IL ROBIVECCHI

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A volte, quando sfoglio un vecchio fumetto o rileggo un passaggio dei miei libri giovanili, mi torna in mente il robivecchi del mio paese. Aveva un negozietto in via Roma, all’angolo della traversa che portava verso il cimitero. Da fuori il locale si presentava trasandato. La vetrina, che dava sulla strada secondaria, era ricoperta di pagine di vecchi giornali, mentre quella sulla strada principale era addobbata in maniera curiosa con oggetti d’epoca e fumetti. All’interno il caos era pressoché totale ma, se avevi un po’ di pazienza, nel mezzo a quel disordine potevi imbatterti in un piccolo tesoro. Poi, se eri davvero fortunato, il vecchio proprietario, che ti guardava sempre con un cipiglio dall’altro lato della sua scrivania, te lo valutava pochi spiccioli.
Quella figura è rimasta impressa nella mia memoria in maniera limpida, benché avessi frequentato quel negozio non più di una decina di volte. Era sulla sessantina, ma aveva un’aria che lo rendeva oltremodo più vecchio, quasi antico quanto il suo mestiere. Sopra la sua alta fronte si apriva un’ampia pelata, circondata da una stopposa peluria bianca che gli ricadeva come una soffice valanga sulla nuca e dietro le orecchie. Sono ancora sicura, come lo ero allora, che quest’ultime facessero fatica a sorreggere le asticelle dei suoi occhiali da vista; due enormi lenti squadrate che gli coprivano quasi totalmente il volto. Sotto il naso, o sarebbe stato più corretto chiamarlo “patata”, una bocca dalle grosse labbra stringeva una lunga sigaretta dal filtro bianco. Non potrei peraltro descriverne l’aspetto fisico, poiché l’ho sempre visto seduto dietro la sua scrivania, e comunque sembrava un uomo molto robusto.
Avevo appena compiuto undici anni. Mi sentivo libera e felicemente inconsapevole. Lasciavo trascorrere le mie giornate alla ricerca di nuove assurde avventure, in compagnia del mio caro amico Daniele. Riguardo a lui dovrei scrivere una e più mille storie; fu per me come un fratello. Pace all’anima sua.
Mentre sul lato nord il complesso cittadino si allungava in piccoli paeselli lungo la strada statale, la strada si perdeva a sud sulle colline che circondavano il paese, paesaggi delicati tipici del pre-appennino, ricchi di vitigni, ulivi e boschetti di faggi e giovani querce. Persi in ingenui vagabondaggi, Daniele ed io costeggiavamo i rilievi sul lato orientale, dove in mezzo alle pinete sorgeva il cimitero del paese. Solitari, più volte ci spingevamo sulle colline, estranei ai divertimenti dei nostri coetanei che si ritrovavano numerosi nelle piazze del centro. Passavamo regolarmente davanti al robivecchi. Entrambi ci soffermavamo stupiti davanti alla vetrina, a guardare i fumetti ed i vecchi libri ammucchiati disordinatamente al suo interno. Come ci sarebbe piaciuto entrare e fare razzia, ma purtroppo le nostre tasche erano troppo spesso vuote.
Un giorno Daniele mi venne a chiamare dicendomi che suo zio era venuto a pranzo dai suoi e gli aveva in segreto allungato un diecino. Voleva andare al negozio del robivecchi per fare un bell’affare. Fu quello il giorno in cui entrai per la prima volta nella bottega, un ambiente polveroso carico di una strana atmosfera. Fin dal primo istante avvertii una sensazione di disagio. Il vecchio se ne stava seduto a fumarsi la sua sigaretta e parlottava a bassa voce con un amico. Quando entrammo posò su di noi uno sguardo di benvenuto di cui avremmo entrambi fatto volentieri a meno. Non ci piaceva quel tipo.
Iniziammo a guardarci attorno, un po’ intimiditi da quel caos, tanto che non sapevamo proprio da che parte iniziare. Gli scaffali ricoprivano le pareti della stanza fino all’alto soffitto. Nel mezzo del locale si trovavano due enormi tavoli cosparsi da una montagna di vecchi volumi. Daniele incominciò a guardare sui ripiani dove erano sistemati i fumetti, mentre io cercavo di orientarmi, sfiorando qualche polverosa copertina e scorrendo con gli occhi i titoli di quel mucchio di roba. Si trattava perlopiù di romanzi spazzatura o vecchie enciclopedie incomplete, ma nel mezzo a questi insignificanti volumi poteva nascondersi un buon classico in elegante edizione, oppure un bel libro di illustrazioni. Improvvisamente un titolo catturò la mia attenzione. Era una copia ben rilegata del “Silmarillion” di Tolkien. La presi in mano e ne osservai la brutta illustrazione sulla copertina plastificata. Se la toglievi rimaneva quella rigida, priva di titoli ma più apprezzabile di quella di plastica. Mi avvicinai al mio amico e gliela mostrai. Daniele rimase colpito quanto me e immediatamente smise di cercare tra i fumetti. Insieme ci avvicinammo al vecchio per chiedergli il prezzo. Beh, fu di certo un buon affare perché ce lo portammo via per sole seimila lire.
Da quel giorno, quando avevamo la disponibilità, ci recavamo dal robivecchi per vedere se c’era qualcos’altro di interessante da acquistare. Vi comprai, nei mesi che seguirono, una decina di raccolte di fumetti e qualche bel libro. Quel negozietto all’angolo della strada per il cimitero era diventato la nostra isola del tesoro.

