IL CASO KORNHER

Amo prendermi cura di storie orfane. L’ho fatto in passato con i miei archivi e continuo a farlo con i miei progetti di scrittura creativa.

“Il Caso Kornher” nasce come un ambizioso progetto a “otto mani”, chiamato tra noi cospiratori simpaticamente il Lavoro Ottomano. Si tratta di un racconto libero ispirato da Charles Huxley e continuato in ordine da GM Willo, Demiurgus e Cainos.

Abbandonato prima della scorsa estate, con la speranza di rimetterci le mani sopra al più presto, è rimasto assopito nelle nostre caselle di posta elettronica per mesi. Ma la storia era davvero bella e mi dispiaceva che non potesse essere pubblicata.

Sono due giorni ormai che ci lavoro. Sono riuscito a riprendere in mano la trama e a convergerla verso un bel finale, un po’ ironico se vi và. Mi auguro che miei compagni di avventure cibernetiche non se la prendano se mi sono preso la libertà di terminare il lavoro per conto mio. Ma d’altra parte il mitico Caso Kornher, con il bellissimo sheet di Cainos, doveva vedere la luce!
Buona lettura!!!

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– Capitolo 1-
Il pacco

Charles indossa il giubbotto, un vecchio pezzo di pelle marrone malconcio, allaccia stretti gli anfibi ed esce sotto la pioggia della sera. Sono le 23:30; a mezzanotte ha l’appuntamento col Rosso, il pusher che gli rifornisce la roba. Sale in macchina, aziona i tergicristalli e alza il volume dello stereo, tutto questo prima di ingranare la marcia e partire lentamente. La città sembra già dormire. Prende la via più lunga, per controllare se ci sono pattuglie in giro, ma le strade sembrano  deserte. Arrivato al molo, parcheggia la macchina lontano dai lampioni, spegne il motore e si infila la 9 millimetri nella cintura. Il Rosso sembra essere in ritardo, come sempre, cosa che a Charles fa incazzare terribilmente, soprattutto quando si tratta di affari. Ci vogliono due sigarette prima che i fari  illuminino la banchina. Lo stronzo è arrivato fin qua in macchina. Il Rosso scende con in mano una 24 ore nera e ha accanto un tipo alto almeno uno e novanta.
«Sei in ritardo» Charles schiaccia in terra la terza sigaretta.
«Tranquillo amico, ero ad una festa» risponde il Rosso.
«Ti avevo detto di parcheggiare lontano, lo sai che non sopporto queste cazzate.»
«Tu ti agiti sempre troppo, amico. Sta piovendo, che dovevo fare bagnarmi tutto come hai fatto te? Che problema c’è? Tu ti agiti sempre troppo… Prendi sempre le cose troppo sul serio.» Per il Rosso è sempre tutto un gioco, sembra non rendersi conto che sta muovendo 3 chili di bianca purissima.
«Va bene, fammi vedere la roba.» Charles sta perdendo la pazienza, vuole andare via di là più velocemente possibile, c’è qualcosa che lo rende nervoso.
«Ok, ok, amico, ecco qua…» Le serrature della 24 ore scattano, le buste sigillate aspettano in fila di essere smistate. Charles infila la punta di un coltello a scatto in quella centrale e mette sulla lingua un po’ di polvere. Aspra e acida, per niente amara, sembra quasi frizzare. Non fa in tempo ad aprire bocca e il freddo del ferro gli schiarisce le idee. Sembra che il Rosso l’abbia fregato. Sorride davanti a lui, mentre il gorilla gli preme più forte la pistola alla tempia.
«Bene, bene, amico… La tua roba ce l’hai. Ora dammi i soldi.» Il Rosso l’ha fregato. Chissà quale merda ha imbustato prima di partire. Charles sa che se non riporta la merce o i soldi a Cainos è spacciato. L’ultimo che ha provato a fregarlo é finito sventrato dalle palle alla gola, come un coniglio. Non ha scelta, allunga la busta nera piena di soldi e il gorilla l’afferra strappandogliela di mano. Il Rosso adesso sta ridendo. Charles cerca di prendere tempo, ma nessuna idea gli viene in aiuto; la situazione è davvero critica e lui lo sa. Tutto ad un tratto una voce. C’è  qualcuno che sta cantando. Il Rosso si volta di scatto imitato dal suo gorilla. Se c’è un dio, allora questa volta è dalla sua parte.
Tutto accade velocemente. Charles estrae la pistola e pianta tre pallottole nel torace del gorilla, che cade all’indietro giù dalla banchina, finendo nell’acqua nera. Il Rosso si volta puntandogli addosso un cannone da un chilo. Preme il grilletto. Niente, lo stronzo ha scordato di togliere la sicura. Nei suoi occhi un lampo di terrore, mentre Charles gli spara dritto in testa, a distanza talmente ravvicinata da fargli schizzare via la faccia. Sangue, cervello e pezzetti di cranio schizzano in aria, mentre il Rosso va giù con un tonfo. Charles si gira in cerca della busta nera. Niente. Il gorilla se l’è portata con se.

– Capitolo 2 –
Il videogioco

«È sicura questa cazzo di chat?»
«È criptata maestro, vai tranquillo…»
«Ti è arrivato l’aggeggio?»
«Si… L’ho appena provato. Roba assurda…»
«Non m’interessa la tua opinione. Quando me lo puoi fare avere?»
«In casi normali te lo caricherei su una piattaforma schermata, in modo che solo tu ci possa accedere. Ma questo non è un caso normale…»
«Certo cretino che non lo è! Portamelo stasera.»
«Con questa pioggia?»
«Fai come ti dico. Ti ho appena sparato sul conto un bonus di 2000 crediti. Ti aspetto.»

