AL DI LÁ DEL CAMPO

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Ci ripariamo dentro il capannone semi dismesso del comune. Con l’oscurità di questa tarda sera di novembre è arrivata anche la pioggia, rumorosa e gelida.
Siamo accanto ad una moltitudine di oggetti e macchinari per la manutenzione stradale, ci sono cartelli, attrezzi, sacchi di sale, e persino un’enorme scavatrice che mi fa un po’ paura.
Penso che se torno a casa bagnato mia mamma mi sgriderà di sicuro.
Cesare e Tiberio non sembrano così preoccupati, forse i loro genitori non sono tanto apprensivi.
Li guardo invidioso mentre liberano da un vecchio zaino una specie di piatto di metallo e una torcia militare. Io tutte le sere verso le otto dovrei tornare a casa per la cena, è una regola che cerco di rispettare per non ricevere rimproveri, loro due invece mi pare non abbiano un orario stabilito.
Le gocce di pioggia che precipitano sul tetto del capannone, dal suono che sprigionano, sembra che abbiano una consistenza inspiegabile.
Cesare prende lo Walkie Talkie che tiene fissato alla sua cintura e comincia ad avvitarci sopra una antenna più lunga e potente di quanto non fosse quella originale e, con un tono di voce appena percettibile da farmi intendere che non devo sentire, dice a Tiberio qualcosa:
– Vediamo se è ancora qui. –
Capisco bene invece quello che ha detto. Ho un brivido di spavento e d’istinto guardo il muro che si erge pochi metri più avanti dal capannone e ciò che delimita: sagome di alberi scuri avvolti dal vento, e  il suono di migliaia di rami e foglie che si stormiscono tra loro. Tutto ciò  mi rende inquieto, alimentando la mia paura e una forte curiosità.
Appoggio la mano destra sul mio coltellino custodito in una fodera di pelle legata alla vita.
In realtà si tratta di uno sbucciapatate con il manico in sughero. Me l’ha regalato Cesare dopo averne corretta l’impugnatura ed averlo affilato, ma sembra un coltello a tutti gli effetti e mi dà comunque un grande coraggio e un senso di autorevolezza.
Lui ne ha uno più grande del mio, con una lama ricurva da una parte e una seghettata dall’altra. Il suo manico nasconde un kit medico e all’estremità di esso vi è avvitato un tappo con incastonata una piccola bussola. Anche questo mi tranquillizza.
– Cosa volete dirmi? – Dico alzando il tono della voce più del dovuto, ormai stufo di una situazione che dura da ore.
Tiberio mi punta la torcia in faccia e mentre distolgo lo sguardo abbagliato, ammonisce:
– Giura che non lo dirai a nessuno. –
Guardo Cesare che ricambia severo. Tiene in mano lo Walkie Talkie e questo strano disco di metallo collegato con una cordicella ad un’asta lunga una ventina di centimetri dello stesso materiale.
Era tutto il pomeriggio che ci lavoravano sopra. Quando ero entrato nel nostro rifugio, sotto casa di Cesare, avevo sorpreso Tiberio con una maschera grigia da saldatore, e Cesare con un trapano che reggeva con tutte e due le mani.
Avevo chiesto cosa stessero facendo ma nessuno mi rispose, sembrava che li avessi disturbati.
Poi Cesare completato il lavoro con un soffio energico diretto sui due fori situati all’ estremità del cerchio di metallo, mi aveva detto che più tardi mi avrebbe mostrato qualcosa, ma solo se gli dimostravo di essere pronto. Ricordo di aver pensato subito a come dimostrarglielo.
Li avevo trovati straniti come non mai quel pomeriggio, ed era chiaro che qualunque cosa stessi per apprendere sarebbe stata per loro libera ed esclusiva volontà. Tutte le domande che avevo posto, anche con grande insistenza, non avevano avuto risposta.
– Adriano, devi promettere su noi Goblins, che questa cosa rimane qui. – Mi dice Cesare.
