e mi accorgo di non essere più nel tempio. Sono invece su una duna di sabbia, simile a quella che nascondeva la vallata con la caverna. Ora che ci faccio caso il paesaggio è esattamente uguale a quello. Mi alzo in piedi, non ho più la divisa addosso. Sono completamente nudo.
Un nuovo gorgoglio coglie la mia attenzione. Mi avvio a piccoli passi verso la cima della duna. Non riesco a capire perché, ma mi sento molto stanco. Faccio una fatica tremenda a muovere un passo dietro l’altro.
Finalmente arrivo in cima alla duna. Non credo ai miei occhi…
Davanti a me si stende un mare rosso. Un mare sanguigno nel mezzo al deserto. La vastità dell’acqua è tale da non poterne vedere la fine.
Improvvisamente mi giunge una voce. Viene dal fondo di quel mare rosso. La lingua è sconosciuta ma comprendo ugualmente il significato di ogni singola parola. La voce gorgoglia come se parlasse attraverso lo sciabordio delle onde. Come se fossero le onde stesse a parlare.
– Ti ciberai dei bulbi affinché io possa vedere tramite te il terrore che mi genera. Affinché da quel terrore io possa crescere ancora. Alimenterai le mie acque con le gocce di vita che strapperai ai predestinati, quando io te lo ordinerò. Da adesso prenderai il posto dei sacerdoti che hai sterminato. Lo farai perché io te lo ordino. Lo farai perché altrimenti ogni tuo sogno sarà abitato dalle mie onde. Perché altrimenti la tua anima vagherà per sempre tra le mie acque. –
Un’onda mi travolge. Vengo risucchiato dai flutti di quel mare. Cerco di prendere ossigeno, ma alla prima boccata ingoio soltanto acqua rossa. Ha il sapore del sale e del sangue marcio. Vengo trascinato verso il largo. Accanto a me sfilano centinaia di corpi. Galleggiano nell’acqua, mi danzano attorno, sembrano osservarmi ma sono tutti privi di occhi. Alcuni si aggrappano alle mie gambe, tirandomi giù, ed io non ho la forza ti liberarmi. Uno di questi afferra la mia testa e mi fissa con le orbite vuote.
– Io sono Ilu Limnu. Io sono il mare primordiale, la creazione prima, la forza distruttrice. Io risiedo in ogni goccia dei mari della terra, in ogni granello di sabbia, in ogni sogno. Io sono Ilu Limnu, padrone tuo. –
Quando riapro gli occhi sono nuovamente nel tempio. Respiro affannosamente, come se fossi stato per molto tempo senza aria. Indosso la mia divisa e sono completamente fradicio. Mi guardo intorno. Cerco i miei compagni e li trovo accasciati sui gradini. Tossiscono e riprendono anche loro fiato.
Cosa diavolo è successo? Anche Bud e Jeremy hanno vissuto lo stesso mio incubo? Vorrei poterglielo chiedere, ma un conato mi assale. Piegato in due, vomito acqua mischiata a sangue.

CAPITOLO XIII

– Jeremy –

La voce è tornata a parlare.
Sono passati cento giorni dalla visione nella grotta, dall’incontro con il padrone. Si è manifestato puntualmente dentro di me, alle sei di ogni giorno, o quasi, ma non mi aveva più omaggiato della sua presenza. Ieri notte mi ha convocato davanti a quell’assurdo brodo di sangue, il mare rosso del deserto. Ma questa volta è stato bellissimo.
Sono io il prescelto. Adesso lo so. Jeremy e Bud erano lì per puro caso. Ci ha giocato per un po’, ma era normale che prima o poi si stufasse di loro. Eliminare Bud è stato facile. Lo ha lasciato al suo destino, il destino di un pazzo. Jeremy invece lo ha dato in pasto al suo nuovo discepolo. Come gliene sono grato…
Le immagini mi tornano nitide come non mai. È lui che mi omaggia di tutto ciò, anche se il rituale è stato appena compiuto. Ci ha convocati insieme, come ogni volta. Non la spiaggia. Sarebbe stato troppo pericoloso, con tutta la polizia che gira a vanvera sul litorale. Siamo andati un po’ fuori. Ci ha trovato un posticino grazioso, sulla statale per Pittsburg.  Una stazione di servizio chiusa. Eravamo indisturbati, quieti, rilassati. Si, è così che lo ricordo.
Jeremy si sveglia improvvisamente. Non si capacita. Perché è sveglio proprio adesso, che mancano solo cinque minuti alle sei… Che diavolo ci fa in una stazione di servizio deserta, col buio alle porte, insieme al suo migliore amico?
Ma il suo migliore amico non è sveglio come lui. Dorme il sonno del demone. Negli occhi nasconde il desiderio di un pasto. Si avvicina al povero Jeremy. Si, povero Jeremy. Che pena mi fai…
No, adesso non me ne fai più. Perché forse hai smesso di soffrire. Forse…
Mi sveglio alla guida del pick-up di Jeremy. Sono sulla strada per Pittsburg. Mi ci ha messo Lui. Deve avere dei grandi progetti per il suo figliol prodigo. Una scorrazzata in città, e poi magari ci spingiamo ancora un po’ verso est, magari fino a New York. Laggiù c’è tanta bella gente…
Il seme dell’odio è germogliato. Crescerà, darà i suoi frutti, forse metterà altri germogli. Saranno piante ancora più velenose di me. Perché ricordatevi: l’odio genera sempre un odio peggiore. Questa è la sua prima legge.
Guardatevi intorno. Potrei passare dalle vostre parti. Potrei accostare il pick up, scendere, fumarmi una sigaretta, pretendere si essere me. Ma se siamo vicino alle sei, potrei non esserlo. E allora vi consiglio di chiudere a chiave la porta, e di portare in casa i bambini.
È arrivata l’ora di cena, per il mio signore.

EPILOGO

Vi è piaciuto sbirciare sotto il velo? Avete goduto delle efferatezze perpetuate a colpi di penna? Magari è tutta finzione, perché non si dovrebbe credere ai demoni. I demoni vanno lasciati alle favole della zia, per divertire i bambini, spaventarli un po’, e poi dare loro il bacio della buonanotte.
La storia di David Norton è una storia di fantasia, pregna però di una macabra realtà. È un esorcismo contro le follie del nostro tempo, perché si conosce il veleno solo se lo si assaggia sulla lingua.
Quanti potenziali David Norton ci sono, nelle tranquille cittadine della sorridente America, ai tempi del declino dell’impero? Quante bombe a orologeria stanno per esplodere? Quanta altra violenza verrà seminata?
Pensateci, mentre riabbassate il lenzuolo, degustando le ultime gocce di brutalità in confezione spray…

Jonathan Macini e Jack Lombroso 2008

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9 risposte a “IL SEME DELL’ODIO

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