DESIDERIO DI PROLE

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CAPITOLO I

“Siete disposti ad accogliere con amore e responsabilmente i figli che Dio vorrà donarvi?”.
Ricordo, come se fosse ieri, quelle parole a cui non avevo mai dato tanto peso perché credevo fosse naturale che, dopo qualche anno dal fatidico sì, si cominciasse a pensare alla maternità. Oggi, però, la sento come una cosa sempre più lontana perché come ogni martedì, da quasi otto mesi, mi ritrovo seduta nell’angusta sala d’attesa del reparto di sterilità dell’ospedale. Appoggiata con la testa al muro e le gambe accavallate, aspetto di sentire pronunciare il mio nome dall’infermiera di turno e intanto mi riecheggiano i rimproveri di mia suocera che mi ripete continuamente di non essere capace di fare un figlio.
“Perché proprio io?”, mi chiedo ormai laconicamente, eppure in famiglia non ci sono casi di infertilità; quarta di cinque figli, credevo che non sarebbe stato poi così difficile imitare mia madre. Invece da circa otto anni il mio tenero batuffolo non vuole arrivare. Lo sogno ogni notte con il suo pagliaccetto blu e le minuscole scarpe da ginnastica, occhi cerulei come sua nonna e capelli fulvi (purtroppo!) come mio padre. Anche adesso se solo ci penso mi sembra di vederlo nella sua culletta, circondato dalle nonne che gli ripetono incessantemente “dai bello, dì no-nna, no-nna”.
Lo so, la speranza è l’ultima a morire, ma quando la fortuna ti schiva di continuo, cominci a credere che forse il diavolo il suo zampino ce lo abbia messo sul serio. Comunque, siamo qui io e mio marito Riccardo, che attendiamo il risultato del test di gravidanza delle beta fatto stamattina presto, sperando in un esito positivo. Nel frattempo il mio sguardo vaga per la sala; intorno le verdi mura piastrellate dell’ospedale sono tappezzate da locandine che pubblicizzano una sana sessualità e il consulto di medici specializzati in casi di sterilità, cercando in questo modo di risollevare l’animo di tutte quelle donne che si ritrovano nella mia stessa situazione. Con lo sguardo assente vengo attratta dall’immagine di una coppia che si bacia appassionatamente, come Rossella O’Hara e Rhett Butler in Via col Vento, e questo non per la scena in sé o per quello che questa può evocare, ma perché proprio sul naso di lui un minuscolo ragno cerca di risalire fino alla sua ragnatela, costruita sul soffitto con meticolosità certosina. Questo mi fa pensare a quanto sia diverso il mondo animale dal nostro: noi dotati di razionalità e loro di pura bestialità. Eppure in una cosa siamo uguali: entrambi ci prendiamo cura dei nostri “cuccioli” come se nulla al mondo abbia  maggior valore.
“Sandra, puoi entrare per favore!” queste le parole dell’infermiera che mi chiama. Leggermente spaventata ma fiduciosa mi alzo di fretta, mi avvicino alla porta in metallo verde e la caposala comincia a parlare di impegnative e di ticket che devo pagare perché non risultano sul suo computer e intanto il cuore, che batte a mille all’ora comincia a rallentare. Senza troppa attenzione prendo quei soliti fogli che mi vengono dati e, preceduta da Riccardo, mi dirigo verso il lungo corridoio che porta al centro  prenotazione e pagamento ticket. Mentre camminiamo mano nella mano, mi ritorna in mente la prima volta che ho percorso quel lungo tunnel bianco. Proprio a metà vidi una ragazza incinta, di non più di 25 anni, che avanzava lentamente barcollando a destra e a sinistra, come una papera, mentre un anziano signore, di sicuro suo padre, la seguiva portando un borsone da viaggio così grande e stracolmo che sembrava quasi sul punto di scoppiare. Ero rimasta come imbambolata di fronte a quella scena e il mio cuore esultava di una gioia inspiegabile: non capivo perché ma quelle persone avevano instillato in me una felicità enorme. E poi come brillavano gli occhi azzurri di quella ragazza: pensai che forse, un giorno, anche i miei avrebbero luccicato in quel modo.
Le casse sono vicine. Un tintinnio elettronico ma leggero ci avverte che siamo arrivati e la scena che si presenta non è poi delle più incoraggianti: un orda di persone, per lo più anziane, che si ammassa di fronte a quattro sportelli, come alle poste nei primi giorni del mese quando si deve ritirare la pensione. C’è chi strilla da una parte perché afferma di essere stata scavalcata nella fila, chi invece sonnecchia seduto su di una sedia azzurro cielo e chi cerca di tenere a freno l’impazienza di qualche bambino esausto di aspettare.
Preso il numero ci sediamo e restiamo lì per una mezz’ora in attesa del nostro turno: una mezz’ora che sembra quasi un’eternità.


