L’ALTRO

laltro

L’ orologio batteva inesorabile una cantilena oramai stonata di una musica ripetuta e prevedibile che oramai da troppi anni sembrava aver perso la sua dignità. Molte le cose da ordinare, ma ancora troppe per poter pensare di trovar posto ad ogni ricordo. Il silenzio assordante che si respirava in quel loculo privo di finestre non era niente al confronto del vuoto che traspariva dagli scaffali impolverati e traballanti che un tempo ospitavano fiori di campo e lettere di pergamena.

( … troppo poco tempo … )

Lui non sapeva il motivo di questa visita inaspettata, non era preparato per ricevere, in quella che un tempo era stata una casa, un ospite tanto sconosciuto quanto terribilmente familiare. Non era sicuro di ricordarsi dove aveva visto quel volto, un viso non comune, con un naso pronunciato e nodoso, una pelle lucida e tirata dalle troppe stagioni; eppure i loro occhi si erano già incontrati, ed il ricordo di quella faccia continuava a tormentarlo.

( … tic … toc … tic … toc … )

Per ogni battito di quel vecchio perditempo, con le lancette appuntite d’ottone ed il quadrante in metallo ingiallito, un nuovo pensiero affiorava alla sua mente trovando spazio fra le memorie appena assettate; per ogni testo che riusciva a sistemare sulla vecchia libreria, un nuovo documento spuntava dagli scatoloni di fianco al suo letto. Erano tutti lì, ammassati come animali sopra un carro, oramai consapevoli, rattristati, che solo a pochi di essi sarebbero state risparmiate le lingue della cenere; solo pochi di loro, come vegliardi mai stanchi, sarebbero sopravvissuti a quel terribile scempio.

( … ogni cosa al suo posto … )

Lui si era svegliato molto presto quella mattina, una notte travagliata aveva rovinato i suoi propositi. Un sussulto, un balzo che aveva fatto uscire il cuore dal petto, la testa che gira, la vista che ritrova adagio
forme conosciute. Un tempo avrebbe ricordato i suoi sogni, li avrebbe visti allo specchio, lametta nella destra, la sinistra che passa dolcemente sotto il mento, gesti in cui si riconosceva. Conosceva bene
quella faccia. Adesso era tutto troppo complicato, quello che un tempo non aveva valore, che scompariva negli occhi di Lei, che si perdeva in un fiume di emozioni orfane di razionalità, quelle cose, quelle piccole
cose insignificanti che oggi lo rendevano schiavo delle sue solitudini.

( … eppure aveva già visto quel volto … )

Un’umida camicia infeltrita dal colletto rigido, bottoni allentati, e maniche troppo corte, brache che un tempo erano state di un nero fiero e luminoso, sostenute da un paio di bretelle dai colori tenui e sbiaditi. Il
cappotto piegato sulla sedia, un tavolo scarno, duro, appena visibile nella luce fioca della lampada ad olio.
Lui aveva preparato un pasto in cui non sarebbero riusciti a mangiare entrambi, non c’era abbastanza
cibo per sfamare due persone, nonostante tutti i suoi sforzi e gli spiccioli racimolati nei vecchi pantaloni, non era riuscito a preparare niente di umanamente accettabile per il suo ospite.

( … avrei bisogno di più tempo … )

Non si chiedeva di cosa avrebbero parlato, non sapeva se sarebbe riuscito a rispondere a tutte le sue domande, forse non avrebbe neppure trovato il coraggio di parlare di sé. Quanti rimpianti, quanti sogni inevitabilmente naufragati in un mare di aride necessità, di sensi di colpa, di parole mai dette.

( … rumore di passi dietro la porta … )

Fece appena in tempo a rendersi conto della sua presenza quando un colpo secco e deciso annunciò il suo
arrivo. Un odore pungente pervase tutto l’appartamento, L’altro entrò silenzioso ed apparentemente stupito del patetico tentativo che era stato fatto per cercare di dare un senso a tutta quella polvere…  poiché l’unica cosa che sembrava in ordine in quel buco tetro era solo la polvere. Non si levò la giacca, non lo salutò, non fece cenno alcuno che potesse far capire di gradire quella situazione. Non si mosse, rimase di fronte a Lui per dei minuti che sembrarono interminabili; la porta aperta, rumori di bambini che giocano per strada.

( … ancora buio … )

“Ci siamo già visti… il suo volto non mi è nuovo” disse
Lui con ancora in mano il cucchiaio con cui aveva violentato il loro triste pasto di verdure.
“Tu mi conosci, non è la prima volta che ci vediamo, ti sono stato molto vicino dopo la morte di Lei” confermò L’altro in tono quasi irriverente.
“Forse mi scambia per qualcun altro…” disse Lui alzando le sopracciglia, e raddrizzando una schiena
da troppo tempo piegata.
Alcun rumore, solo silenzio.

( … gli occhi di chi ricorda … )

Un brivido rapido e inaspettato che partì dal fondo del suo ventre e risalì tutta la schiena, un bagliore che si accese nei suoi occhi, occhi grandi e tristi che si aprirono di inaspettata incredulità, gli occhi di un uomo spaventato. Silenzio.
“Dove andiamo?” disse Lui.
“Lo sai…”
“Come devo chiamarti?” sibilò il vecchio padrone di casa.
“Chiamami Morte”

Matteo Cerboneschi

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