Ci penso un attimo e mi vengono in mente alcuni che sarebbero stati interessati a esserne informati: il mio amico d’infanzia Maurizio, le mie sorelle più piccole, ma sovrastato da un immediato senso di colpa, giuro sui Goblins che custodirò il segreto.
– L’ altro giorno io e Tiberio mentre eravamo nel bosco abbiamo trovato Elliot. – Mi dice Cesare senza tanti giri di parole.
– Chi è Elliot? – Domando spostando lo sguardo su Tiberio che sembra intento a studiare la mia reazione.
– Allora l’ hai giurato, non devi dirlo a nessuno. – Ripete Cesare.
Penso adesso a tutte le cose malvagie che potrebbero capitare a tre ragazzini di dodici anni in una buia notte d’inverno ai limiti della periferia cittadina, a questa fantomatica persona che probabilmente vive sola nel bosco cibandosi forse di carne di bambino.
Mi viene quasi da piangere.
– E’ un extraterrestre. – Dice Cesare fissandomi intensamente.
– Lo abbiamo chiamato Elliot. – Continua.
Totalmente incredulo, mi rilasso un attimo. Per quanto ne so io non esistono gli extraterrestri, e comincio a ritenere che si stia trattando di uno scherzo.
– Ma dai, non scherzate. –
Mi pare però che i loro volti siano seri. Cerco di analizzare il loro atteggiamento in cerca di un gesto che possa svelarmi il complotto. Sono però impassibili, e torno ad agitarmi.
– Se vuoi puoi vederlo, noi dobbiamo portargli da mangiare e questa specie di Gong. – Dichiara Tiberio, e aggiunge:
– Non fa paura, è piccolino e parla un po’ la nostra lingua…Se non te la senti di venire, aspettaci qua. Noi gli abbiamo promesso che saremmo tornati. –
A questo punto cominciano a tremarmi le gambe, rimango in silenzio pensando a qualcosa da dire. Tiberio, nel frattempo, tira fuori da una delle sue numerose tasche un pacchetto di noccioline ricoperte di  cioccolata.
– Ma piove! – Ribatto con la prima cosa che mi viene in mente cercando una scusa.
Si guardano a vicenda e la torcia torna a illuminare il mio viso.
Sono combattuto, non riesco a prendere una decisione. Andare adesso nel bosco sotto questa pioggia vuol dire fare i conti con la mamma e con un extraterrestre, ma rimanere da solo ad aspettare non sarebbe peggio?
Prendo fiato e dico che sono con loro.
Voglio sapere se si tratta di uno scherzo, se davvero è atterrato un UFO proprio qui, in questa città dove non succede mai niente, e voglio conoscere tutto quello che sanno loro, i mie amici: Cesare e Tiberio.
– Bene, tieni questa. – Dice Tiberio consegnandomi la torcia.
L’ abbiamo gia saltato quel muro infinite volte e dove ci troviamo è il punto migliore per farlo. Dinanzi al capannone del comune ci sono degli oggetti che ci aiutano nell’impresa. Trasciniamo una grata fatta con delle barre cilindriche a ridosso del muro del bosco, una identica l’avevamo già scaraventata dall’altra parte ormai da quasi un anno ed è ancora lì nella stessa posizione, la alziamo con poca forza e la usiamo come scala.
Scavalcano il muro in un balletto, io li seguo per ultimo.
Dall’altro lato c’è una radura e un vecchio pozzo chiuso da una botola arrugginita.
La torcia militare non ci aiuta molto, ma il luogo lo conosciamo bene. Per adesso siamo solo noi, la pioggia e il rumore del vento tra le foglie.
– Andiamo. – Incita Cesare cominciando a correre sul sentiero che si inoltra nel bosco.