La finestra oleografica tremola solo un istante, prima di tornare da dove è venuta. Will gli ha attaccato una cimice di sua invenzione. Ne avrebbe seguito la scia, rivelandogli l’indirizzo.
“Ha avuto il coraggio di chiamarla chat cripitata!” pensa, mentre il cursore forma velocemente i caratteri sullo schermo: Simon Felipe Garcia Kornher, 205 E. 45th St. 212-867-5100.
«Dammi l’impulso dell’HGPS dell’auto» comanda la voce piatta del Traveller, un uomo sulla trentina con i capelli arruffati e occhiaie profonde. La sua voce è cambiata negli ultima anni. La usa quasi esclusivamente per parlare alle macchine, scandendo con precisione la fonetica delle sillabe.
«Caricami i dati sul deck della Ford.» Il computer annuisce con un leggera alterazione del brusio della ventola di raffreddamento. Will afferra la giacca in similpelle e guadagna velocemente l’uscita. Un minuto dopo è alla guida della sua auto.
Il videogioco poteva valere una fortuna. Avrebbe potuto guadagnarci almeno 30000 crediti, più che sufficienti a saldare il debito con Cainos. Gli erano rimasti due giorni di tempo per farlo, e non poteva certo permettersi di lasciarsi sfuggire quell’occasione.
Il mondo era pieno di menti depravate, gente disposta a sborsare qualsiasi cifra per provare le ebbrezze proibite dei Giochi-Tabù. Un mercato sotterraneo che stava fiorendo, e che avrebbe presto superato anche il giro degli stupefacenti.
A Will questo non gli importava un accidente. A lui serviva la roba, e quando non aveva liquidi, Cainos gli faceva credito. E avrebbe continuato a farglielo, se non faceva il furbo e gli restituiva quello che gli aveva prestato.
Il deck di bordo detta indicazioni con una voce femminea di bassa qualità. “Lo devo aggiornare questo dannato aggeggio” pensa, mentre imbocca una via laterale che lo avrebbe fatto piombare addosso all’auto di Kornher. Imposta la velocità di crociera in modo da favorire la collisione. Il puntino lampeggiante sul deck, che indica l’auto del suo bersaglio, si muove rapidamente lungo la strada principale. Non riuscirà ad evitare l’impatto con la sua Ford, in corsa lungo il vicolo adiacente.
Lo stridio dei pneumatici sull’asfalto bagnato spaventa un gatto tigrato che passa di lì. É l’unico essere vivente in circolazione. Il paraurti rinforzato in cemento e acciaio della Ford va a colpire esattamente lo sportello del conducente dell’altra auto, una vecchia Cadillac verde scura. L’idea è quella di ammazzarlo sul colpo, il topastro di merda. A Will non piace mettere mano sulle armi da fuoco.
L’impatto scaraventa la Cadillac sul marciapiede opposto. La Ford invece rimane dov’è, in mezzo alla strada deserta. Will non si preoccupa neanche di spostarla. Scende velocemente e si avvicina alla sua vittima. Riesce a vederla attraverso il finestrino frantumato. Ha la testa poggiata sul volante e non si muove.
Il videogioco giace sul sedile posteriore. Deve essere rimbalzato nell’abitacolo prima di depositarsi lì.  Will apre lo sportello posteriore e allunga la mano verso una custodia scura. Kornher è ancora vivo. Lo può sentire respirare, un rantolo che non gli lascia molte speranze.
«Mi dispiace amico. Dovevi stare più attento con quella chat!»
Will rimonta sulla Ford e accende il deck portatile. Deve assicurarsi che il materiale sia quello giusto.
Cerca con le dita il plug sottopelle e ci spinge dentro lo spinotto. Estrae il disco dalla custodia e lo infila nella fessura laterale del deck. Questa se lo divora in un sol boccone.
La spinta è impietosa. Trovarsi in quella situazione non è affatto piacevole. Bambini, urla, violenze, sesso sfrenato. Un’orgia di sangue e sperma in cui decine di infanti vengono seviziati ed uccisi brutalmente. A chi potrebbe mai piacere quella roba? Quale mente disastrata poteva reggere quegli impulsi? Ma soprattutto, chi erano stati gli artefici di un videogioco così orripilante ed efferato?
Will si disconnette per vomitare il suo sandwich fuori dal finestrino. “Quella roba valeva almeno 100 testoni”, è il suo ultimo pensiero, prima di accendere il motore e imboccare la strada di casa.

– Capitolo 3 –
L’orco

Nella stanza 116 della clinica privata Trauma Squad, la luce artificiale avvolge l’ambiente, conferendogli un aspetto freddo e asettico. Kornher è tenuto in un coma farmacologico da massicce dosi di antidolorifici e antibiotici. Il suo corpo è letteralmente traforato di agocanule, assediato da deflussori per le flebo, il suo volto semicoperto da una maschera ad ossigeno. Seduto al suo fianco, incurante del categorico divieto di fumare, Popoff aspira profondamente il suo sigaro di tabacco ogm, saturando l’aria di fragranze tossiche.
«Svegliati! Non puoi morire… devo essere io a divorarti l’anima, bastardo…» sibila con una voce graffiata dal troppo fumo e traboccante d’odio.
Si alza con calma, spegnendo il sigaro sulla fronte di Kornher: il suo battito cardiaco aumenta, la linea verde dell’ECG sembra eccitarsi e danzare nella sua corsa folle. Vladimir Popoff soffia in faccia a Kornher l’ultima boccata di fumo rimastagli nei polmoni lordi di catrame, osserva soddisfatto l’ustione circolare sulla sua fronte: gli ricorda il mirino laser della sua  Sternmayer intelligente.
La porta della stanza si apre, l’infermiera cinese spinge un carrello bianco, dal ventre d’acciaio saturo di fiale e soluzioni saline. «Ora uscire, prego. Medicazione…» balbetta mrs. Wong.
«Io esco quando decido di uscire, muso giallo, io entro quando decido di entrare. E se ti azzardi a dire a chiunque che mi hai visto qui, fosse anche quella mezzasega che ti scopa, ti caccio in culo quella siringa che stringi nelle mani.»
Mrs. Wong indietreggia, finendo per sbattere la schiena contro la porta. Popoff le si avvicina, guardandola come una vipera scruta un topo prima di inghiottirlo. «Ci siamo capiti?»
Le sfiora un seno, annusando il suo profumo al muschio bianco. «E cambia profumo: questa merda zen appesta.» Poi la scosta con forza dalla porta. Nel volto di mrs. Wong la paura è mista al disprezzo, ma un occidentale non avrebbe mai fatto caso alla differenza delle sue espressioni. Per Popoff sono tutte uguali, bambole cinesi usa e getta, buone solo per uno cazzo di snuff.
Appena Vladimir lascia la stanza l’Orco gli appare davanti. Un terrore riverenziale lo invade, la vipera non si era accorta dell’aquila che volteggiava sopra la sua testa. L’Orco si avvicina al suo sgherro con un sorriso diabolico, la sua voce taglia il silenzio del corridoio, illuminato da gelidi neon.
«Hai notizie della merce?» chiede, senza smettere di sorridere.
La cravatta spunta dalla giacca come una lingua cadaverica, le mani, invece, sono nascoste nelle grandi tasche del cappotto, 30.000 €$ di artigianato nanotecnologico.
Popoff non riesce a parlare: l’Orco non tollera fallimenti. Non è colpa sua se Kornher non si è ancora svegliato. Era già un fottuto miracolo che non fosse morto. Ma all’Orco non importa, l’unica cosa che ha importanza è la merce.
«Non ancora capo, quello stronzo è imbottito di farmaci e non si è ancora svegliato…» L’Orco piega il collo, poi la sua mano destra scatta come una frusta, avvinghiando la trachea del russo come un cappio d’acciaio.
«E allora sveglialo…» ruggisce.
«È impossibile, la cinese lo sta medicando, proprio ora…» tenta di replicare Vladimir, ma la stretta gli stronca la voce e la carotide. Il russo cade al suolo, emettendo orribili gemiti, soffocati dall’orrenda mutilazione. Poi l’Orco estrae dalla tasca anche l’altra mano, rivelando un cannone d’acciaio lucido e polimeri plastici: Popoff tenta di urlare, ma nessun suono esce dalla sua gola spaccata, mentre un proiettile grande come una biglia gli spappola il petto. «Risposta sbagliata!» sospira l’Orco, senza alcuna emozione. Poi la signorina Wong spalanca la porta, ma non riesce a realizzare l’accaduto: un secondo proiettile solca l’aria, centrandola in piena fronte. «Azione sbagliata!» conclude l’Orco, prima di uscire indisturbato dalla clinica, mentre le telecamere tentano inutilmente di registrare la sua immagine, schermata dal cappotto olografico griffato Mitzuni. Entra poi nella sua limousine, salutando con un sorriso Mara, la sua baby-puttana.
«Hai trovato cosa cercavi, paparino?» chiede la bambina con aria ingenua. L’Orco le accarezza il mento: «Adesso si, piccola mia… al resto ci penserà il Segugio.»
L’autista mette in moto il mostro di metallo e, mentre il cerca-persone del Segugio inizia a suonare, Mara apre la zip del suo paparino.