CAPITOLO II

Nell’attesa che arrivi il mio turno mi guardo intorno sbirciando qua e là nei giornali sportivi che i vari “avventori” dell’ospedale si sono portati furbescamente dietro. Al gran vociare, che viene fuori dal lungo serpentone di fronte alle casse, si sommano le strilla dei giovani impiegati, più o meno esperti, che cercano di smaltire la fila il più presto possibile. Diversi nomi si sentono distintamente: c’è chi chiama un certo Gianmarco, chi invece aspetta una risposta da una tale Marialuisa. Intanto aspetto con mia moglie  Sandra e ripenso a quanto tempo abbiamo passato tra queste quattro mura pur di avere quella che, a detta di molti, sembra essere la gioia più grande: un figlio. “…O almeno fin quando sono piccoli” così come dicono amici e parenti alle prese con ragazzi ormai adolescenti e sempre più incontrollabili. Comunque io un bambino lo desidero e questo mi basta perché ciò che più sogno è sentirmi chiamare papà o babbo, se penso alle mie origini toscane.
Finalmente un dlin-dlon mi avverte del mio turno, pago e invece di tornare di fronte al reparto, riesco a convincere mia moglie ad andare a prendere un caffè e a fare una passeggiata. Così agitata e tesa non l’avevo mai vista nemmeno il giorno del matrimonio, quando riuscì a litigare con i suoi genitori. Di certo anche io non posso dire di essere la quintessenza della calma visto che, in cuor mio, spero molto in questa risposta. Per allentare la tensione ci mettiamo a chiacchierare di tutto e di niente fino a ricordare i diversi tentativi di inseminazioni che abbiamo fatto e che ci hanno un po’ imbarazzato; chi per un motivo e chi per un altro. Non potrò mai dimenticare le innumerevoli volte che mi sono dovuto chiudere dentro quel bagnetto di 3 metri per 3 per raccogliere lo sperma; e quante volte è poi accaduto di non esserci riuscito, cosi da mandare a monte l’inseminazione. Questa cosa è certamente strana visto che di questi problemi non ne ho mai avuti, ma l’imbarazzo di fronte a tutta questa faccenda è stato grande.
Proprio io che, alle scuole superiori prima e all’Università poi, sono sempre stato considerato un perfetto amatore, secondo il parere delle mie tante ragazze. Eppure anche con mia moglie di problemi non ne ho mai avuti, forse qualche defaliance ma niente che non si potesse risolvere; in quei momenti invece, sarà la strana situazione o il fatto che le pareti così sottili, come carta velina, del bagno, non riuscivo a rilassarmi come avrei dovuto. Ma allora non è poi così vero quello che le donne dicono della bestialità dell’uomo che può farlo a comando quando vuole: io non ci sono riuscito e per diverse volte, purtroppo.
Intanto, un altro po’ di tempo è passato e cominciamo ad avvicinarci al reparto che è sempre più affollato di giovani signore, alcune accompagnate dalle mamme, altre da amiche o sorelle. Quante donne nella nostra stessa situazione ogni giorno abbiamo visto avvicendarsi e tutte con la stessa espressione stanca o delusa, ma questo è il rovescio della medaglia. Tutto può andare estremamente bene o estremamente male e questo, purtroppo, il dottore lo ha sempre messo in chiaro, fin da subito, con tutti i suoi pazienti.

