IL DIAMANTE DI PARDISIA

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CAPITOLO I

Per alcuni il corpo è un’estensione; per altri una zavorra. Di sicuro andava nutrito, ma a quello ci pensava il Sanoxan, due barrette di cioccolato sintetico ultravitaminico prima di attaccarsi al processore.
Poi c’era la mente; anche lei andava nutrita se si voleva viaggiare veloci e stare dentro a lungo.  Vi erano molti modi per farlo. Kelos (questo era ormai il suo nome, sia dentro che fuori) mischiava 400mg di Targan insieme a due cucchiai di sciroppo Dhuran a base di oppiacei. Poi viaggiava fluido per due giorni interi, cavalcando attraverso le foreste di Freesia, penetrando in Pardisia senza farsi fermare dai suoi temibili guardiani.
La guerra andava avanti. La multinazionale proprietaria del server che ospitava Pardisia affermava di essere stata vittima dell’attacco dei ribelli del mondo libero, gli “Illegali”, come li definivano le alte cariche del “mondo ufficiale”. In realtà le cose stavano diversamente.
Già dall’inizio della sua prima apparizione in rete, quando contava solo poche centinaia di Travellers e una decina di piattaforme di memoria,  Freesia rimase vittima dell’attacco mediatico della Pardisia Inc. che la definiva una brutta copia illegittima del loro mondo virtuale, rifugio di menti distorte dall’abuso di droga. La campagna pubblicitaria aveva lo scopo di intimorire gli utenti che volevano avvicinarsi al mondo libero (decisamente più entusiasmante ed accessibile gratuitamente), mettendo in circolazione storie terrificanti di esseri subdoli e creature demoniache.
Se queste apparizioni esistevano era solo grazie al lavoro di hacking subito fin dall’inizio da parte dei programmatori della Pardisia Inc., che innestarono nel sistema queste creature per scoraggiare gli utenti e riportarli nel loro mondo.
Ma furono gli stessi utenti ad unirsi ai programmatori per combattere queste infiltrazioni. Da allora la guerra va avanti, ma l’Alleanza di Freesia è stanca di difendersi soltanto e da tempo prepara il colpo del riscatto.

Kelos era una Cometa  Rossa, Traveller del quarto livello. Conosceva Pardisia dall’inizio della sua apparizione, ed aveva partecipato alla liberazione dell’Ombra, il Nonluogo in cui venne fondata la comunità libera di Freesia. Sosteneva l’Alleanza ma non ne faceva parte. Preferiva muoversi da solo, tra le spire del mondo binario, montando improbabili cavalcature, incrociando la spada con chi gli ostacolava il cammino e sostenendo la sua idea di creatura libera.
Fece abbassare di quota il gibboso corpo del demone alato. Era un Jungit, un elaborazione grafica del classico drago di Pardisia, con l’aggiunta di alcune micidiali caratteristiche ed un look decisamente più aggressivo. Si trovava proprio sopra la Foresta di Frontiera, il confine che divideva i due mondi. L’acuta vista del guerriero poteva solo intuire il riverbero dorato di quel mondo fittizio che si apriva oltre l’intricata vegetazione.
Scorgeva però i Signori dei Draghi pattugliare il cielo sopra la foresta. Nessuno sarebbe penetrato senza un Pass, e il Pass veniva 10 eurembi l’ora.
Kelos non sarebbe passato di lassù. Vi erano altri modi più sicuri per penetrare in Pardisia senza pagare l’entrata.
Atterrò in un’ampia radura e dopo essersi guardato attorno congedò con un gesto la sua cavalcatura. Si diresse a grandi passi verso il sentiero che si apriva alla sua destra, facendo sferragliare la sua massiccia armatura di piastre sotto il mantello cremisi che ne identificava l’appartenenza. Essere Cometa Rossa, in Freesia come in Pardisia, significava conoscere non solo l’arte della spada ma anche i segreti degli elementi e il modo in cui manipolarli.
La Foresta di Frontiera era insidiosa. Era stata eretta per delimitare le Terre dell’Ombra, prima della sua bonificazione e dell’avvento del mondo libero.
Vi vivevano creature primordie, evoluzioni incontrollate di programmi obsoleti oramai incontrollabili. Vi erano i Lupi Urlanti, neri come la notte e veloci come fulmini; il loro ululato era un urlo straziante che portava alla pazzia.
