IL MAESTRO DEL GIOCO

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Gió e Toby siedono sulla panchina del parco, quello vicino al fiume, quello dove c’è il mercato e la gente passa con le buste di plastica piene di ciarpame made in china.  Giò e Toby fumano la sigaretta, perché ormai si può fumare solo fuori, sulle panchine d’inverno, coi guanti di lana bruciacchiati dai mozziconi. Maledette leggi antifumo!
«Ma te ci credi in Dio?» domanda improvvisamente Toby.
Gli alberi sono privi di foglie, le siepi ingiallite, l’erba smorta. Difficile parlare di Dio in queste condizioni.
«In un certo senso…» risponde Giò, sputando una nuvola di fumo.
«Come sarebbe a dire “in un certo senso”?»
«Credo al Maestro del Gioco, come posso spiegarti…»
«Il Maestro del Gioco?»
Piccioni svolazzano davanti alla panchina. Beccano a caso, si avvicinano quietamente agli stivali di Giò. Lui rimane immobile. Li osserva. Potrebbe darli un calcio ma non lo fa. Loro beccano per un po’ e poi se ne vanno. Tutto sembra avere una ragione.
«Beh, mi piace chiamarlo così. Vedi, la maggior parte delle persone crede che esisti un disegno, un progetto divino studiato nei minimi particolari. Forze della natura, energie dell’universo, un vecchio con la barba e un triangolo in testa. Non importa chi o che cosa abbia creato tutto ciò, ma di sicuro non è stato un caso.»
La pausa serve a Giò per dare enfasi a ciò che sta per dire. La rivelazione. Chi è il Maestro del Gioco?
«Beh, io credo l’esatto contrario. Non esiste equilibrio migliore di quello determinato dal caso, e siccome l’esistenza dell’intero universo si basa sull’equilibrio, sono convinto che siamo semplicemente il prodotto si una serie infinita di risultanti casuali. Il Maestro del Gioco che lancia i dadi all’infinito.»
«Suona un po’ come l’idea bislacca di un giocatore di ruolo…»
«In un certo senso.»
La panchina è dietro le bancherelle del mercato. La gente sfila in entrambi i sensi, un flusso continuo di carne e merce. Un venditore ambulante urla la sua ultima offerta, tutto a cinque euro. Gli va dietro una donna, un’urlatrice migliore, con un imperdibile tre per due. Allora Giò rincomincia a parlare.
«Se lanci cinque volte un dado potresti aspettarti di fare cinque volte sei. Se lo lanci dieci volte e hai molta fortuna potresti anche farne uscire sette o otto, o addirittura dieci. Un caso estremamente fortuito. Spesso pensiamo al caso sotto questa forma, la fortuna, la sorte. Quel tizio è morto perché così era scritto, oppure per fatalità. Se escono dieci sei consecutivi qualcuno passa col semaforo rosso e ti prende in pieno. Amen…»
Giò si accende un’altra sigaretta. Ne ha bisogno, se vuole finire di dire quello che sta per dire. Gli ingranaggi vanno oliati, a volte forzati, più spesso caricati.
«…ma se lanci quel dado un numero infinito di volte otterrai sicuramente un numero infinito di risultati differenti, da uno a sei. L’equilibrio cosmico. Il disegno del Maestro del Gioco.»
«Ma allora il libero arbitrio? L’intento dell’uomo? La spiritualità? Il cambiamento? Tutto inutile?» ribatte Toby ancora scettico.
Un vecchio passeggia con il cane. Fa una pisciatina e se ne vá. Il quadro è completo.
«Per questo credo nella filosofia dell’abbandono» decreta Giò.
«Andiamo a farci una birra?»
«Si. Questi discorsi mettono sete, non trovi?»

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