CAPITOLO III

Siamo ancora in attesa e niente ancora è cambiato; l’ansia sale così come il via vai delle signore. Mi guardo intorno e leggo per l’ennesima volta quei messaggi di buon augurio che, parenti e amici di ogni nuova mamma hanno lasciato sulle pareti del reparto di neonatologia vicino a quello della riproduzione.
“Oggi è nato Alberto!”, “Auguri a Marta e Piero per il terzogenito dalla cricca del bar!”, “Stefano sei il nipote più bello che abbia mai potuto sperare!”. Tante parole dolcissime che colpiscono il cuore ma che lette in quella situazione lo portano a sprofondare  in un abisso inesorabile, lasciando anche uscire una piccola lacrima, di felicità e di tristezza insieme.
“Proprio ora? non si può rimandare di qualche ora o nel pomeriggio? Vi avevo detto che sarei stato impegnato per l’intera mattinata!…E’ poi così urgente? Non potete fare proprio a meno di me?… Ok, arrivo, datemi solo dieci minuti!”, con queste parole mio marito Riccardo, avvocato di fama già da alcuni anni per un terribile caso di omicidio di un bimbo di 5 anni, mi dice di dover fare un salto nel suo studio e poi in tribunale. Così imprecando mi lascia ma solo dopo avermi dato un bacio leggero sulla bocca  e chiedendomi scusa. L’ho lasciato andare senza troppi problemi anche perché l’attesa sarebbe stata troppo stressante soprattutto per lui che già da qualche tempo soffre di pressione bassa. Distraendosi un po’, almeno, non avrebbe rischiato di svenire come già era successo altre volte, anche in presenza del dottore, durante i controlli di routine.
Giocherellando con il tetris, che ho sul mio telefonino di ultima generazione regalatomi dai suoceri per il mio compleanno, vedo un’ombra avvicinarsi e distrattamente volgo lo sguardo in quella direzione: un uomo di 30 forse 40 anni mi si avvicina e mi parla, lì per lì non l’ho riconosciuto a causa del sole contro, finché allungando la mano verso di me mi rivolge un saluto.
Era lo psicologo. Un uomo di bell’aspetto, piacevole se non fosse per quel suo piccolo tic di toccarsi i capelli continuamente. Una persona gentilissima e dalla voce dolce e rilassante.
“Buongiorno Sandra, anche oggi qui, vedo!”
“Aspetto la risposta del test di gravidanza, speriamo bene!”
“Vedrà andrà tutto bene, ne sono certo. In bocca al lupo!”.
Con queste parole si allontana da me perché è stato chiamato dall’infermiera per una consulenza urgente, e strizzandomi l’occhio valica la porta così da non vederlo più, anche se ancora riuscivo a sentire la sua voce che rivolgeva un saluto al primario.
“Che tipo questo psicologo!”: fu questo il commento di una donna, leggermente in soprappeso, che nel frattempo aveva occupato il posto vicino a me. Una ragazza più meno della mia età, che avevo visto già altre volte ma con la quale non avevo mai scambiato molte parole tranne i soliti saluti.
“Lei crede?”, rispondo con poche parole perché non so cosa dire. In fondo non mi è mai piaciuto dare giudizi su persone che non conosco in profondità. Lo considero un bravo dottore perché fin dall’inizio ha saputo mettermi a mio agio; proprio io che non avrei mai pensato di frequentare uno strizzacervelli perché non credo molto a questa scienza. La sola idea di farmi psicoanalizzare mi infastidiva e invece lui ci è riuscito e forse con buoni risultati. Sapeva sempre dire la parola giusta al momento giusto, soprattutto quando ci capitò di parlare delle tante mamme che, negli ultimi tempi, erano diventate oggetto della cronaca nera per aver ucciso con un perfetto aplomb i loro piccoli figli. Mi spiegò che si trattava di casi estremi e che non sarebbe mai potuto essere il mio caso, perché il problema alla base di quelle donne era una forma degenerata, per malattie pregresse, di depressione post-partum, che le donne stesse non hanno riconosciuto e di conseguenza non si è intervenuti adeguatamente con l’aiuto dei familiari e dei medici.
Ricorderò sempre quella signora, come dire, molto appariscente per i modi di fare e di vestire, che un giorno, accompagnando la nuora per un controllo ecografico, usò un’espressione poco felice verso queste “mamme assassine”, così come le chiamavano su tutti i giornali, definendole  “indegne e spregevoli”.  Una reazione forte ma allo stesso tempo comprensibile se si pensa che la nuora era una paziente del centro di sterilità da più di dieci anni e che grande era il suo desiderio di diventare nonna.