– Capitolo 4 –
Il Boss

I soldi cominciavano a girare, gli affari cominciavano a girare, e come di consueto, in perfetta simmetria, anche le palle cominciavano a girare per i problemi.
Era passato un bel po’ di tempo da quando il suo ruolo era quello di factotum del signor Zusetstu Takanawa, influente boss della malavita cinese di Sun-City. Ne era passato di tempo da quando da sotto gli occhiali scuri spiava i movimenti della bellissima figlia, Trisha Takanawa… e poi quel titolo sul giornale. “Trisha Takanawa è morta!!!”
«È morta signore… signore mi sta ascoltando?»
Distratto dai suoi pensieri, i suoi occhi dietro gli occhiali scuri vedono nuovamente l’ufficio ancora in allestimento, la sua mano percepisce di nuovo il freddo legno in mogano della sua scrivania. Lo splendido volto di Trisha Takanawa viene sostituito da quello del fedele sgherro.
«Chi è morta?» chiede Cainos con voce pacata.
«La nostra agente, quella che avevamo infiltrato nella clinica, la Trauma Squad, con il compito di monitorare e prelevare le dovute informazioni da Kornher, una volta ripresosi.»
Lo stupore è d’obbligo. Kornher gli doveva dei soldi. Mezza Sun-City doveva soldi a Cainos, e l’altra metà era quella che dormiva tranquilla.
«E in che modo siete riusciti a dispensarla da quella tremenda dipendenza da ossigeno che la tormentava, in una missione di copertura talmente semplice?»
«Signore, sembra che ci siano stati dei problemi inaspettati…» la voce dello sgherro comincia a tremolare. Non era mai buon segno quando diveniva sarcastico, il boss.
Cainos torna a riflettere, a parlare fra se ad alta voce “…ci sono stati dei movimenti a nostra insaputa, movimenti importanti da attirare così tanta attenzione per una semplice consegna…” e continuando a parlare alza la mano destra, che fino a quel momento era rimasta adagiata sulla scrivania. Nel movimento un luccichio colpisce l’occhio dello sgherro, che intravede in quella mano un lucente rasoio dal manico d’argento e la lama in freddo acciaio.
«Non dobbiamo disperare, signore» deglutisce, suda, balbetta. Nel frattempo il suo probabile carnefice ammira la lucentezza del suo gioiello.
«Ritengo che nessuno abbia sospettato che fosse una dei nostri, e che nessuno possa risalire a noi…»
Lo sgherro tenta in tutti i modi di assumere un’espressione rilassata, e ridacchiando abbozza una battuta.
«Ritengo che si sia trovata nel posto sbagliato nel momento sbagliatissimo, e che quindi ne abbia subito le conseguenze.»
«Ritieni?»
Il tono non presagisce niente di buono. Nervosamente si appresta ad aggiungere: «Si signore, inoltre Kornher è ancora vivo, possiamo sempre riprendere i suoi soldi, cioè i tuoi soldi. Anzi, adesso sappiamo che c’è qualcosa di più dietro e potremmo usare le dovute precauzioni…» questa volta il  tono è più risoluto.
«Si, potremmo!»
«Forse è la strada giusta. La perdita è stata minima, la ragazza uccisa era della vecchia guardia dei Takanawa, una cinese alle prime armi…» Un flash irrompe nella mente di Cainos. Quel nome rievoca l’angelico volto di Trisha, la sua pelle di porcellana.
«…se riflette Signore si è dimostrata una pedina sacrificabile, che ha compiuto un ottimo lavoro. Con la sua morte ha rivelato un complotto inaspettato.»
«Basta così, hai ragione, mi hai convinto, rimaniamo con il piano prestabilito. Metti un’altra infermiera a sorvegliare Kornher e piazza un uomo a sorvegliare lei. E ricordati che questa volta sei ufficialmente responsabile.»
«Certo signore. Potrei consigliarle di utilizzare…»
«No, non consigliare, non voglio uno dei nostri. Voglio uno al di fuori, uno che non possa essere ricondotto direttamente a noi. Puoi utilizzare Charles. Al momento sta gia portando avanti un affaruccio  per nostro conto.»
«Certamente signore» sono le sue ultime parole, prima di scomparire per sempre dalla vista del boss.
“Tuuuuuuuu… Tuuuuuuuuuu… Tuuuuuuu…” il telefono da libero.
«Pronto Charles, ho un altro lavoro per te, non appena avrai finito con quella consegna. Uno dei miei sta venendo da te a darti i dettagli, senti cosa ha da dirti. Se sei ancora interessato a lavorare per me a tempo pieno, e ti consiglio di esserlo, si potrebbe liberare un posto… Il suo.» Click.

