L’IMPERATORE DEL MONDO

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I colorati vessilli dell’esercito brillarono illuminati dalle prime luci dell’alba, l’esercito era gia sveglio ed operoso, molte armature scintillarono illuminate dai raggi puri dell’astro nascente. Il suono cristallino di una tromba salutò il nuovo giorno e richiamò gli uomini nei ranghi, nel centro dell’accampamento da una tenda sfarzosa comparve l’Imperatore di tutti i Popoli, splendido nella sua armatura d’oro, imponente brandiva una spada dall’elsa gemmata e dalla lama scalfita da mille battaglie. Lo sguardo severo del sovrano passò in rassegna i suoi Cavalieri, disciplinati e fedeli sino alla morte, montavano su cavalli da guerra pronti al comando loro Signore, ma l’Imperatore ordinò ai suoi generali che quest’oggi avrebbe cavalcato da solo. Gli fu portato il suo cavallo e galoppò verso il sole nascente. Il vento soffiava da oriente portando con se uno strano odore salato, l’imperatore spronò il suo destriero attraversando la prateria verde quindi si arrestò dove la terra finiva bruscamente. Un’alta scogliera era l’ultimo confine della terra, poi davanti agli occhi del sovrano c’era solo acqua, una distesa infinita. Questo doveva essere il mare senza fine di cui aveva sentito parlare, solo acqua sino all’orizzonte dove mare e cielo si baciavano, questi erano gli ultimi confini del mondo.
Il conquistatore scese da cavallo e si guardò intorno con un misto di rabbia e sconcerto, si rese conto che le terre erano davvero finite e aveva conquistato l’intero mondo conosciuto. Eppure nell’uomo c’era una sorta di rammarico, era ancora insoddisfatto, gli mancava qualcosa a cui non sapeva dare un nome. Né il giacere con una donna né l’affondare la spada nel cuore di un nemico avrebbe placato questa inquietudine, eppure nessun uomo prima di lui aveva mai raggiunto un’impresa cosi grande. Lui era il signore del mondo venerato come un Dio,  uno dopo l’altro popoli lontani si erano piegati alla sua spada, possedeva ogni ricchezza immaginabile e la sua parola era legge, eppure sentiva un senso di vuoto opprimente. Quell’immensa superficie liquida lo metteva a disagio, non poteva né conquistarla né poteva porvi dei confini.
Un gabbiano volteggiò sopra il sovrano, lanciò il suo grido nel vento, sembrò all’imperatore una risata beffarda, poi l’uccello si tuffò nel blu sottostante. L’uomo guardò l’uccello volare, in quel momento, in quel silenzio, finalmente solo, comprese la natura del suo sconforto, chinò la testa e pianse comprendendo la sconfitta e l’inutilità della sua vita. L’Imperatore del Mondo intese che la sua intera esistenza era senza significato. L’uomo cercò indietro nella memoria meravigliandosi di aver perso il conto delle battaglie vinte, possedeva così tante terre da non ricordane i nomi, come non ricordava più i nomi dei tanti che nel suo nome si erano sacrificati e per un suo ordine avevano ucciso. Quell’uomo aveva dedicato la sua intera esistenza a combattere e conquistare, poi osservando l’erba, il mare, le nuvole comprese che nulla di questo poteva essere rivendicato da qualcuno. Valutò quanto fosse stato sciocco fare la guerra e uccidere per conquistare qualcosa che non si può possedere. L’imperatore osservò il gabbiano uscire dall’acqua con un pesce nel becco e poi spiccare il volo, capì che mai sarebbe stato libero e felice come quell’animale. Avrebbe dato tutte le sue armi e ogni suoi ricchezza per barattare la sua vita con la semplice esistenza di quell’uccello.

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