NETTURBINI

netturbini

Mi chiamo Alvin, quarantetreanni, faccio il netturbino, e che cazzo, penserai adesso, ma aspetta che ti racconti di quella sera in cui trovai la ragazza, una morona da urlo, calze bianche e culo all’aria. Eh già, mica sto scherzando. Io le stronzate non le dico. Non sono come quel deficiente di Fester, il mio collega. Quello è capace di convincerti di aver visto tua madre vestita da suora darci dentro nell’ascensore dell’Hilton. Una volta mi disse che si era portato in camera quattro gemelle, appena sedici anni, 64 in totale, e che se le era scopate mentre guardavano insieme un dvd di Harry Potter. Che stronzo!
Erano le cinque meno dieci e il turno era praticamente finito, cioè potevamo anche fottercene di quel vicolo, ma nessuno dei due aveva impegni per quel pomeriggio e allora, che cazzo, gli dissi a Fester, facciamo anche quest’ultimo sforzo.
Entrammo come al solito a marcia indietro, perché quella stradina era il buco del culo della città e finiva proprio a ridosso dei cassonetti. Il puzzo era peggio del solito, ma né io né Fester ci facciamo più caso. Al puzzo ti ci abitui, e dopo una settimana di lavoro già non lo senti più. Perché lo sapete vero che nella vita ci si abitua a fare tutto, anche a spalare la merda!?
Comunque, io scendo e aiuto Fester a fare manovra. Il vicolo è davvero stretto e i cassonetti sono proprio in fondo, addosso al muro morto. Siamo sul retro di un ristorante cinese, e la puzza della spazzatura si mischia a quella del fritto. Roba da farti rimettere il sandwich di pollo, ma io strizzo con forza il filtro della mia sigaretta e non ci bado. “Vieni, ancora tre metri e ci siamo” urlo al mio collega, facendogli segno di muoversi.
Spegne il motore scaricandomi addosso una zaffata di gasolio, ed è quasi un piacere. “Forza, muoviamoci”, mastica lui con lo stecchino in bocca. Quanto lo odio quel lurido pezzetto di legno bavoso tra le sue labbra. Ce l’ha sempre. Lo conosco da dieci anni e non l’ho mai visto una volta senza. Beh, avrete capito che Fester mi sta proprio sui coglioni, ma è anche il mio collega e in qualche modo ci sono affezionato. Comunque, dicevamo…
I cassonetti vanno trascinati su quelle rotelle del cazzo fino al braccio meccanico del mezzo, poi premi il pulsante e fa tutto lui. Il problema è che spesso quei cuscinetti sono rotti o incrostati di rifiuti, e si muovono appena. A volte è un proprio una faticaccia, e in quel caso fu anche peggio. Non si volevano muovere quei maledetti. “Dai, forza, dammi una mano…” impreco. Fester è appostato vicino al pulsante del braccio meccanico. Facevamo i turni; la mattina io guidavo e lui muoveva i cassonetti mentre il pomeriggio cambiavamo.
“Che palle…” risponde lui, traslando lo stuzzicadenti da una parte all’altra della sua lurida boccaccia. Mi si avvicina e insieme spostiamo quella ferraglia maledetta. Ma in quell’istante la zampa di metallo che regge un cuscinetto si spezza. Il cassonetto, pieno fino all’orlo di pattume, s’inarca pericolosamente verso di noi, Fester ed io proviamo a reggerlo ma quel bastardo peserà si e no mezza tonnellata. PATAPUMF! L’immondizia si rovescia sulla strada a due metri dal camion. Entrambi siamo sul punto di imprecare contro gli dei del cielo e della terra, quando la sorpresa ci toglie il fiato. Tra i neri sacchi della nettezza rovesciati spuntano le cosce tornite della morona.
Io di pezzi di fica nella vita ne ho visti, specialmente sui vialoni della periferia, ma come quella… peccato fosse morta! “Che diavolo!” impreca Fester. Ma negli occhi gli leggo un luccichio porcino.
Completino intimo bianco con tanto di giarrettiere e sandalini neri. Qualche macchietta di sangue qua e là, ma poca roba. Merce di prima qualità… nel cassonetto dei desideri.
“Pensi a quello che penso io?” mi fa Fester. Vecchio porco, certo che penso alla stessa cosa. Il camion ci nasconde la visuale dell’arteria principale e in quel vicolo non ci passa neanche un cane. Al massimo potrebbe affacciarsi un cinese dalla porta posteriore del ristorante, ma i musi gialli si fanno sempre i cazzi loro, son gente tranquilla, non so se mi spiego.
“Chi incomincia?” domando.
Beh, non vi racconto altro, perché la gente potrebbe pensare male. Sappiate soltanto che quel pomeriggio fu uno spasso. Finimmo il turno un po’ più tardi del solito, ma alle sei meno dieci eravamo già da Todd a farci una budweiser ghiacciata, pronti a guardarci la partita. Fester sorrideva come un scemo e forse anch’io avevo la stessa espressione, chissà.
“Ordiniamo un altro giro, collega?”
“Perché no…”
Sono quelli i momenti in cui ti convinci che, malgrado tutto, la vita non è sempre un’inculata.

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