-Capitolo 5-
Lavoro sporco

«Maledetto figlio di puttana.» Charles sputa sul corpo senza testa del Rosso, il cellulare stretto nella mano sinistra mentre nella destra ancora fuma la 9 millimetri. I biglietti verdi galleggiano nell’acqua nera, ormai zuppi. Si allontana velocemente da quel delirio di carne e sangue, monta in auto e parte sgommando.
«Cosa cazzo racconto a Cainos adesso? Quel cinico psicopatico mi sventra se non gli riporto indietro qualcosa.»
Charles poggia l’indice sulla serratura scanner e rientra in casa. Getta il giubbotto a terra e si siede sul divano nero. Si rialza veloce, nervoso, come un topo in gabbia, afferra di nuovo il cellulare. Se non si calma lo spezzerà. Compone il numero di Shag, mentre ringhia allo specchio. «Pronto?» Qualcuno dovrà prendersi il pacco stasera, e non sarà certo Charles.
«Shag, sono io. Hai 9000 crediti da investire?» Solo lui potrebbe trovarli così in fretta, in una serata soltanto. Solo quella piccola sanguisuga può toglierlo dai casini.
«9000 K? Una bella cifra amico… Cosa hai da propormi?»
«Vieni qua. Subito.» Charles sa che entro tre ore Shag e almeno un paio dei suoi saranno lì, invaderanno casa sua con le loro catene d’oro e le puttane strafatte di cui il bastardo si circonda sempre. Si avvicina all’armadietto, sceglie la più forte delle tre fiale e si prepara. La siringa attende pronta sul bracciolo del divano, Charles stringe forte il laccio, facendo risaltare le sue vene martoriate. Infila l’ago, mentre la vena pulsa ad ogni goccia di Black Lace che inietta. La roba entra veloce in circolo mentre la mascella di Charles si serra. Schiuma verdastra gli cola dai lati della bocca, la pupilla, sempre più piccola, diventa la punta di uno spillo, mentre la musica del riproduttore sembra voler sfondare le casse.
Il campanello squilla, Charles inspira profondamente ed apre la porta. Shag insieme a due coglioni ricoperti d’oro entrano nella stanza seguiti da una troia dai tacchi vertiginosi. «Allora Charlie, cosa mi vuoi proporre?»
«Odio quando qualcuno mi chiama Charlie… Lo sai?» Due buchi nel petto al primo stronzo. Black Lace danza nel sangue contraendo i muscoli in spasmi dolorosi. Charles è veloce, velocissimo, prima che il secondo negro capisca cosa succede ha già la lama dentro la carotide. Black Lace aiuta… Black Lace danza veloce. Charles neanche si accorge che alla mano con cui teneva il coltello mancano una paio di dita, spappolate da un proiettile appena sparato. Charles tira il grilletto… Può poco con la pistola scarica, in tutto il casino non si è ricordato di ricaricarla. Mentre la troia urla, Shag gli spara ancora una volta. Lo manca. In un secondo salta addosso al negro, mentre la mano sinistra zampilla sangue Charles addenta forte il collo del ricettatore. La mascella si serra stretta, i muscoli tesi dalla droga sintetica come cavi d’acciaio. Un gorgoglio accompagna la morte di Shag, non prima del terzo sparo che gli centra la coscia. Niente, nessun dolore. Black Lace fa il suo dovere. Charles si volta verso la ragazza. «E ora troia, è il tuo turno.»

-Capitolo 6-
Cannibal Party

Il videogioco si chiama Cannibal Party. A Will gli tremano le mani quando risale in superficie, dopo aver esplorato le ultime videoteche dello sprawl. Un prodotto Shikoku, ideato e redatto dall’illustre mago dei Giochi-Tabù, Hideyoshi Kimura.
Nel sottosuolo c’è molto fermento a riguardo. Alcuni dicono che si tratti un autentico snuff, altri che sia totalmente digitalizzato, e che Kimura non esista nemmeno. La solita manovra economica della Shikoku per far salire il prezzo del prodotto. Ogni tanto rispolverano un vecchio nome, e Kimura è sempre stato il loro cavallo da battaglia.
La leggenda vuole che il sadico programmatore giapponese usi mettere in scena il girato, che poi trasforma in videogioco, in un ingegnoso lavoro di post produzione. Il risultato è ovviamente dei più realistici.
Cannibal Party incomincia con una classica scena di violenza hard-core perpetuata ripetutamente su dei bambini. Il set è una casa ottocentesca; tende di velluto color porpora e lenzuoli bianchi dappertutto, per far risaltare il sangue sprizzato dai corpicini dilaniati. L’escalation è ovviamente verso il basso. Si parla di iniziazione alla demonizzazione, attraverso ripetuti rapporti carnali con infanti e susseguenti smembramenti. L’ultima scena è un banchetto sontuoso in cui i bambini uccisi vengono divorati in più portate.
La recensione turba così profondamente il Traveller che un minuto dopo il distacco è già sul divano ad iniettarsi un po’ di tranquillità. Si chiama Blue Marine, leggera come le onde del bagnasciuga e profonda come gli abissi. Will ascolta il suo corpo galleggiare verso il largo, in un torpore cosmico che gli restituisce un minimo di divinità.  Al risveglio è intontito e già in piena astinenza. La Blue Marine è quasi finita, e Cainos non lo rifornirà mai se prima non gli riporta i suoi soldi.
Le serrande sono abbassate, ma una luce intensa penetra violentemente dai lati. È tornato il sole, pensa Will, mentre si prepara il caffè. La custodia del videogioco giace distrattamente sul tavolo della cucina. Il disco è ancora dentro al processore.
Will afferra la custodia ed è preso da un irresistibile tentazione; gettare via tutto, far sparire quella follia, prodotto di menti depravate. Ma Cainos non gliela avrebbe fatta passar liscia. Non gli avrebbe concesso altro tempo. E poi lui di tempo, senza la sua cara amica blu, non gliene rimaneva molto.
Il gorgoglio del caffè lo riporta sulla terra. C’è qualcosa di strano nella custodia. È priva di copertina, ma è rivestita di plastica trasparente per inserircene una. Sotto il cartoncino scuro spunta l’angolino di un post-it giallo. Will lo estrae con cautela. Un nome, un indirizzo, un numero di telefono.
Vladimir Popoff.