EPILOGO

Un venticello caldo ma refrigerante mi distoglie da questi pensieri; do un’occhiata veloce all’orologio per vedere che ora è quando mi sento chiamare dalla caposala che mi dice di entrare perché la risposta è arrivata. Con il cuore in gola la raggiungo e, superata la porta del reparto, un forte calore mi investe. Notai il caldo quasi soffocante nonostante i condizionatori accesi, ma lo considerai normale visto la presenza di feritoie al posto di vere e proprie finestre. Una volta dentro mi fanno accomodare mentre l’infermiera rovista all’interno dello schedario per prendere la mia cartella clinica. Per la privacy la inserisce in una busta bianca e me la porge. Le mani tremano, la testa gira e comincio a pensare a cosa fare e dire in caso di un esito positivo: come comunicarlo ad Riccardo e a mia madre, ma soprattutto come prendermi una sana rivincita con mia suocera.
Invece di aprirla come avrebbe fatto qualsiasi altra donna nella mia stessa situazione, mi incammino verso la mia auto e stranamente mi accorgo di avere un’andatura abbastanza sostenuta tanto da correre più che camminare. Non capisco come mai: forse per la paura che quella semplice busta mi venga tolta di mano; una busta che, se poteva essere di poca importanza per molti, per me rappresentava il tesoro dei pirati.
Giunta davanti alla macchina ci metto parecchio tempo prima di trovare la chiave e, una volta aperta la portiera, mi siedo, mi allaccio la cintura e stretta nel mio pugno chiuso, come saldato, la risposta è ormai del tutto raggrinzita. Rimango per buoni dieci minuti immobile seduta in macchina  senza pensare a nulla. Paura, agitazione, emozione o curiosità: cosa mi agita a tal punto non lo so con esattezza. Certo è che mi ritrovo a fissare la mia mano appoggiata al clacson dell’auto come una ebete. Mi faccio forza e, prima di arrivare a casa, decido di aprirla. Nonostante l’inchiostro fosse parecchio sbiadito riesco comunque a decifrare le scritte e il valore dell’analisi: 5335. Dopo averlo confrontato con i valori standard di riferimento ammutolisco e non riesco quasi a crederci. Le altre tre volte era sempre 0 ed ora è cresciuto così tanto. Un brivido attraversa il mio corpo e tutte le mie  percezioni sembrano aumentare a dismisura. Dunque qualcosa è cambiato finalmente. Ripenso sempre a quelle quattro cifre: 5..3..3..5. Una perfetta simmetria per un risultato che non avrei mai sperato.
Con un sorriso e una lacrima che mi riga la guancia ripenso al piccolo che forse presto crescerà dentro me e che altrettanto presto allieterà la mia famiglia scombussolando, in meglio, la routine della mia… della nostra vita.
Sono ormai arrivata vicino casa: in fondo alla strada, sopra un negozio di abbigliamento per bambini, si concluderà questa avventura solitaria. Prima di salire però decido di telefonare a Riccardo e comunicargli la notizia: compongo il numero e 5335 mi ritorna in mente: cerco di non confondermi e premo OK. Il telefono squilla per una, due, tre volte ed ecco che con la sua voce dolce e leggera, senza neanche chiedere chi è o chiamarmi per nome mi dice: “Allora come è andata? Non tenermi sulle spine…”
Quella agitazione, motivata, che tutto ad un tratto traspare dal timbro della sua voce, mi fa un po’ sorridere e mi intenerisce. Senza null’altro aggiungere gli comunico il numero. 5..3..3..5 e contemporaneamente con la mia mano mi sfioro il ventre immaginandomi la faccia che Riccardo può avere in quello stesso momento dall’altra parte della città. Rimaniamo per quasi un minuto in silenzio ognuno ad ascoltare il respiro dell’altro e alla fine, dopo avermi detto “ti amo”, riattacca il telefono. Ed io crogiolandomi al sole di quella bella giornata, con il vento fresco tra i capelli, quando ormai non poteva più sentirmi, sussurro,  flebile, “anch’io”.

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