In cima a questo sterrato, dopo diversi tornanti, si trova una villa antica che probabilmente appartiene o era appartenuta ad una nobile famiglia ormai decaduta. Sappiamo per certo che non ci abita più nessuno, ma l’accesso all’interno è impossibile, dato che tutte le porte sono ben chiuse. Ogni tanto arriva un signore anziano con il suo cane, pensiamo che sia il guardiano. Una volta ci ha scoperti e il suo cane ci ha rincorso abbaiando fin quasi giù alla radura. Mi ricordo però che raggiunta la scala, mentre la scavalcavamo, ci mettemmo a ridere come matti.
Adesso invece si aggiunge a tutti i miei timori anche quello del cane, non ci avevo pensato prima. Speriamo che con questo tempo almeno il guardiano se ne stia a casa.
– In che posto dobbiamo andare? – Chiedo a Tiberio che  è al mio fianco mentre corro.
– Dovrebbe essersi riparato dentro il casottino di pietra, accanto al tronco spezzato. –
Appena giunti ad un altro sentiero, che da quello principale si inoltra impervio verso il cuore del bosco, ci fermiamo un attimo. La volta di rami e foglie che ci sovrasta riesce a ripararci non poco dalla pioggia che sentiamo continua a cadere.
– Ma com’è fatto? – Domando prendendo fiato.
– E’ come tutti gli UFO, ha le antenne, tre dita per mano, ma deve essere un bambino che probabilmente si è perso. – Risponde Tiberio.
– Con questo marchingegno… – Aggiunge Cesare sollevando quella specie di Gong. – …dovrebbe mettersi in contatto con i suoi. Dobbiamo aiutarlo capisci? – Poi guarda verso l’alto in direzione del tronco spezzato e prosegue: – Senza che nessuno lo scopra ovviamente. –
Se si tratta di uno scherzo l’hanno studiato proprio bene, non riesco a stare calmo, la paura di conoscere ciò che nessuno al mondo ha mai visto prevale su tutte le mie curiosità di bambino.
Alzo la torcia sul tratto di strada che ci separa ancora da Elliot e riprendiamo a muoverci.
Appena giunti al casottino di pietra, notiamo subito che la porta è aperta. Ci disponiamo con cautela intorno all’entrata e, dopo aver cercato approssimativamente una via di fuga illumino il suo interno.
Pare che il piccolo locale sia vuoto. Dentro ci sono solamente alcuni tubi attaccati al muro e un paio di confezioni vuote di noccioline ricoperte di cioccolato.
– Se n’è andato. – Dice Cesare.
– Forse sono già venuti a prenderlo. – Aggiunge Tiberio.
Li guardo mentre controllano in giro. Cesare mi prende la torcia e comincia a chiamarlo dirigendosi dietro la piccola struttura di pietra.
– Mi avete preso in giro. – Dico rivolto a Tiberio con una calma improvvisa.
– No, te lo giuro, è stato qui per diversi giorni. Ci abbiamo parlato, gli abbiamo dato da mangiare. Forse si è nascosto da qualche altra parte. –
– Io se non lo vedo non ci credo. –
Cesare torna facendosi largo tra le felci e tiene ancora in mano lo strano disco scuro e la torcia.
– Lasciamo questo strumento nel casottino, nel caso dovesse essere ancora da queste parti. – Dice.
– Forse si è nascosto perché ha percepito la presenza di Adriano, ha avuto paura. – Esclama Tiberio.
Queste parole mi tranquillizzano ancora di più, ma sono quasi completamente bagnato e sento l’acqua sui capelli e nelle scarpe, adesso il timore numero uno diventa mia Mamma che gia sarà in ansia.
– Proviamo ad arrivare fino alla villa, forse si è rifugiato là dentro. – Dice Cesare.
– No, io me ne vado, non mi avete dimostrato nulla, non penso che esista davvero un extraterrestre –
Si guardano di nuovo anche loro completamente bagnati, poi Cesare entra piegandosi nel casottino e posa a terra il suo Gong, prende di nuovo lo Walkie Talkie e chiama Eliot un paio di volte ancora. La radiolina emette un fruscio senza risposta.
– Bene, torneremo domani. – Dice.