Quell’anno la mia famiglia partì per le vacanza estive il 15 di luglio. Come ogni volta io e Daniele ci salutammo con un po’ di tristezza, certi però di rivederci e di vagabondare ancora insieme nei primi giorni di settembre, quando il sole sarebbe stato più gentile e le colline avrebbero invitato le prime brezze del vicino autunno. Al mare i giorni passarono lentamente. Non gradivo la compagnia della gente del posto e trascorrevo le giornate in solitudine, mentre il sole cuoceva senza pietà i bagnanti sulla spiaggia affollata. Daniele mi mancava, come al solito. Quando finalmente tornammo dalle vacanze, trovammo il paese in uno stato di agitazione. Mentre eravamo via, era accaduto un fatto a dir poco sconcertante. Una bambina del vicinato era scomparsa e la polizia, che immediatamente aveva iniziato le ricerche, brancolava nel buio. Si chiamava Sara ed io l’avevo vista molte volte giocare in piazza insieme alle sue amichette. Aveva appena cinque anni, un angioletto dagli occhi celesti e dai lunghissimi capelli color del miele.
Anche Daniele era ritornato dalle vacanze e il giorno dopo il nostro rientro ci incontrammo e decidemmo subito di andare dal robivecchi. Tutti e due avevamo accumulato qualche spicciolo durante le vacanze e speravamo di trovare qualcosa di nuovo. Lungo il percorso parlammo della povera Sara e del mistero della sua scomparsa. Mentre cercavamo di terrorizzarci a vicenda, parlando di mostri e serial killer, ci accorgemmo ben presto di esserci entrambi riusciti. Cominciammo a guardarci intorno intimoriti, ma era solo il due del mese, c’era poca gente a giro e ancora molti negozi erano chiusi. Non tutti erano rientrati dalle vacanze. Ci chiedemmo se lo strano vecchio fosse ancora al mare o se ci fosse mai andato. Appena svoltato l’angolo che immetteva in via Roma, constatammo che il negozio era aperto. Entrammo e salutammo cortesemente il vecchio che leggeva assorto un tascabile, sempre sfumacchiando la sua sigaretta. Ci rispose con un cenno del capo e noi iniziammo la nostra cerca.
Era la cosa che ci divertiva di più. Ci abbandonammo a quella specie di caccia al tesoro, immersi dentro a un mucchio di cianfrusaglie polverose. La giornata era calda e non sembrava esserci niente d’interessante. Sudavamo, ma era ancora troppo presto per abbandonare le ricerche. Il tesoro poteva trovarsi sotto quel grosso tomo di ricette, oppure dietro quel libro di fotografie. Un vento caldo agitava pigramente le alte palme. La torrida sabbia penetrava nelle nostre scarpe mentre con le nostre vanghe scavavamo un po’ dappertutto. C’era tempo per tornare al vascello del capitano…
Decisi di cambiare zona e mi spostai verso gli scaffali opposti, dietro la scrivania del vecchio, che rimaneva immobile con il suo libro in mano. Scorrevo velocemente i titoli dei libri sul ripiano. Appesa ad un gancio, la giacca del vecchio copriva parte dello scaffale. Scostai leggermente la manica per poter leggere i titoli che si trovavano dietro. Poi i miei occhi si posarono su qualcosa. Sulla manica che avevo spostato, impigliato tra le fibre marroni scure della giacca,  si trovava un lunghissimo capello biondo. In un primo momento quel pelo non destò in me alcuna sorpresa. Mi limitai a tirarlo per l’estremità e a giocarci poi rigirandomelo tra le dita. Fu in un secondo tempo che la mia mente incominciò a fare degli strani ragionamenti, incastrando i pezzi di un puzzle spaventoso. Certo, la piccola Sara non era l’unica in paese a portare dei lunghi capelli biondi. Potevano esistere mille ragioni per giustificare la presenza di quel capello sulla giacca del robivecchi, ma per una ragazzina di undici anni, eccitata dalla misteriosa scoperta e condizionata dal fascino della paura, è pressoché impossibile far ragionare il cervello in maniera logica. L’orribile scomparsa della bambina, la diffidenza riposta dal primo istante verso quello strano vecchio, l’ebbrezza dell’avventura e del pericolo; tutto questo mi convinse che il robivecchi era il responsabile del delitto.