– Capitolo 7 –
Tanto va la gatta al largo…

La signorina Wong giace a terra, riversa nel suo stesso sangue. Il camice da infermiera orribilmente imbrattato, lo sguardo perso nel vuoto, incredulo, come stupito. Anche Vladimir è a terra. Solo il neon del corridoio conferisce movimento alla scena, quando decide di sfarfallare un po’, prima di esaurirsi completamente.
«Ci mancava anche questa…» mugugna il detective, gettando a terra la sua sigaretta senza nicotina. La sua squadra è al lavoro da almeno due ore: il fotografo avrebbe potuto realizzare un calendario macabro con tutti gli scatti che aveva prodotto. In rete avrebbe sicuramente venduto più di una edizione a basso costo dell’enciclopedia duecani.
Le due giovani reclute della polizia di Sun-City stanno ancora tentando di inserire i due corpi nelle body-bag, lottando con i loro conati. È la prima volta che recuperano due corpi per il dipartimento scientifico. Il primario del Trauma-Squad osserva in silenzio la scena del crimine, accanto al detective, con le braccia conserte ed un espressione preoccupata.
«Non va bene…» borbotta. «Se la stampa venisse a saperlo perderemo credibilità, detective… è necessaria la massima discrezione…»
Il detective Anderson si volta verso il primario, legge il suo nome sul tesserino, osserva il suo taschino ricolmo di strumenti medici e tre penne da 2000€$ l’una.
«Dottor Kaboto, una sua collega è morta… e lei si preoccupa del suo reparto?» Il primario non si scompone. «Tutti moriamo. Questa è una clinica privata, la morte fa parte del nostro lavoro.»
«Potrebbe essere lei il prossimo, dottore… neanche questo la preoccupa?» Questa volta il dott. Kaboto deglutisce, sbattendo ripetutamente le palpebre, un vecchio tic adolescenziale.
«E perché dovrei?» balbetta. «Non ho nemici…»
Il detective allora lo incalza. «A quanto sembra, la sua infermiera ne aveva eccome… o forse è solo capitata nel posto sbagliato al momento sbagliato, ma io non né credo al caso né alle coincidenze…»
Il dott. Kaboto ascolta in silenzio, nervoso…
«Ho bisogno di sapere tutto sul paziente della stanza 116 e sulla signorina Wong, oltre alle registrazioni delle telecamere di sicurezza, ovviamente…»
Il dottore conduce il detective Anderson nella sala di sorveglianza, un loculo dalle pareti ricoperte di schermi, una piccola scrivania, ed un agente privato che sonnecchia annoiato su una sedia di alluminio. Al loro ingresso la guardia assume l’espressione più intelligente che riescea simulare, si alza in piedi, aspettando sull’attenti le richieste del dottor Kaboto.
«Consegni al detective Anderson le memorie del reparto 7, ala C, stanza 116, tutte le registrazioni, comprese quelle in archivio.»
«Ricevuto dottore, ma devo avvertirla che non troverà molto, detective. Qualcuno ha disturbato la ricezione con qualche tecnologia cinese. Roba cazzuta, per almeno cinque minuti ho pensato ad un guasto al sistema di video-sorveglianza.»
«La procedura standard obbliga a suonare l’allarme dopo trenta secondi di guasto al sistema, agente. Anche questo finirà sul rapporto, dottor Kaboto, dovrebbe scegliere meglio i suoi collaboratori…»
Il dottore fulmina con lo sguardo la guardia privata, ma non aggiunge altro. Intuisce che è solo un ricatto per estorcere informazioni normalmente riservate o coperte dal segreto professionale. «Cosa vuole sapere, detective?» conclude con voce rassegnata il dottore.
«Voglio ogni fascicolo, ogni cartella, ogni appunto, della signorina Wong e del paziente della 116. Non abbiamo molto tempo, dottore, quelli della scientifica stanno aspettando i cadaveri per l’autopsia e per i rilevamenti.»
Il dottore si direge verso la porta, la apre facendo un cenno al detective. Poi, senza neanche voltarsi verso la guardia, pronuncia le parole «Lei è licenziato.» E chiude dietro di se la porta.
Dopo qualche ora i due corpi giacciono in altrettanti lettini di metallo, con un cartellino agli alluci dei piedi ed un lenzuolo bianco come sudario. Le scansioni hanno rilevato le impronte digitali dell’uomo sul camice della donna, all’altezza del seno, le stesse ritrovate sul sigaro che aveva bruciato la fronte del paziente della 116. Evidenti segni di strangolamento sono stati osservati sul collo dell’uomo, tale Vladimir Popoff, pregiudicato, con una lista di reati da far accapponare Jack lo squartatore.
Incrociando i dati rilevati sulla scena del crimine, le tracce lasciate dall’infermiera e da Popoff, l’agente Anderson ricostruisce tassello per tassello la scena, fermandosi di tanto in tanto a riflettere, aspirando la sua ennesima sigaretta salutista.
Le dita scorrono veloci sui due terminali del suo studio. Volti, facce, rapporti, si intrecciano come i pezzi di un puzzle misterioso: era quello che gli piaceva del suo lavoro, quell’opera di scoperta, l’ordine che emergeva dal caos. Non gli importava della pena che eventualmente avrebbe inflitto al colpevole: era solo una sfida, una lotta contro il caso, una missione personale.
«Rapporto: la signorina Wong non risulta residente in nessun paese della confederazione, né iscritta a nessun database digitale o ad alcuna scuola per infermieri, dottorati di ricerca, associazioni del cyberspazio o nella banca dati della polizia di Sun-City.» Spenge la sigaretta nel posacenere di metallo.
«Vladimir Popoff…» aggiunge, espirando l’ultima boccata di fumo «risulta invece collegato ad una fitta rete criminale, che opera in vari settori della malavita organizzata. Dalle indagini degli agenti Fargo e Roswell, entrambi deceduti due mesi fa in servizio, la rete è governata da un individuo senza scrupoli che si fa chiamare l’Orco… voci di corridoio legano questa cellula alla produzione di videogiochi illegali e ad una lista impressionante di reati.»
L’agente Anderson cerca un’altra sigaretta, ma il suo pacchetto è ormai vuoto. Sbuffa… «Qualcosa non torna… C’è puzza di affare andato a monte… E solo il paziente della 116, Kornher, anche lui pluri-pregiudicato, potrà fare luce su questa vicenda.» Spenge il registratore, alza la cornetta del videotelefono interno. «Capo… si, ci sono novità. Ho bisogno di una squadra… si… no… perfetto, loro andranno benissimo… dobbiamo piantonare la stanza 116: Kornher è l’unico che può darci informazioni… perfetto… le farò sapere… grazie per la fiducia…»
Il sole cala su Sun-City, nascondendosi dietro i grattacieli, formicai di metallo, freddi come il cuore dei suoi abitanti.
“Questa volta ci lascio le penne…” sospira Anderson.
Poi scopre un mozzicone di sigaretta abbandonata nel posacenere: due, tre boccate al massimo… “Abbastanza” pensa, ed il sapore di sinte-tabacco rende meno amaro il suo nefasto presentimento.