Kelos schermò i suoni con un semplice incantesimo e procedette rapido verso Spyra, il grande fiume che divedeva in due la foresta. Era effettivamente il confine ultimo tra i due mondi.
Ad un tratto si fermò, come se avesse notato qualcosa. In realtà niente era cambiato; la vegetazione lo circondava completamente.
Si allontanò di qualche passò dal sentiero in direzione di due alberi alti e flessuosi; avevano foglie accese di verde e di oro. Vi passò nel mezzo e come per incanto il paesaggio cambiò; Kelos si trovò davanti ad un’ampia radura assolata. Vi scorreva un rapido ruscello presso il quale si ergeva una casa con un mulino. Due lupi grigi sedevano sonnecchiando davanti a una porta di legno che era l’entrata della costruzione. Questi alzarono lo sguardo su di lui, due paia di occhi feroci che si non si abbassarono neanche quando riconobbero l’intruso.
«Richiama le tue bestie, Argon!» esclamò il guerriero mentre si avvicinava lentamente alla casa.
Un volto barbuto spuntò fuori da dietro l’edificio. Indossava una lunga veste color cobalto legata in vita da una corda bianca; era l’insegna più alta dei Druidi.
«Felice di vederti Kelos! Qual buon vento?»
Il Druido si avvicinò ai due lupi per tranquillizzarli, poi andò incontro al guerriero vestito di rosso.
«Speravo di trovarti…»
«Ormai non vengo più molto spesso quaggiù. Ma l’alleanza ha bisogno del mio avamposto, e dei miei occhi vigili.» dichiarò Argon invitando l’amico ad entrare in casa.
Kelos fece strada fino a un ampio salotto in cui scoppiettava un fuoco.
«I lupi possono dare l’allarme.»
«Si, ed io devo dar da mangiare ai lupi… Quindi bisogna che entri dentro almeno una volta al giorno, altrimenti quei due se ne vanno a giro per la foresta e magari diventano il pranzo di un drago dei guardiani…»
«Già…» Kelos lasciò alcune parole in sospeso. Sembrava volerle soppesare prima di pronunciarle, e si aiutava tamburellando le dita sul tavolo di quercia.
Argon gli aveva servito una tazza di vino caldo ed era come incantato dalla sua superficie fumante.
«Mi devi far passare Argon!» esordì infine il guerriero.
«Ci risiamo!»
«Ho altri modi, lo sai. Ma questo è il più veloce, e non ti chiedo un favore da più di un mese.»
«E come me lo restituisci?»
«Quaggiù non saprei, ma se vuoi ti invito a cena.»
«Lascia perdere! Dimmi un po’; sempre il solito motivo?» il druido ammiccò un sorriso.
«Si» ammise Kelos evitando lo sguardo dell’amico.
«Un giorno finirai male guerriero. Non ci si può fidare di una come quella lì!»
«Attento a come parli druido!»
«Lo sai che ho ragione. Non puoi immischiarti con gente appartenente a quella famiglia. Farebbero di tutto per Pardisia. Se ti scoprono ti romperanno, ed entreranno in possesso dei codici per penetrarci. Sarebbe la fine del mondo libero!»
«Sabina non mi tradirebbe mai.»
«Non dubito di Sabina, ma non mi fido della gente che le sta attorno. Metti che qualcuno ti chieda il Pass mentre esci dal palazzo…» la voce del druido era seriamente preoccupata.
«Nessuno mi controlla, ormai mi conoscono. E poi sono suoi servitori e fanno quello che li dice lei.»
Kelos finì con un lungo sorso il suo vino, poi si alzò in piedi.
«Allora druido, vuoi aiutarmi o no?»
Gli occhi dell’uomo si assottigliarono per alcuni istanti, come volessero scrutare il destino del guerriero. Poi si colorarono di un sorriso.
«Certo! Ma scelgo io il ristorante.»
«Ok! Sono giorni che non faccio un pasto normale.»
«Guarda che il Sanoxan uccide…»
«Bevo molta acqua…» si giustificò il guerriero.
I due uscirono all’aperto e si addentrarono nella foresta; Argon faceva strada.
Dopo un centinaio di passi si ritrovarono davanti al tronco di un enorme quercia rossa. Era un albero imponente, dalle alte fronde ricoperte di scure foglie.
