L’EREMITA

leremita

All’emporio di paese i bambini giocavano a dadi su un tavolino della sala comune. Fuori era una giornata di quelle da rimanere davanti alla stufa, a raccontarsi storie di fantasmi. In montagna, d’inverno, ve n’erano diverse di giornate così. Freddo, ma non abbastanza per nevicare, nebbia fitta da tagliare col temperino e una pioggerella insistente che penetrava le ossa. Meglio starsene insieme all’emporio di Aldo, che tanto la scuola era chiusa. Mancavano due giorni a capodanno.
Al tavolo dirimpetto ai ragazzi sedeva Luigi il macellaio. Chiacchierava con un signore che non si era mai visto prima. Forse era uno venuto dalla città con il bus del mattino. Al paese arrivava solo un autobus, due volte al giorno, alle sette e alle quattro di pomeriggio. Neanche la nebbia lo fermava quello!
I due parlavano del mondo e bevevano china calda. Nella sala dell’emporio, che faceva da bar, edicola, tabacchi, ricevitoria e ufficio postale, la TV era accesa, ma il volume era smorzato. Davanti vi sedeva Pierino, novantottotenne cuor di leone. A lui il volume non serviva. Era sordo come le campane.
I bambini giocavano con tre coppie di dadi, una bianca, una nera e una rossa. Il gioco era semplice, come tutti i giochi di dadi. Si tiravano quelli bianchi e bisognava superare il risultato con i rossi, mentre con quelli neri occorreva fare un totale inferiore.  I giochi di dadi, proprio per la loro semplicità, alimentavano interessanti chiacchierate.
«Chissà cosa farà l’eremita?» si chiese un bambino.
«Ha acceso la stufa. Ho visto il fumo mentre uscivo di casa» rispose un altro.
«A pensarci mi vengano i brividi…» confessò un terzo.
L’eremita viveva sulla montagna, in una casettina di pietra, accanto a un vecchio monastero abbandonato. Dal paese un sentiero si arrampicava per un chilometro attraverso un bosco di abeti, fino alla sua dimora. Ma nessuno lo aveva mai visto. Alcuni bambini pensavano che fosse solo una leggenda, altri dicevano che aveva fatto un voto a dio, perciò non poteva uscire di casa. La moglie di Aldo gli portava ogni tanto un sacchetto di provviste. Ma c’erano anche altre storie…
«Mio padre mi ha detto che è un uomo molto pericoloso…» esordì un quarto bambino.
«Anche il mio lo dice» confermò un altro.
«Non è pericoloso… è pazzo!» Queste ultime parole furono pronunciate dal bambino più grande del gruppo. Aveva dieci anni e già pensava di essere un’autorità. Perciò si arrogò il diritto di spiegare agli altri la verità sull’eremita.
«Hai capelli grigi, lunghi ed ispidi, perché non si lava mai, e una barba lanuginosa piena di pidocchi. Si ciba degli animali del bosco e li mangia crudi. Uccelli, scoiattoli, persino i ratti. Se ti avvicini alla sua casa lo puoi sentire parlare da solo. Dice cose incomprensibili, all’apparenza senza senso, ma mio padre mi ha detto che sono preghiere per il diavolo.»
Quando il bambino terminò la sua descrizione, il silenzio era calato sul gruppo, e i dadi avevano smesso di ruzzolare. In quel momento fuori il vento sembrò cantare un nuovo motivo, una canzone che metteva i brividi. L’amico del macellaio non poté fare a meno di sorridere. Aveva sentito tutto, e non perse l’occasione per intervenire, spezzando quel silenzio imbarazzante.
«L’eremita è un buon uomo…»
Tutti i bambini si voltarono verso il tavolo accanto. Era un signore distinto di una certa età, con un maglione rosso e una zazzera striata di grigio. Portava un paio di occhiali dalla montatura delicata, come quella che hanno sempre i grandi professori. Luigi sedeva accanto a lui, sorseggiando la sua china. Sotto i baffi nascondeva un sogghigno.
«Tanto saggio non deve essere se se ne sta tutto solo» dichiarò il ragazzino, cercando l’approvazione dei suoi compagni.
«Ah, ma non è da solo…» rivelò lo straniero. Chi era costui? Come mai sapeva tutte queste cose sull’eremita? I bambini adesso morivano dalla curiosità, così l’uomo riprese a parlare.
«In verità non esiste compagnia migliore della sua, ed è proprio per questa compagnia che se ne sta sulla montagna.»
«Mia nonna mi raccontava di un’arpia che gli faceva da moglie, e di un figlio nano» esordì uno del gruppo. Gli altri si girarono a guardare il compagno, pronti a sostenerlo. Perché i ragazzi, quando fanno gruppo, si azzuffano come dei gatti, ma davanti ad un adulto rimangono più uniti dei denti di una cerniera.
«È vero, lo diceva anche mia zia…» ribadì un altro.
L’uomo col maglione rosso fece una risata così grossa che si girò perfino Aldo, che se ne stava a leggere il giornale dietro al bancone. I bambini rimasero in silenzio, intimoriti più di prima.
«Non ci sono né arpie né nani lassù. C’è solo un uomo insieme a se stesso, e come vi ho già detto, non esiste compagnia migliore.»
Adesso i ragazzi si sentivano davvero confusi. Che cosa voleva dire quello straniero? Che l’eremita era solo con se stesso? Se era solo, era solo, punto e basta. Lo sconosciuto con gli occhiali da professore li stava prendendo in giro, ma nessuno aveva il coraggio di controbattere. Allora lui riprese a parlare.
«L’eremita ha avuto una lunga vita e gli sono capitate cose belle e cose meno belle. Ha avuto una moglie, che non era un’arpia ma una donna bellissima, e tre figli, che non erano nani ma dei ragazzi sani e intelligenti. Ha viaggiato molto, ha avuto tantissimi amici, è stato amato e rispettato. Col passare del tempo ha avuto anche degli insuccessi, ha perso degli amici importanti, è stato costretto a lasciare la sua città natale e a vivere di espedienti. I figli nel frattempo sono cresciuti e la moglie si è ammalata e lo ha lasciato. A quel punto lui si era accorto di essersi perduto, e l’unico modo per ritrovarsi era starsene da solo. Per questo è venuto su questa montagna. Ha comprato la casa più in disparte, quella vicina al vecchio monastero, e ha vissuto in solitudine per molti anni. Ma non è vero che non esce mai di là. Spesso scende giù all’emporio, ed è un signore distinto, al quale piace fare due chiacchiere con Aldo oppure con Luigi. Si beve la sua china calda, prende la borsa con la spesa e risale su. Se non l’avete mai visto, è solo perché pensavate che fosse un vecchio con i capelli arruffati e la barba piena di pidocchi…»
I bambini erano rimasti a bocca aperta. Le loro piccole testoline stavano ricomponendo il puzzle, ma ci sarebbe voluto ancora qualche minuto. Nel frattempo lo straniero si alzò dal tavolo, salutò prima il macellaio e poi i ragazzi. Da dietro al bancone Aldo gli passò una borsa piena di provviste. Lui pagò e se ne andò.
A Luigi scappò una risata così forte che anche Pierino, assorto davanti al televisore, riuscì a sentirla. Si girò e disse: «Ma statevene un po’ zitti laggiù!»
E così i bambini si rimisero a giocare a dadi.

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