UNA SOTTILE LINEA DI FUMO (versione 1.0)

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Ci sono momenti in cui la memoria è un luogo da cui bisognerebbe solo scappare, invece io ero lì, piantato come un chiodo arrugginito su uno sgabello appiccicoso di chissà quali umori. Pensavo davvero di aver ripagato il mio debito, di aver cancellato anche tutti quelli che ne erano a conoscenza, e invece mi ritrovai Lui a cinque centimetri dal viso. Sembrava quasi che Dio si fosse dimenticato di finirlo da quanto era spigoloso, e con una voce che ricordava il rumore di un tritarifiuti mi disse ciò che temevo di più: «pensavi proprio che ti avrei permesso di non danzare tra le ombre per me?»
Melvin Kondaurov, era quello il suo nome, un nome cattivo come la sua faccia, precipitato dalla remota Siberia in questa maledetta città, come un seme malato che germoglia nonostante la stagione sia sbagliata, e si sviluppa in escrescenze gibbose, dando alla luce frutti velenosi…
«Cosa bevi?» gli chiesi con le mani in bella mostra. La fondina che nascondeva il ferro era lontana chilometri, nonostante sentissi la fredda canna sulle costole, appena sotto la giacca. Un movimento sbagliato e poteva essere la fine.
«Varechina…» gracchiò lui. Ma non sorrise, perché era più che probabile che non stesse scherzando. Ordinai due scotch doppi ma non staccai lo sguardo dal suo volto. Quasi gli occhi mi facevano male…
«Una brutta storia quella del giapponese, ma credimi, io non c’entro nulla…» la mia voce esitava troppo, la temperatura del locale si era maledettamente alzata, le luci dei neon mi svalvolavano in testa, il brusio in sottofondo sembrava la zampettio di milioni di insetti pronti a divorarmi. In situazioni del genere non riesci a pensare, anzi, pensare diventa una cosa molto pericolosa.
«Stronzate!» sbraitò Melvin. Poi afferrò il suo scotch e lo tirò giù in un unico sorso. Poteva essere la mia occasione per agguantare la pistola, ma me la lasciai sfuggire.  Ero paralizzato come una colonna di granito, molle come il budino al cioccolato che faceva mia zia, in trance come una lepre folgorata dai fari di un auto.
«Adesso vieni con me…» disse, portandosi alla bocca la sua sigaretta. Cercai di aggrapparmi alla sottile linea di fumo che sprigionava, immaginandomi piccolo piccolo, un esserino fatto di ombre e fumo di sigaretta. La mia unica via d’uscita…
«Melvin, ti giuro che non è stata colpa mia…»
«Su, non facciamo storie. Vedrai che tra poco sarà tutto finito» mi assicurò Lui, alzandosi dallo sgabello.
Non dissi altro. Bevvi il mio scotch e lo seguì fuori dal bar. Che altro avrei potuto fare? Piangere? Urlare? Melvin Kondaurov era un tipo quieto, ma non ci avrebbe pensato su due volte a estrarre il cannone davanti alla barista e a ridipingerle le pareti del bar col mio sangue.
«Adiamo sul retro, dove ci sono i cassonetti» ordinò, una volta raggiunto il marciapiede. Il buttafuori nero alla porta del locale ci guardò di sbieco, ma non disse niente. Meglio per lui.
Quella era la fine di una vita troppo breve e troppo schifosamente sbagliata. Mentre muovevo piccoli passi dentro quel lurido vicolo, provai a pensare alle poche cose buone che mi erano capitate, ma l’odore dell’orina mischiato a quello del sudiciume che fuoriusciva dai cassonetti era insopportabile. Mi tornò a mente solo la faccia di mio padre, e quella cicatrice che gli rattoppava la guancia. Figlio di puttana…
Fu la buccia di banana. Si, proprio lei, quella dei cartoni animati, quella delle comiche, la fottuta e meravigliosa buccia di banana.
Melvin aveva estratto il ferro, una S&W calibro 40, e lo spingeva con impazienza tra le mie costole. Ancora qualche passo e avrei sentito il bang, oppure non l’avrei sentito affatto. Ma lo show se lo rubò la buccia di banana.
Melvin Kondaurov, 123 chilogrammi di carne russa compressa, appoggiò tutto il suo peso sulla gamba destra, in un lezzo vicolo della periferia cittadina. La buccia lo fece scartare prepotentemente di lato, ma provò lo stesso a riacquistare l’equilibrio. Fu un gesto istintivo, ma sbagliato. Cadde pesantemente a faccia in giù, la S&W gli rimase sotto, partì un colpo e insieme al piscio il vicolo si macchiò del suo sangue.
Sangue Made in Russia.

AUTORI –  STEFANO C., GM WILLO

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