Argon vi si fermò davanti.
«Sei pronto a fare un giro sulla giostra di Pardisia?» domandò il druido con un sorriso nascosto dalla barba.
«Non perdiamo altro tempo» rispose il guerriero impaziente .
«Ok, va bene. Buon viaggio allora…»
E detto ciò Argon posò i palmi delle mani sulla rossa corteccia dell’albero ed incominciò a sussurrare un complicato incantesimo.
Kelos conosceva bene quella magia; l’aveva sentita proferire più di una volta.
Vide il tronco perdere solidità e diventare liquido, aprirsi come una tenda di velluto strappata, una nera apertura che nascondeva la sua destinazione.
Kelos fece un passò avanti verso l’apertura, e chiuse gli occhi.
Quando li riaprì il druido era scomparso, il paesaggio era cambiato e la foresta era alle sue spalle.
Dall’alto di una verde collina Kelos mirava le torri d’avorio di Mirandha, la grande capitale di Pardisia. Una valle che si perdeva all’occhio, un complesso indescrivibile di palazzi, guglie, giardini ed edifici di ogni genere. E tra le vie, un inarrestabile fiumana di  gente.
La Cometa Rossa discese lentamente verso la valle, verso la città della magia (come la definivano alcuni annunci pubblicitari). In verità aveva una sola destinazione; il suo nome era Sabina, e la sua bellezza le aveva fatto conquistare l’appellativo di  Diamante di Pardisia.

CAPITOLO II

Mirandha era un trip di incantesimi e creature di ogni sorta. Le vie strette, minuziosamente piastrellate, si diramavano attraverso gli alti edifici della città, irrompendo bruscamente in larghe piazze affollate in cui i mercanti cercavano i loro affari. Difficile riconoscere il vero dal falso, un Traveller da un Software, un edificio reale da un semplice Programma Struttura. Tutto era un melting pot di virtualismo dai chiari intenti commerciali, il fantasy che la gente si aspettava e che credeva di volere.
Locande strutturate in serie, con menestrelli che intonavano le canzoni più in voga, il classico vecchio accanto al fuoco che racconta una storia, l’oste grasso e la cameriera prosperosa. Se entravi in una locanda di Pardisia, o ne uscivi in una rissa o con il pretesto di un avventura.
Ciononostante qualsiasi Traveller che metteva piede per la prima volta nelle terre libere di Freesia, si rendeva immediatamente conto dell’artificiosità e della meccanica commerciale del servizio a pagamento. E di conseguenza lo abbandonava.
Kelos era rallentato dalla frenesia della città, ma non si lasciava certo distrarre dalle sue attrazioni. Camminava sicuro verso la parte centrale, un complesso di grandi edifici e giardini che ospitavano i personaggi più importanti del paese. Tra questi vi erano i due figli del proprietario della multinazionale Pardisia Inc; Etos, Cometa Azzurra del quinto livello e Sabina, Evocatrice del terzo regno.
Kelos e Sabina si erano conosciuti un anno prima durante un avventura sulle Montagne di Cobalto, rinomato scenario di Pardisia per aitanti guerrieri in cerca di gloria. Era stato reclutato nella compagnia dell’evocatrice per la sua fama di abile mago e possente uomo di spada.  All’epoca era una buona occasione per insinuarsi nell’alta società di Mirandha a vantaggio dell’alleanza.
Con sua enorme sorpresa scoprì che la proiezione digitale della ricca ragazzina era completamente diversa da come se l’aspettava. Ne era nata una storia impossibile, fatta di incontri fugaci dentro stanze schermate o su spiagge di terre sperdute, in livelli di memoria tralasciati dai Programmi Equilibrio, la polizia ufficiale di Pardisia.
Più volte Kelos le aveva chiesto di seguirlo fino a Freesia, ma lei aveva ogni volta rifiutato. La notizia della sua presenza nelle terre libere avrebbe distrutto la reputazione della sua famiglia e probabilmente anche quella della Pardisia Inc. E questo, per quanto dissentisse dalle ragioni di suo fratello e di suo padre, non poteva farglielo.