– Capitolo 8 –
Una spiacevole sorpresa

La stanza è completamente ricoperta di sangue. La puttana di Shag anche, con la gola squarciata e la lingua sporca di sperma che penzola dal taglio. Cravatta colombiana. Charles prepara nuovamente una siringa, questa volta carica di nanochirurghi. L’effetto della Black Lace sta finendo e il dolore comincia a farsi sentire. Su di un panno sporco di sangue c’è la pallottola e l’accendino con cui ha sterilizzato alla meglio il coltello. Sul megaschermo l’orgia continua, mentre una donna asiatica viene sodomizzata con un bastone elettrico, le urla si confondono con la musica che non ha smesso per un attimo di riversarsi dalle casse dello stereo. Appartamento insonorizzato, i soldi spesi meglio in assoluto. Charles si rilassa sul divano accanto al corpo di Shag. I nanochirughi cominciano il lavoro, la mano smette di sanguinare e lentamente Charles riprende il controllo di se. Passano i minuti. Va già meglio…
Afferra il telecomando e richiama l’hi-fi al silenzio. Respira…

“Mi è andata proprio bene questa volta” pensa lo scagnozzo una volta uscito dall’ufficio di Cainos. “È  chiaro che il capo comincia a tenermi in considerazione, o semplicemente si è accorto che non è colpa mia, in effetti cosa avrei potuto fare? Meglio non pensarci, anzi posso scaricare la patata bollente a quel fallito drogato di Charles, che se la veda lui.”
Così continuano i suoi pensieri e le sue illusioni, mentre attraversa la parte ricca della città per avvicinarsi alla terrificante periferia di Sun-City, che di sole ha ben poco. Passa un paio di quartieri senza notare niente di strano. È una di quelle serate tranquille, si trova ancora ai margini della reale periferia. Charles si è sistemato in una zona con case autonome, segno evidente che non se la passa poi così male.
Ecco la porta, parcheggia la macchina e si avvicina tranquillamente, suona il campanello ma nessuno risponde. Suona e chiama ma la risposta è sempre la stessa. Origlia alla porta ma non sente nessun rumore, gira il pomello e la porta si apre, chiede permesso ed entra.
“C’è Charles in piedi che ansima, ecco perché il silenzio.”
“C’è Morte sul tutto il pavimento, ecco da dove viene il sangue che ha addosso.”
“C’e’ Black Lace nel suo corpo, ecco perché tutto questo casino.”
“C’è uno sconosciuto davanti a lui, ecco perché sono morto.”

Il fischio dei polmoni sottosforzo lentamente si assottiglia, sebbene lo stordimento sia sempre forte, e la ragione torna a prendere la sua posizione nella rispettiva zona del cervello. Charles si guarda attorno e non può che provare disgusto per quello che ha fatto, non può che provare disgusto per il sapore di sangue e i lembi di carne strappata che ha in bocca, non può che trovare conforto per il denaro che ha recuperato.
Adesso deve stare tranquillo, deve fare rilassare il corpo, metabolizzare la droga, sorbirsi i laceranti crampi allo stomaco per le restanti due ore; la Black Lace da anche questo. Decide di sdraiarsi comodamente sulla poltrona, penserà dopo a sistemare tutto quel casino, adesso solo relax, deve stare quieto, e fare pensieri quieti. Basta anche con Cainos. Si basta! Paga bene ma è troppo rischioso. Ha troppi nemici e ci sono altri farabutti a Sun-City a cui offrire servizi, e i loro nemici non sono mai così audaci.
“Si, è la cosa più giusta da fare, la più quieta… respira, inspira, respira, inspira, rilassati, apri gli occhi, la luce intermittente della segreteria telefonica, qualcuno deve avermi chiamato quando ero fuori.”
Click – Pronto Charles, ho un altro lavoro per te, non appena avrai finito con quella consegna. Uno dei miei sta venendo da te a darti i dettagli, senti cosa ha da dirti. Se sei ancora interessato a lavorare per me a tempo pieno, e ti consiglio di esserlo, si potrebbe liberare un posto… Il suo. – Click
Una fiammata al volto, di scatto lo sguardo al pavimento; Shag, due negri e la troia… No, non solo, c’e’ anche un uomo in giacca e cravatta giusto all’entrata, sdraiato prono sul pavimento ma col volto che guarda innaturalmente il soffitto; ha un’aria sorpresa, comicamente sorpresa.
Un lacerante dolore allo stomaco… No, non e’ la Black Lace. È ancora troppo presto. Questa è un’altra cosa; si chiama Angoscia!

– Capitolo 9 –
La trappola dell’Orco

La cimice si era fatta strada attraverso chilometri di fibra ottica, per penetrare nel processore di Kornher e rivelarne la locazione. Ne poteva usare solamente una, per questo non aveva potuto rintracciare il compratore. Ma quel foglietto giallo apriva mille nuove possibilità.
Will si accomoda sulla sua sedia di vimini reclinata, il volto a pochi centimetri dallo schermo olografico. In mano tiene il post-it con l’indirizzo.
«Cercami Vladimir Popoff, 5 W. 15th St. 212-347-8281.»
Il disco inizia a grattare, come infastidito dal comando. La voce del deck annuisce con un suono sintetico, proveniente da un unico speaker montato sulla parete.
«Localizzato.»
Ci sono cose che la voce non può ordinare ad una macchina. Will estrae da sotto la sedia la sua tastiera wireless e incomincia a far danzare le sue dita sopra le cinque file di tasti neri. Il deck del suo obbiettivo è spento, segno che il depravato è fuori, ma gli bastano un paio di comandi per rimetterlo in funzione. Dopo di che tutta la storia del signor Popoff è a sua completa disposizione.
Venti minuti più tardi Will si è già reso conto che quel contatto non è altro che un mediatore, un pesciolino insignificante nell’oceano della malavita di Sun-City. Se voleva piazzare il videogioco doveva contattare direttamente il compratore. Doveva cercare più a fondo…
«Esplorami l’Orco.»
Quel nome rimbalzava in molti files che Vladimir aveva cercato maldestramente di criptare. Di sicuro doveva trattarsi di un personaggio importante, con tutta probabilità colui che voleva il videogioco e che aveva ingaggiato Popoff per trovarglielo.
Rimette a posto la tastiera ed allunga le sue ossa annichilite, cercando un po’ di sollievo.  Aspetta la risposta dallo speaker. Un nome vero, una strada, un numero. Qualsiasi cosa può andar bene, ma l’altoparlante rimane muto. Will chiude gli occhi. È alla ricerca di un luogo tranquillo nella sua testa, per combattere il desiderio impellente della sua amica blu.
Quando li riapre si accorge che ha appena commesso un grave errore. Dati perlopiù indecifrabili scorrono veloci attraverso lo schermo olografico. Le finestre sono andate, il cursore pure. Dannazione, pensa Will mentre riafferra la tastiera. Gocce di sudore gli imperlano la fronte. I comandi non rispondono, la cascata ininterrotta di numeri e simboli diventa sempre più incomprensibile.
«Rimuovi, rimuovi!» La voce non è più quella quasi sintetica che ha l’abitudine di utilizzare con la macchina. È fin troppo chiara la nota di terrore con cui pronuncia quelle due parole.
Will si alza velocemente dalla sedia, catapultandosi verso l’interruttore generale. STACK! La stanza sprofonda nel buio rotto solamente dalla luce esterna,  che continua a penetrare le serrande abbassate. La ventola del processore decelera fino a fermarsi. I led diventono gli occhi morenti di creature aliene.
Will voleva trovare l’Orco, ma come succede nelle favole, era stato l’Orco a trovare lui.

