CHELATNA LAKE

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Ormai sfinito dal lungo viaggio, lascio cadere le borsa impermeabile nera sul pianerottolo di Freedom House in modo scomposto. Mi tolgo lo zaino con fatica e cerco nella tasca della giacca militare le chiavi del mio piccolo Chalet. Nonostante sia iniziata l’estate la temperatura non è certo la stessa di quella che ho lasciato in Italia, e lo capisco più dal respiro affannato che si trasforma in leggere nuvole di vapore, che dalla percezione del corpo, ancora caldo dopo il lungo cammino intrapreso. Mi sembra che il viaggio sia durato un mese, sono stanco.
Durante il volo transoceanico non ho chiuso occhio, una moltitudine di pensieri mi assediava la mente, e volti e parole assalivano senza tregua le mura della mia anima. Il libro che poco prima dell’imbarco avevo tolto dalla valigia in tutta fretta, era rimasto nella tasca posteriore del sedile davanti a me, spiccava solamente il segnalibro: la vecchia foto di una fiaschetteria fiorentina stampata su carta rigida.
Anche il successivo tragitto in autobus è stato travagliato, il flusso di pensieri era diminuito però, poiché la tristezza si alternava all’attrazione per il paesaggio che stavo attraversando. Sceso a destinazione infatti mi sentivo meglio, e il fatto di addentrarmi a piedi in quei boschi, poneva una sostanziale sosta all’interminabile valanga di ricordi.
Ancora con in mano le chiavi dello Chalet mi volto a osservare il panorama che per poco il sole mi lascerà vedere. La luce del tramonto rende il paesaggio incantato, i colori dell’acqua delle rocce e degli alberi si mescolano alla lucentezza dell’oro del sole, e la bellezza dello scenario che ho davanti da incantevole diventa divino. Il viottolo che arriva alla casa e che divide il prato, si piega fino a celare il suo inizio verso la riva del lago. Sulla parte sinistra dove sembra debba buttarsi nell’acqua, una fila di abeti nasconde a malapena il promontorio di legno, e seguendo una posizione rigorosamente lineare, si congiunge al fitto bosco che attanaglia tutto il lago in una morsa possente.
Sulla parte destra del viottolo invece, il giardino non recintato dopo alcuni metri si trasforma in una vasta tundra, dove spuntano arbusti di Cipero ed Erica, e si perde nelle montagne innevate che fanno da cornice a tutto quanto.