La Cometa Rossa poteva avvertire la presenza di occhi indiscreti. Era come un leggero solletico interno, una lieve vibrazione di una lontana diramazione neurale. Nelle vie di Mirandha vi era sempre più polizia, e questo la diceva lunga sulla salute degli affari della Pardisia Inc. Per quanto infatti sembrasse affollata, era probabile che la metà delle persone che camminavano avanti e indietro fossero semplici comparse, un banale espediente per nascondere il reale calo di entrate della corporazione. La polizia controllava i Pass, e lui non ne aveva disponibili, neanche uno fasullo per prendere un po’ di tempo.
Girò un angolo di un vicolo stretto e tagliò per alcune vie poco frequentate. In breve si trovò nel grande parco centrale, una splendida composizione botanica in cui erano state sperimentate elaborazioni grafiche di nuove piante. Poteva già intravedere nella distanza il palazzo di Sabina, un alta costruzione senza finestre con un ampia terrazza alla sommità. Sulla terrazza cresceva un enorme quercia scura.
Giunto in prossimità del portone d’entrata, una guardia gli si fece incontro con la picca alzata e fare minaccioso. Poi sembrò riconoscerlo e lo fece passare.
Le guardie del Palazzo erano state riprogrammate dalla stessa Sabina in un lavoro di hacking esterno. La ragazza era ovviamente anche un abile programmatrice.
Salì la tortuosa scala che lo avrebbe portato agli appartamenti dell’evocatrice, proprio sotto la terrazza della quercia. Procedeva con estrema attenzione, scrutando ogni angolo per rilevare la presenza di qualcuno che non lo avrebbe fatto passare con la stessa facilità della guardia all’entrata.
La via era libera, ed in breve si trovò davanti alla porta d’accesso alle stanze di Sabina. Bussò piano; una serie precisa di colpi che lo avrebbe fatto riconoscere.
Una giovane donna minuta spalancò la porta. Aveva gli occhi neri come la notte e una bellezza antica.
Kelos conosceva il suo aspetto reale; aveva visto delle foto. Le due donne che in realtà erano una, si somigliavano in maniera sottile. Non nei colori, né nella corporatura (le foto mostravano una donna alta dai lunghi capelli ramati). Erano la loro importanza e la loro determinazione. La proiezione digitale dell’erede della Pardisia Inc. ostentava la stessa regalità.
Appena lo vide i suoi neri occhi si sciolsero in un sorriso; lei le si gettò tra le braccia.
«Hai schermato la stanza?» le domandò lui entrando dentro.
«Si…» le sussurrò lei in un orecchio, mentre sentiva la passione crescere.
Il sesso virtuale poteva davvero essere più appagante di quello reale, specie se avevi il Dhuran in circolo…
Esistevano luoghi di luce e luoghi d’ombra, nelle remote regioni della mente. Appigli che potevano innalzarti oltre nuove frontiere, e farti scivolare fino nel profondo di oscuri abissi di appagamento. Si parlava di bagni di luce, di immersioni nel fuoco, di squassamento interiore. Vi erano orgasmi che facevano vedere Dio, altri che te lo lasciavano toccare. Piaceri che regalavano visioni di isole coperte di neve tiepida, cadute leggere per altezze impossibili,  momenti che parevano secoli.
Ma il Dhuran poteva fregarti se non lo sapevi assimilare, e magari ti ritrovavi prigioniero dell’isola, o in caduta libera per il resto dei tuoi giorni.
Sabina alzò la testa da oltre le lenzuola azzurre che la coprivano solo in parte. Kelos la stava guardando, seduto con la schiena poggiata su una montagna di cuscini di seta.
«Ciao…» salutò lei.
«Ciao…»
«Ti è stato difficile entrare?»
«Lo diventa un po’ più ogni volta…»
Un ombra le passò sul bel viso, ma fu solo un attimo.
«Vieni con me!» le disse lui per la millesima volta.
Sabina non rispose; non serviva. Kelos conosceva già la sua risposta, conosceva le sue ragioni ed il prezzo che non era disposta a pagare. Poteva biasimarla, ma non l’avrebbe fatto. Non c’era posto per giochini di orgoglio e di onore in una trama virtuale come quella che stavano vivendo.
Per alcuni era semplicemente un gioco; per altri era la vita. Per loro il gioco era la vita e la vita era un gioco. Vi erano regole ma era possibile barare, per quanto lo si fosse disposti.
«Smettila Kelos, e portami di nuovo sull’isola…» rispose lei movendosi nuovamente verso il suo corpo.