Mi avvicinai a Daniele e sottovoce gli dissi che volevo andarmene, ma lui aveva appena trovato uno scaffale ricco di roba interessante e non voleva venir via. Il vecchio continuava a  leggere il suo libro e non ci prestava nessuna considerazione. Rimasi lì inerte, folgorata dal pensiero e dal terrore che quello che avevo davanti fosse un assassino, un maniaco che aveva rapito la piccola Sara e l’avesse violentata, per poi strangolarla e sotterrarla da qualche parte, forse sulle colline. La mia mente vacillava, il mio cuore galoppava impazzito. Tirai il mio amico per un braccio e gli dissi di nuovo che volevo andare via da quel posto e lui, accorgendosi che stavo tremando, mi chiese che cosa mi stava succedendo. Non gli dissi niente, ma lo pregai ancora una volta di uscire. Mi rispose che aveva finito e così si avvicinò al tizio per pagare. Io avevo lasciato i fumetti che mi piacevano, ma Daniele aveva tra le mani due splendide raccolte e un volume di illustrazioni. Andò verso la scrivania e domandò quanto veniva tutto. “Se sapessi che mostro che hai davanti, amico mio!” pensai, mentre avevo già raggiunto la porta. Chiese novemila lire, e quando Daniele pagò, il vecchio gli mostrò un sorriso guasto che mi fece tremare fin dentro le ossa.
Finalmente uscimmo e solo quando fummo lontani dal negozio iniziai a parlare, rispondendo alle incalzanti domande del mio amico. Gli rivelai i miei sospetti e lo convinsi facilmente. Anche a lui il vecchio non gli era mai piaciuto. Volevamo avvertire la polizia, ma decidemmo di pensarci bene sopra e rimandammo al giorno dopo. Naturalmente a mente fredda i fatti diventarono molto meno strani di quanto sembravano il giorno prima. Dopo averne parlato per un po’, ci convincemmo che quel capello poteva appartenere a una parente o a un’amica del vecchio. E poi a polizia non avrebbe mai perduto del tempo con dei ragazzini.
Passarono alcuni giorni ed entrambi ci acquietammo, ma alcuni dubbi rimasero, tanto che non rimettemmo mai più piede nel negozio del robivecchi. Un mese dopo il vecchio chiuse baracca. Non sapemmo mai se avesse venduto la proprietà o se si fosse spostato. In ogni caso non lo rivedemmo mai più. La piccola Sara non venne mai ritrovata e la polizia, dopo tre mesi di ricerche, archiviò il caso.
Sono passati tanti anni. Il mio caro amico Daniele non c’è più. Amava le moto, ed un’automobile impazzita lo prese in pieno, un brutto giorno d’aprile…
Adesso solamente io ricordo ancora questa storia. Mentre riguardo quei fumetti acquistati dal robivecchi, mi tornano in mente le felici giornate della mia infanzia, la spensieratezza e la genuina follia senza prezzo della gioventù. E quando penso a quel vecchio con quei grossi occhiali e la sigaretta dal filtro bianco, sento ancora un brivido percorrermi la schiena.

Aeribella Lastelle – Gennaio 1996

Tratto dal libro:

Storie di Nuvole

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3 risposte a “IL ROBIVECCHI

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