– Capitolo 10 –
Convergenze

Mara rimette a posto gli oggetti di paparino, quelli che stimolano e a volte lasciano segni, lividi, graffi e tracce indelebili nell’intimo. Nella megasuite dell’Hilton Hotel le tende color porpora giocano con i riverberi delle candele, sparse per tutta la stanza. Incenso e musica zen, come piace a lui. Mara è dolce e ci sa fare; gli ricorda la cinesina, l’unica donna che è riuscita a scalfire il cuore dell’Orco. Trisha Takanawa.
Ma gli orchi non si possono permettere gli affari di cuore. Strapparle la vita fu il dolore più grande, il piacere più sottile. Dolcissima Trisha, pensa, mentre la sua nuova baby si avvicina al plasma. Ci danza un po’ in controluce, mentre scorrono le immagini di “Jungle”, produzione sudamericana, piccolo budget uguale grande film. Sullo schermo una ragazza indigena viene seviziata ripetutamente da un branco di archeologi bianchi. Mara è sensuale con le sue non-forme. Ha il corpo di una dodicenne e la mente di una di cinquanta. L’Orco ha un’altra erezione. Ha un membro che fa paura, risultato di molteplici operazioni di extension, ma la sua bambina sa come accoglierlo. Anche lei è stata sottoposta a numerosi interventi di “incavamento”. Sono fatti l’uno per l’altra.
Il telefono squilla. Non si può disturbare l’Orco in momenti come quello. Afferra il cellulare per scaraventarlo dall’altra parte della stanza, ma il nome che vi lampeggia sopra lo fa bloccare. È il Segugio.
«Prega di avere buone notizie, perché non amo essere disturbato quando Mara balla per me.»
«Sono stato da Kornher, e poi a casa sua. Maldestro, il ragazzo. Qualcuno deve averlo fregato mentre portava la merce al tuo sgherro. Qualcuno che ci sa fare con i computer, ma non tanto quanto me.»
«Hai un nome?»
«Di più. Ho un indirizzo: Will Coston, 16 O. 22th St. 212-332-5459.»
«Ottimo lavoro!»
L’erezione è andata a farsi fottere, ma presto ne avrebbe avuta una ancora più grande.
«Aspettami qui piccola. Tornerò con un gioco nuovo…»

L’agente Anderson ritorna sulla scena del delitto, e questa volta è un massacro. Tre corpi dentro la stanza di Kornher, due alla porta e uno nel corridoio. Lo riconosce subito, è quello del dottor Kaboto. Il killer è entrato dalla finestra, ha fatto saltare le cervella ai due agenti che tenevano d’occhio Kornher, uno di quelli nel corridoio ha provato ad entrare ma è stato freddato subito, poi deve esserci stata una breve sparatoria. L’uomo usava proiettili Killer-Pool, quelli che rimbalzano sulle pareti. Non gli è stato difficile eliminare gli altri due agenti. Una pallottola deve essere rimbalzata un po’ nel corridoio, fino a esplodere nella testa del primario.
Kornher giace privo di vita nel suo letto. Ha una siringa piantata nel braccio e non appartiene alla clinica. Il killer lo ha fatto parlare con una dose fatale di Boost, roba da servizi segreti. Anderson in pochi secondi ricostruisce la scena nella sua testa. Maledice se stesso e tutta Sun-City. Poi si scaraventa nel corridoio verso la sala di sorveglianza e s’imbatte in un settimo cadavere; è quello della guardia.
Entra nella stanza delle registrazioni, non aspettandosi di trovare nulla. Ma forse il killer non ha perso tempo. Chiede al terminale i footage dell’ultima mezz’ora e… bingo! La faccia dell’uomo non dice nulla, ma un fotogramma della telecamera del parcheggio può bastare. Anderson esce dalla clinica con l’unico indizio che lo mantiene in gioco; un numero di targa.

Will sa che se vuole salvarsi non può nascondersi, non con personaggi come Cainos o l’Orco. Se vuole avere una minima possibilità deve rischiare. Riaccende il deck e inizia a scavare. Incrocia nomi, dati, facce, indirizzi. Ha bisogno di qualcosa. L’informazione è potere… Trisha Takanawa, è lei la chiave.
Il vero nome dell’Orco è Theoderich Forsbach, di origine tedesche. Dieci anni prima lavorava a fianco di Juri Gazdik per il noto boss nippo-cinese Zusetsu Takanawa. Gazdik è il vero nome di Cainos. Insieme hanno arrecato terrore nelle strade di Sun-City, fino al giorno in cui Juri scoprì che il suo amico se la faceva con la sua donna; Trisha… L’odio di Gazdik divenne follia quando la figlia del boss venne trovata decapitata nel letto di Forsbach.
Passarono gli anni e i nome cambiarono, le facce vennero alterate dagli interventi chirurgici, ma nel sottosuolo della matrice si possono rinvenire le storie che ancora non hanno una fine. Questa è una di quelle.
«Pronto Cainos?»
«Will, che piacere risentirti. Hai i miei soldi?»
«Si, e forse qualcosa di meglio….»
«Attento pesciolino, non giocare con gli squali…»
«Theodorich Forsbach.»
«Cosa?»
«Ti aspetto. Click.»

Charles è sotto  la doccia quando sente squillare il telefono. È tentato di non rispondere. Vuole andarsene, scappare più lontano possibile dal macello che ha appena compiuto. Ma i dolori ritornano insieme al desiderio di lei. Black Lace, dove sei?
La segreteria scatta. Charles spegne il getto d’acqua per ascoltare. È la voce di Cainos.
«Charles, lascia perdere tutto e precipitati sulla ventiduesima;  Will Coston. Ti aspetto sotto casa sua. Ah, dimenticavo, portami i soldi. Ho una sorpresina per te, roba di prima qualità. A dopo.»
Charles esce dal bagno. Il salotto assomiglia a una macelleria poco pulita. Apre l’armadio; pantaloni, maglietta, giacca, scarpe, tutto rigorosamente nero. Il cannone è carico. Si riparte.