Quando torno a casa mia mamma mi obbliga sgridandomi a farmi la doccia, mentre io cerco di immaginarmi come sia fatto Elliot. Penso ai poteri che può sprigionare dalle sue tre dita, o forse dalle antenne, mi chiedo se diverrà anche mio amico.
Piano piano mi convinco che esiste.
Per tutta la cena, di fronte ai miei genitori e alle mie due sorelle più piccole, cerco di trattenermi nel rivelare l’incredibile notizia, ma voglio più prove, voglio esserne certo, dopotutto potrebbe sempre trattarsi di uno scherzo, domani, decido, andrò di nuovo nel bosco. Più tardi nella mia cameretta immagino una situazione come la cena di stasera in cui pronuncio: Mamma e Babbo, care sorelle, da oggi la mia vita prenderà una strada nuova. Mi dispiace tanto lasciarvi, ma io e il mio amico Elliot abbiamo una missione da compiere: salvare il mondo.
Rannicchiato nel mio letto mi addormento in un sonno profondo.
In cima alla rampa che dal mio garage arriva alla strada, trainando la mia bici a braccia per raggiungere poi la scuola, vedo in lontananza Cesare e Tiberio. Li vedo molto piccoli al di là del campo, ma noto bene i loro movimenti mentre lasciano le loro biciclette al bordo del capannone. Vanno certo da Elliot.
Senza neanche pensare a ciò che è giusto o sbagliato, salgo in sella e cerco di raggiungerli. Attraverso il campo che separa le nostre abitazioni dal bosco alla massima velocità. Non piove ma l’ aria è gelida, si sente solamente il suono delle ruote sull‘erba e del mio zaino carico di libri che sbatte e che fa eco ad ogni buca che prendo. Lascio la bici dove l’hanno lasciata loro e a corsa raggiro il capannone fino a raggiungere la grata che hanno già sollevato e superato. Ci salgo sopra e li chiamo.
Dopo un attimo mi rispondono.
– Adriano siamo qua, vieni. –
La loro voce è lontana, deduco che siano arrivati al casottino di pietra.
Salto dall’altra parte e continuo fin dentro il bosco.
Li vedo finalmente accanto alla porta di metallo aperta, sono immobili e guardano l’ interno.
Mi avvicino diminuendo il passo, e prima di riuscire a vedere cosa si nasconda davanti a loro, sento un suono che non ho mai sentito prima: acuto, ondulato e incantevole.
Perdo i sensi.
Quando apro di nuovo gli occhi dopo non so quanto tempo, sono nudo e sospeso in un luogo dalle pareti trasparenti, non vedo bene cosa ci sia oltre, capisco solamente di riuscire a respirare in questa specie di acqua che mi sommerge, e che forse sono prigioniero.
Di fronte a me ci sono due marziani che mi fissano e muovono le loro antenne velocemente. Hanno in mano qualcosa da qui emerge un raggio blu che direzionano sul mio corpo, con leggerezza e movimenti armonici.
Ora non ho paura, mi sento bene. Sono convinto di potermi muovere come voglio, non sono legato a niente, solo che non ne ho voglia. Sono anche convinto che in questa specie di grande acquario si trovino sia Cesare che Tiberio, li sento al mio fianco, e come me ondeggiano in questa linfa trasparente illuminati da macchie blu.
D’ improvviso un altro suono. Meno dolce di quello sentito nel bosco ma sempre acuto e con la stessa dirompenza.
E’ mia Mamma che mi sveglia.
Ho subito una sensazione di disagio appena sveglio, come tutte le mattine del resto, ma poi sono contento che sia stato solo un sogno e il pensiero di raccontarlo ai miei amici mi risveglia completamente. Ritengo che anche se Elliot sia piccolo e buono non è detto che lo siano i suoi genitori.
In cima alla rampa che dal mio garage arriva alla strada, trainando la mia bici a braccia per raggiungere poi la scuola, vedo in lontananza Cesare e Tiberio.

DAVIDE BANDINELLI

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