Entrato in casa la prima cosa che avverto, è un forte odore di legno ammuffito.
Poi la vista è il secondo senso che viene stimolato, perché la luce che passa dalla porta irrompe nella stanza principale del mio rifugio rilevando i due divani, il camino e il tappeto persiano, nel loro quieto silenzio.
Trascino lo zaino e la borsa dentro casa e lasciando aperta la porta vado ad aprire la finestra. Devo arieggiare l’ambiente visto che sono quasi due anni che il legno che vi si trova respira malamente.
Maria ed io avevamo comprato lo Chalet con i soldi della liquidazione alcuni anni fa. Era stato il nostro sogno nel cassetto fin da quando eravamo giovani. Non ce lo saremmo potuto permettere prima della pensione, ma parlandone, avevamo concordato che sarebbe stato bello passarci la vecchiaia, o se non altro, soggiornarci più tempo quando saremmo stati liberi dagli impegni di lavoro.
L’Alaska era per noi il paradiso in terra, uno dei pochi luoghi dove la natura è intatta. Quando lo comprammo fu solo dopo una lunga ricerca, avevamo girato numerose agenzie immobiliari specializzate e sfogliato pile di riviste. Spesso tornavamo a casa la sera con del materiale, e prima ancora di soddisfare bisogni primari come la fame o la sete, confrontavamo le nostre singole scoperte.
Avevamo vagliato soluzioni in altri stati del mondo prima di scegliere l‘Alaska, poi un giorno ci arrivarono tramite internet le foto di questo piccolo Chalet situato sulla riva del Chelatna Lake, e rimanemmo talmente ben impressionati che la scelta fu subito comune e immutabile.
Mi dirigo al piano di sopra dove si trovano il bagno e la camera da letto. In cima alle scale non vedo quasi niente, seguo il corridoio che ricordo privo di ostacoli e cerco a tentoni la porta sulla sinistra.
Con la finestra del bagno aperta riesco a vedere e a muovermi sicuro. C’è tutto: carta igienica, asciugamano, dentifricio, e due spazzolini che sembrano abbracciarsi per proteggersi dal freddo.
Giungo infine in camera e, ricordando bene la disposizione del letto e dell’armadio, riesco a trovare anche qui la finestra per arieggiare ed illuminare questa stanza.
La coperta di lana a scacchi adagiata sul letto mi infligge un leggero magone, è tutto come lo avevamo lasciato. Sul comodino vicino al letto vi è ancora una guida del luogo in inglese, poi sono i vestiti nell’armadio a trasformare l’afflizione in tormento, che dopo pochi secondi sfocia in un pianto.
Con Maria ricordo che fantasticammo su come poter vivere in modo autosufficiente, installando alcuni pannelli solari e comprando una mucca e delle galline. Quando concludemmo l’affare, eravamo così euforici che vivemmo esaltati per quasi due giorni interi.
La crisi economica mondiale stava arrecando seri danni a quasi tutto e a quasi tutti. Il mio innato senso critico e il mio genetico pessimismo ci aveva indotto a cercare una soluzione prima ancora che i problemi cominciassero a diventare evidenti. Questo fu un bene, perché con i nostri risparmi oculatamente nascosti, per una mia particolare fobia nei confronti delle banche, poi rivelatasi concreta, quando tutti cominciarono a vendere noi comprammo.
La prima volta che eravamo venuti allo Chalet che poi chiamammo Freedom house, fu quando ne avevamo preso possesso. Ci passammo le vacanze estive. Io imparai a pescare e cacciare, alcuni operai del posto montarono due pannelli fotovoltaici sul tetto e fecero alcuni lavori in muratura, Maria invece progettò un piccolo ricovero per animali da costruire sul retro che avremmo fatto poi, e riprese a studiare l’inglese.
In principio la scelta di comprare questa piccola casetta in legno fu stimolata dalla sola voglia di cercare un angolo di pace dove riposarsi solamente in periodi limitati, poi tornati in Italia, avvertimmo prima di molti altri che le cose cominciavano ad andare di male in peggio, e il pensiero di trasferirsi in pianta stabile divenne frequente.
Ci fu un lasso di tempo in cui tutto ciò che di spiacevole ci arrivava dai notiziari e dal mondo reale ci rimbalzava addosso. Stava per scatenarsi l’inferno e noi pensavamo di aver trovato la soluzione.
Torno al piano di sotto e cerco nel mazzo di chiavi quella che apre la porta di fianco al camino che porta giù in cantina. Il sole comincia a sparire dietro le montagne e non rimane molto tempo per portare la legna in casa con la luce del giorno.
In cantina fa più caldo che in casa. Con la torcia elettrica cerco il trasformatore che immette l’energia solare dei pannelli fotovoltaici negli accumulatori, e constato con piacere che c’è energia a sufficienza. Alzo una levetta e si accende una lampadina che debolmente illumina il piccolo locale e, simultaneamente sento il lieve ronzio di un motorino elettrico che comincia a pompare acqua dalla cisterna alle tubature. Sugli scaffali che si estendono su due lati ci sono provviste sufficienti per circa un mese: scatolette, pasta, latte in polvere e sacchi di farina. Accanto al trasformatore c’è un piccolo armadio di metallo dove tengo chiuso a chiave un fucile da caccia con due scatole di cartucce, e un paio di canne da pesca. Non c’è bisogno di controllare il contenuto, le ante sono intatte e non ci sono segni di forzatura.
Sollevato dal funzionalità dell’impianto elettrico che temevo avesse qualche problema, torno di sopra ed esco a prendere la legna.
Quando Maria si convinse di lasciare tutto, come da tempo avevamo deciso, si commosse. Pensò ai suoi familiari, a come avrebbero potuto cavarsela, alla sua città, a tutto ciò che era parte di lei. Non riusciva ancora a capire come mai il mondo andasse a rotoli e così velocemente. Cercai di consolarla garantendole che nel giro di qualche anno tutto si sarebbe sistemato, ne avevo la certezza, la storia lo diceva, dovevamo cercare di cavarcela solo per un po’ di tempo.
Sapevo bene che questa scelta sarebbe per lei stata più difficile. Io non avevo legami forti che si sarebbero spezzati in modo così brusco ed egoistico, ma non vi erano altre soluzioni per due persone della nostra età costretti ad aiutarsi solamente l’uno con l’altro.