– Capitolo 11 –
Sensazioni…

Will continua a rigirarsi tra le mani il dischetto. Sulla liscia superficie argentata non c’è neanche un segno, una parola che possa minimamente ricondurre a ciò che contiene. È una copia pirata, ovviamente. Presto saranno qui. Non sa in che ordine, ma saranno qui, tutti quanti. Tanto vale finirsi la scorta, pensa. Un tuffo nel mare blu, sempre più giù, sempre più giù…
Driin! Driin!
È Cainos, insieme a quel pazzo di Charles. Si accomodano in salotto. Hanno due cannoni lucidi e pronti a scattare. Cainos non tollera stronzate. Charles ha negl’occhi la follia dell’astinenza.
«Parla, pidocchio!»
Will deglutisce, ma l’amica blu gli da una mano. Afferra la custodia del videogioco e la mostra ai due.
«Prima di tutto vorrei saldare i conti. Questo videogioco vale almeno centomila crediti…»
«E che cazzo ci faccio io con un videogioco?» ride Cainos. Charles gli va dietro.
«Va bene, se mi dai un po’ di tempo te lo piazzo io…» continua il Traveller.
«Dove lo hai preso?»
«Oh, un lavorino di hacking. Ce l’aveva un fesso di nome Kornher…»
Cainos scatta come la corda di una arco, punta il pistolone alla tempia di Will, freme, quasi non riesce a controllarsi.
«Allora sei stato tu a ridurre Korher così!»
«Che cazzo succede?»
«Kornher mi deve dei soldi, e tu mi vorresti piazzare la roba che gli hai rubato?»
Will ha fatto male i suoi calcoli, ma ha ancora da giocare un’ultima carta.
«Ok, ok… Parliamo di Theodorich Forsbach.»
«Si, parliamone…» la voce di Cainos è il bisbiglio di un demone.
«È l’Orco.»
«Cosa?»
«Quel depravato che si fa chiamare l’Orco. È lui!»
«Se mi stai dicendo una stronzata ti giuro che il mio amico Charles qui ci metterà intere settimane ad ammazzarti…»
«Sta venendo qui…»
«Cosa?!!»
«Non sa che siete qui. Pensa che io sa da solo. Potete fotterlo…»
Il dito di Cainos s’irrigidisce sul grilletto. Una linea indefinibile separa Will dal sonno più lungo.
Driin… Driiin… Driiiiiiiiiiiin!
«È lui!»
Poi incomincia l’olocausto.
L’Orco irrompe nell’appartamento preceduto dal Segugio e un secondo sgherro. Charles si muove veloce, nonostante la ferita alla gamba. Fa secco lo sgherro e poi si mette al riparo dietro il sofà. La pistola di Cainos è in traiettoria verso la porta. Non spreca il vantaggio, anche se il colpo deve passare attraverso il cranio del povero Will. Ferisce il Segugio e poi trattiene il corpo del Traveller per usarlo come scudo.
Intanto due proiettili Killer-Pool sparati dal Segugio rimbalzano freneticamente nella stanza. Uno colpisce di striscio Charles, che impreca e manda tutti a farsi fottere. Rinuncia al riparo e scarica il cannone addosso ai bastardi. È una mossa azzardata. La testa del Segugio esplode, ma l’Orco ha tutto il tempo di mirare al suo bersaglio. Charles fa due passi indietro cercando di rimettersi gli intestini dentro lo squarcio che gli si è appena aperto nel basso ventre. Ci rinuncia e crolla dietro il sofà.
Juri e Theodirich si ritrovano uno davanti all’altro, le pistole puntate alle rispettive facce. Facce cambiate durante gli anni, ma i loro occhi sono quelli di sempre.
«Perché l’hai uccisa?»
«Perché ti amava, e non potevo sopportarlo.»

Anderson spalanca la porta dell’appartamento di Will Coston. Di scene come quella che gli si presenta davanti ne ha viste anche troppe, ormai. La sparatoria non ha lasciato supertesti. Ci sono sei uomini riversi al suolo, e solo due hanno la faccia ancora intera.  Il detective sa che non dovrebbe toccare niente, ma il buio e la puzza sono intollerabili. Si avvicina a una finestra e la spalanca. Si chiede da quanti mesi non sia stata aperta.
La luce irrompe sulla scena come il risveglio alla nuda realtà dopo un sogno bellissimo. Anderson è stanco. Si chiede che senso abbia raccattare i tasselli di assurdi puzzle come quello che ha davanti. Poi il suo sguardo va a un oggetto riverso sul pavimento; la custodia di un dischetto. La prende. Anche questo non dovrebbe fare. Se la rigira tra le mani. Sulla nera superficie risaltano cinque macchie di sangue.  Apre la custodia, estrae il dischetto, e qualcosa gli dice che tutto è partito da quell’oggetto. Ma non sa se fidarsi delle sue sensazioni, ormai. L’ultima che ha avuto era una delle più nefaste, e invece sembrava che se la fosse cavata anche questa volta.
Poi un led rosso incomincia a pulsare sulla superficie del dischetto.
«Che diavolo è?»

ESTRATTO DAL SUN-CITY JOURNAL

Per combattere la pirateria informatica la Shikoku, nota produttrice di videogiochi per adulti, ha messo sul mercato una nuova tecnologia, il Pirate-Mine-System. Si tratta di un metodo non molto ortodosso per fronteggiare il dilagante problema. In pratica il software trasforma il supporto su cui è stato copiato in un trasmettitore. Al satellite della Shikoku basteranno un paio di giorni per rintracciare la copia e intervenire seguendo le normali misure riserbate ai pirati informatici.
L’intervento del laser satellitare è veloce e non lascia traccia. Il pirata viene fulminato all’istante e la copia ovviamente distrutta.
La multinazionale ha sperimentato il prodotto in segreto e sembra aver dato i risultati sperati. Ci sono stati alcuni incidenti, come nel caso del detective Anderson della squadra omicidi (ne abbiamo parlato in un articolo precedente), ma le autorità non sembrano voler intervenire legalmente contro la Shikoku. In fondo si tratta di una piccola perdita, in una lotta che va avanti da anni contro l’inarrestabile contro-cultura del file-sharing.

Charles Huxley
GM Willo
Demiurgus
Cainos

2008-2009

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