In quell’istante una deflagrazione squassò le pareti della stanza. I vetri delle finestre vennero polverizzati e disseminati ovunque. Una luce accecante rimbalzò sulle tende di lino bianche, e una figura intermittente apparve ai piedi del letto, un gioco di luci azzurre e di ombre che ne distorcevano i lineamenti.
Il tuono riverberava ancora nelle suppellettili d’argento e nella mobilia. Kelos e Sabina cercavano di coprirsi con le sete e schermarsi il volto. La figura era sopra di loro, e parlava:
«Questa è l’ultima volta che tocchi mia sorella!»
Era la voce di Etos, la Cometa Azzurra, l’uomo più potente di tutta Pardisia.

CAPITOLO III

Kelos aveva una sola opportunità, e non poteva sprecarla.
Evocò una fiamma magica sulla punta delle sue dita e la puntò a pochi centimetri dal volto di Sabina; poi afferrò la ragazza e la trascinò fuori dal letto. La sentì irrigidirsi e percepì la sua paura. Si augurò che capisse il bluff, ed incominciò a muoversi verso la finestra divelta.
«Non ti muovere o questa sarà l’ultima volta che vedi tua sorella viva» disse rivolto alla figura che ormai aveva smesso di tremolare.
Etos non nascose un sorriso.
«Il suo corpo è stabilizzato dall’esterno. Non può succederle niente.»
Kelos apparve sconcertato, sul punto di arrendersi, o almeno fu quello che la Cometa Azzurra percepì dalla sua espressione. E mentre si compiaceva del risultato, un boato assordante, fatto di fiamme e fumo, gli esplose vicino al volto. I suoi incantesimi lo proteggevano da quel tipo di attacchi, ma per un attimo perse il controllo dei suoi movimenti e la sua attenzione verso il nemico. Quando rialzò lo sguardo i due amanti erano scomparsi.
Etos urlò, e immediatamente la stanza fu invasa da un manipolo di guardie. Si avvicinò alla finestra e vide le due figure che correvano verso la fitta vegetazione del parco.
«Prendeteli!» ordinò. Poi scomparve, come risucchiato dalla matrice.
Era pronto a rivoltare Pardisia pur di mettere le mani addosso a quel ribelle.

Si fermarono solo per indossare le vesti che avevano velocemente afferrato prima di gettarsi oltre la finestra della stanza. Sabina aveva evocato un vento magico per attutire la caduta, poi erano corsi via verso il parco in direzione della città.
«Ce li avremo presto addosso» disse lei mentre si allacciava il mantello.
«Lo so. Torna indietro. Io me la caverò…» le rispose il guerriero.
L’evocatrice rimase immobile per alcuni istanti, viaggiando con la mente in luoghi che Kelos non avrebbe mai conosciuto. Poi lo guardò profondamente negli occhi, accennando un sorriso.
«Vengo con te. Mostrami il libero mondo. Portami via da Pardisia!»
Lui le restituì un sguardo carico di passione. Poi le afferrò la mano ed incominciarono a correre verso le strade di Mirandha.
Se Etos avesse scatenato su di loro tutto il suo potere, sia dentro che fuori dal sistema, non avrebbero avuto molte possibilità di raggiungere le terre di Freesia. Kelos lo sapeva, ma sapeva anche che la Cometa Azzurra non avrebbe comunque messo in pericolo la vita di Sabina. Dopotutto era sempre sua sorella.
Poteva scollegarsi, ma avrebbe perduto tutto ciò che era riuscito a costruire durante gli anni di permanenza nei mondi virtuali, ormai l’unica sua vita degna di essere vissuta. E poi avrebbe perduto Sabina, definitivamente.
In fin de conti morire attaccati al processore poteva non essere la peggiore delle morti.
Mentre questi pensieri gli vorticavano in testa, i due raggiunsero le vie gremite della città. Confondersi tra la folla poteva essere una buona idea, se non ci fosse stata così tanta polizia. No, vi era una sola speranza, e si chiamava Luther.
In Mirandha era conosciuto come il Menestrello Fatimer, ma in realtà era una Cometa Gialla, stregone e prestigiatore al servizio dell’alleanza. Se aveva fortuna, lo avrebbe trovato alla solita locanda: il Serpente Dorato.