Il cinguettio di un uccello selvatico sovrasta tutti gli altri suoni del bosco. Proviene probabilmente dalla cima di alcuni abeti rossi che riesco ancora a identificare mentre cala la notte. Questo canto acuto seguito da un battito d’ali, mi porta all’ascolto del rigoglio dell’acqua del lago che a frequenze alterne sembra duettare con il fruscio del vento che soffia dolcemente tra i cespugli.
Mentre ascolto incantato il concerto del tramonto, i sentimenti che ne scaturiscono, e i sensi che percepiscono questa meraviglia mi fanno riflettere. Ora più che mai mi rendo conto di far parte dell’orchestra. Maria ed io una sera, proprio seduti in questo giardino ne ragionavamo: siamo nati con le piante, l’acqua e le montagne, e dovremmo vivere in armonia con la natura in quanto suoi figli. La gioia di quello che mi circonda mi frastorna, e un brivido di eccitazione comincia a scorrermi lungo la schiena. Apro le braccia rivolgendomi al cielo, come per accoglierlo, poi chiudendo gli occhi per un istante respiro aria fredda assaporandone il profumo.
Com’è stato possibile che l’uomo invece abbia ignorato tutto questo sostituendolo con l’avidità, e la brama di potere? Come è stato possibile che il progresso e la ricerca, abbiano portato l’essere umano alla distruzione e all’oblio, invece che all’amore e all’illuminazione?
La legna che avevo raccolto due anni prima si trova sotto la barca capovolta, insieme al carrello che mi serve per trasportarla. Ne avevo raccolta in abbondanza, e con i rami piccoli avevo creato delle fascine, utili per attizzare il fuoco. Faccio un paio di viaggi depositandola accanto al camino.
Non è molto umida, il telo di nylon con cui l’avevo ricoperta è stato utile, quindi accendo il fuoco facilmente e liberandomi della giacca mi chiudo in casa pensando a disfare i bagagli e a cosa mangiare.
All’interno del camino passano alcune tubature dell’acqua che provengono dalla cisterna in cantina. L’acqua riscaldata dalla fiamma viene poi spinta dalla pompa elettrica nei caloriferi del piano di sopra garantendo una temperatura più adeguata anche nei periodi più freddi dell’inverno.
Penso che sarà dura abituarmi ad un tenore di vita così avvilente e così distante da quello che ho condotto fino ad ora, ma sono certo che mi servirà a superare questo triste momento. In montagna c’è sempre qualcosa da fare per poter vivere.
Fu circa un anno prima, mentre stavo ascoltando l’ennesimo notiziario che riportava di disordini avvenuti in Italia durante la giornata tra un gruppo di disoccupati e le forze dell’ordine, che Maria cominciò a tossire in modo rauco. Non ne fui molto impressionato in principio. Poi, giorni dopo, quando quell’episodio sembrava svanito, trascorse una notte turbolenta svegliandosi ripetutamente e avvertendo con gli spasmi un dolore al torace. Il giorno successivo andammo dal medico per una diagnosi.
Quel pomeriggio percepii il dolore in tutta la sua atrocità e forza devastante; le parole del medico che mi aveva chiamato in disparte dopo la visita, mi penetrarono nei timpani, e da lì, come un fiume in piena che oltrepassa gli argini con una violenza inaudita, inondarono ogni cellula e molecola del mio essere.
Oltre al senso di nausea che mi provocarono quelle parole, provai anche un forte senso di smarrimento. Compresi subito che l’eroico paladino, quale ero sempre stato agli occhi di Maria, era in realtà un impotente. Non sapevo più cosa fare.
Dovevo tornare da lei e parlarle, non avrei potuto nasconderle a lungo, il mio stato d’animo, lo avrebbe percepito subito presentandomi nei panni di un cavaliere così fragile e inerme.
Purtroppo era già tardi, i fumi delle ciminiere, i gas di scarico delle macchine, e quant’altro di diabolico aleggia in qualsiasi città moderna, era finito nei suoi polmoni sviluppando una malattia inestirpabile.
Tutti i nostri progetti di salvezza se ne erano andati in fumo in un istante.
Durante la malattia di Maria, avevo perso la voglia di vivere, non era forse un bene per lei che cercava conforto, ma ero esausto, io volevo solo che non soffrisse neanche un secondo.
Questi ricordi mi rimbalzano in mente senza sosta da un lungo tempo, sono qua per metterci una pietra sopra e cercare di dare un senso a tutto ciò, oggi mi sento meglio, sono riposato, è una bella giornata, e un buon odore di caffè che proviene dalla moka si espande nella stanza.
Anche Maria è qui con me.
Prendo l’urna di cristallo che tenevo nella borsa impermeabile e l’appoggio sul davanzale del camino appena acceso. Ho voluto che anche lei mi seguisse in questo paradiso e voglio che anche lei ne faccia parte, il mondo artefatto e ipocrita che ci ha allevato fino a ieri, solo esclusivamente per alimentare gli illogici affari di gente senza scrupoli con il risultato di una imminente guerra mondiale, non merita la nostra anima.
Sorseggio il caffè guardando fuori dalla finestra. Tutto è calmo l’acqua del lago accoglie i raggi del sole riflettendoli nella mia direzione, rimango alcuni minuti intento a cercare il punto migliore dove arrivare con la barca, poi poso la tazza e indosso la giacca per uscire.
Lo sciabordio dell’acqua sullo scafo è l’unico rumore che sento appena giungo a circa un centinaio di metri dalla riva. Guardo il fumo bianco che si alza dal tetto, non ci sono altri rifugi o abitazioni da questa parte di sponda, il mio chalet è l’unica struttura nel raggio di chilometri, poi prendo l’urna con delicatezza e sollevo il coperchio.
La guerra e le malattie come quella di Maria, sono la conseguenza dell’umano continuo trasgredire le leggi della natura, l’andare contro porta solo distruzione e caos. Spero che tutto quello che sta capitando lontano da qui porti almeno ad una nuova coscienza.
Appoggio l’urna scoperchiata sul filo dell’acqua, penso che sono stato comunque molto fortunato perché ho avuto la possibilità di conoscere Maria, e lascio dolcemente la presa.

Davide Bandinelli

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2 risposte a “CHELATNA LAKE

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