In mezzo alla gente che sembrava procedere senza meta, i due tennero gli sguardi bassi e avanzarono al lento e costante scalpiccio della folla. Non era facile resistere alla tentazione di correre, ma se lo avessero fatto avrebbero subito dato nell’occhio.

La locanda si trovava dietro la piazza principale di Mirandha, e riuscirono a raggiungerla in pochi minuti. Vi erano ancora pochi avventori, ma a sera si sarebbe sicuramente riempita.
Kelos si avvicinò all’oste, un grasso uomo con lunghi baffi ed un naso rubicondo. Lo conosceva; il suo nome era Uber, e come la maggior parte dei personaggi che fornivano servizi in Pardisia, si trattava di un comune software di prima generazione.
«Felice di rivederti guerriero. Cosa posso servirti?»
«Cerco Fatimer. È qui?»
L’oste, strofinando il bancone con uno straccio non troppo pulito, indicò la porta sul retro.
«Sta mangiando… Nelle cucine…»
Seguito dall’esile figura di Sabina, la Cometa Rossa entrò nel retro della locanda, e subito i due vennero invasi da voci, fumi e odori. Vi erano almeno cinque inservienti occupati a preparare le vivande per la cena. In un angolo dell’ampia cucina sedeva un uomo smilzo con un cappello verde a tesa larga. Stava inzuppando un grosso pezzo di focaccia in una ciotola di sugo.
Kelos gli andò incontro e quando l’uomo alzò lo sguardo dal piatto accorgendosi del guerriero, per poco non affogò nel suo boccone.
«Pazzo! Che ci fai qui… se ci vedono insieme…» poi si accorse di Sabina, ei suoi occhi strabuzzarono.
«E lei?»
«Non ho tempo per spiegarti Luther. Tu sei la nostra unica possibilità. Dobbiamo tornare a Freesia.»
«E cosa c’entro io?»
Il menestrello ruotava lo sguardo di continuo per assicurarsi che nessuno li osservasse.
«Richiama Felipe e andiamocene.»
«Cosa? Sei completamente folle!»
«Ormai la tua copertura è saltata. Ci stanno osservando dall’esterno… Sanno che siamo qui, ed abbiamo poco tempo…»
Non riuscì a finire la frase che alcuni rumori provenienti dalla sala comune lo fecero voltare. Erano le guardie mandate da Etos.
«Sono qua!»
Luther imprecò alzandosi in piedi. Sembrava ancor più scocciato dal fatto che la sua cena era stata interrotta.
«Andiamo… poi mi spiegherai…» mugugnò, facendo strada attraverso le cucine.
La Cometa Gialla li guidò per delle strette scale a chiocciola che portavano alla cantina della locanda, oltre un umido corridoio fiocamente illuminato e fino ad una porta chiusa da un grosso lucchetto. Dietro già si sentivano le urla delle guardie che erano penetrate nelle cucine.
Luther aprì il lucchetto e i tre scomparvero oltre la porta, dentro una tenebra quasi solida.  Procedettero per alcuni metri senza l’aiuto di alcuna luce, poi apparve un globo iridescente nelle mani del menestrello. Erano in uno stretto corridoio scavato nella pietra che procedeva ripidamente verso il basso.
«Dove stiamo andando?» sussurrò Sabina.
«Al fiume sotterraneo. Lo costruì l’alleanza all’insaputa dei programmatori della Pardisia Inc.. Sfocia direttamente nello Spyra, il grande fiume di confine» rispose Kelos sottovoce.
«E’ così che andate e venite dal mondo libero?»
«Beh, è uno dei tanti mezzi. Purtroppo lo stiamo perdendo. Tra breve lo individueranno dall’esterno. Speriamo soltanto di riuscire ad utilizzarlo un’ultima volta…»
Il corridoio si aprì in quella che probabilmente era una grande cavità nella roccia. Un ampio corso d’acqua scura, immobile come olio, occupava gran parte della grotta.
«Come facciamo ad andarcene?» domandò Sabina afferrando la mano del guerriero.
«Luther richiamerà Felipe, la Silfide al suo servizio. È lei che ci trasporterà.»
La Cometa Gialla salmodiava un incantesimo a due passi dal fiume sotterraneo, mentre l’intensità del globo di luce aumentava nella sua mano. La piatta superficie dell’acqua si infranse, un ribollire sotterraneo che gorgogliava e sbuffava. Poi il liquido assunse una forma solida, dei gradini fatti d’acqua che scendevano dentro il fiume, in un luogo di luce azzurra di cui non era possibile vedere il fondo.
I tre si avvicinarono alla scala e con passi lenti entrarono nella luce. Luther continuava l’incantesimo, il volto rilassato e gli occhi chiusi.
Erano dentro un tunnel fatto d’acqua, e procedevano in fila lungo le tremolanti pareti liquide che riflettevano il bagliore azzurro. Dietro di loro il tunnel si chiudeva mano a mano che avanzavano.
Sabina rimase affascinata da quel fenomeno, un piccolo assaggio di quello che i maghi di Freesia erano capaci di fare.
Procedettero in linea retta per circa un’ora, con passo costante e lo sguardo puntato verso la luce azzurra che proveniva dal fondo del tunnel. Era l’anima della Silfide, l’essenza del suo potere che era in grado di manipolare l’acqua e alterarne il significato.
Sabina aveva mille domande ma preferì tacere e godere dello spettacolo.
Ad un tratto la luce cambiò e di striò di verde. Erano dentro il fiume Spyra, e lo stavano attraversando da sotto. L’incantesimo cambiò di tonalità e in fondo al tunnel apparvero dei gradini che salivano verso la superficie.
Luther fece strada verso l’esterno. La luce del giorno che ormai stava finendo li investì, e si ritrovarono sulla riva dell’ampio fiume che divideva i due mondi. Erano giunti in Freesia, ma ancora non erano al sicuro.
Kelos scrutò in cielo alla ricerca dei Signori dei Draghi. In quel preciso istante una scura lucertola alata emise un urlo lacerante e si gettò in picchiata verso i tre, le fauci aperte in un ghigno di orrore.
Il guerriero aveva una sola opportunità, e non poteva contare sugli altri due. Afferrò la spada con entrambe le mani e se la portò dietro la testa, assumendo col corpo una posizione pronta allo slancio. Il tempismo era la chiave.
Fece scattare le gambe nel momento in cui il drago incominciava la sua frenata a pochi metri dalla sua preda, e proiettò la forza di ogni suo muscolo dentro la lama della sua fedele arma.
La spada squassò le dure scaglie e penetrò dentro le carni. La testa del drago, larga almeno tre braccia, cadde al suolo con un tonfo sordo, mentre il corpo dell’enorme rettile, morto ma ancora in preda agli spasimi, sprofondò nel fiume a pochi passi da Kelos.
La scena era durata meno di mezzo minuto. Nell’aria scompariva il grido della bestia uccisa e il rumore dell’acqua smossa.
«Benvenuta in Freesia!» sogghignò Luther rivolto alla ragazza.
Sabina era ancora pietrificata da quello che aveva assistito.
«Andiamocene!» ordinò Kelos facendo strada verso l’interno della Foresta di Frontiera.
Camminarono spediti per due ore, nell’intenzione di uscire dalla fitta vegetazione prima che il buio fosse totalmente calato su di loro. I Lupi Urlanti uscivano a cacciare dopo il tramonto, e quindi conveniva trovarsi fuori dalla loro portata.
Il guerriero li guidò lungo un sentiero che si inerpicava su una collina. Qui la vegetazione era diversa, più bassa e meno intricata. Quando raggiunsero la sommità si accorsero che erano finalmente usciti dalla foresta.
Le ultime pennellate di indaco coloravo ancora l’orizzonte, tracce di un tramonto mozzafiato sopra le terre incontaminate del mondo libero. Kelos abbracciò la donna e le indicò un punto lontano all’orizzonte.
«Laggiù è bellissimo!» le sussurrò.
Lei si strinse più vicina a lui.
Forse la guerra sarebbe insorta ancora più violentemente, gli accessi segreti che univano i mondi sarebbero diminuiti e l’alleanza avrebbe sofferto le conseguenze delle azioni che la Cometa Rossa aveva rischiato quel giorno. Ma Kelos era pronto a combattere, adesso più di prima; per se stesso, per Freesia e per il suo amato Diamante di Pardisia.
Adesso che lei era al suo fianco tutto appariva diverso; stava incominciando qualcosa di nuovo.

GM Willo 2007
Tratto dal libro:


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