LA METAMORFOSI DI NARCISO

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Bagliori bluastri di pigre sirene, un cielo piombato di pioggia che non vuol piangere su di me. Mani guantate mi frugano addosso, mi scuotono, mentre sudato li lascio fare, non m’importa…
Ho gli occhi secchi e la faccia di un morto, livido, freddo…
“…Capo, dia un’occhiata…”
Il poliziotto estrae il foglio giallastro umido di morte, l’ultimo mio scritto.
Lo estrae dal cappotto che ho indosso, madido di fango grigiastro… il suo cappotto dalle piume nere…
“…Forse è un permesso di soggiorn…o una lettera per un parente…”
Non ho parenti, idiota, non più… ho rifiutato il mondo del Maestro del Segreto, dell’Eletto dei Nove, del Cavaliere d’Oriente o del Principe Cavaliere Rosa-Croce, li ho rifiutati tutti… compreso mio padre, li ho ripudiati per essere libero di morire… Lasciami in pace…
“Cosa ti sei fatto? Mi senti?” – Si volta verso il suo superiore- “Questo è in un altro mondo, Capo…”
Io ti ammazzo ignaro del cazzo… ti ammazzo… io ero una NOTA! Uno dei 49!
“Mi ascolti? Hei! Mi ascol…”
Uno scoppio, un altro. Immobile miro alla testa, si sfalda come la mela rosa dai vermi,  sangue grigio mi investe, il superiore mi guarda per un attimo, un attimo solo, premo il grilletto, adieu…
Un altro scoppio: muori ignaro del cazzo, muori, tu che non comprendi…
Non ho nemmeno la forza di farlo.
Lo immagino e basta, m’immagino i due pulotti che scoppiano come palloncini pieni di sangue, si spappolano su per i muri, ricordo il suo Potere Perduto che veniva in mio aiuto, ma non accade niente.
Nulla: la Realtà mi resiste, non sono più in grado di piegarla con un respiro, non più…
ECO… piccola sofferente, dolcezza divina… come ti comprendo adesso… Mi ha lasciato sai? Ed io ho acconsentito, anche io ho voluto il rituale.
Dovevi vederlo, era bellissimo; l’ultima metamorfosi, è tornato ad essere un fiore che dorme sul ruscello.
“Mi devi dare i documenti…”
Quanto può andare veloce il pensiero, assente ingiustificato nei momenti più belli, quando si perde nella gioia utopica della felicità… ma dove è adesso il mio… lento e devastato dalla tua assenza?
“Ora mi stai facendo incazzare, Barbone, li hai i documenti o no?”
Il capo mi fa pena… vita di merda la sua, un compagno imbecille sul lavoro, una moglie odiosa a casa…
Invidia il mio dolore? Gli avranno strappato via anche quello con la routine, la Presenza è ovunque…
“Lo portiamo in centrale, capo?”
Che cazzo vuole da me? Vai via, ignaro, lasciami solo… Ho perso il mio amore, cosa vuoi ancora da me?
“Ci imbratta la macchina questo rifiuto, guardalo… mi fai schifo!”
Vero, devo essere orribile: sento i capelli come stoppa setolosa e quasi mi soffoco respirandoli, col fiato corto nauseato dal mio stesso odore di sudore e di alcool vomitato in chiazze acide.
Accanto a me una bottiglia di Whiskey spaccabudella, un Oban invecchiato,
mi ricorda che l’ho comprato e aperto, assaggiato e scolato “Ieri”, anche se non voglio ricordare – Ieri –
“Non ti vogliamo da queste parti, hai capito?”
Ieri, cazzo che dolore, era il 28 ieri!
Mi sputa con odio, il vecchio frustrato dalla vita. Cazzo che male, era il 28… è passato solo un giorno.
Il giovane ci prende gusto e mi stampa la marca del manganello sul labbro.
Il mio foglio, la poesia che ho scritto per lui… ridammela bastardo… ridammela!
Non la rompere ti prego… non la rompere… pesta me, ma non la rompere…
“Poesie…Capo, il Barbone scrive Poesie!”
Non la rompere.
Non la buttare via, ti prego…
Per gli Eterni, per quello che ero, per quello che ho perso lottando contro gli Assoluti, non la rompere…
Mi guarda come fossi un pedofilo dopo una rapida lettura: era l’ultima cosa che abbiamo scritto insieme.
L’ultima poesia che avevamo steso accarezzandoci la mano… Non la buttare via…ti prego….
“Riprenditi questa merda…”
Se ne vanno.
Finalmente… andate via…
…adesso devo dormire…
Mi risveglio pietrificato dalla postuma, vincolato dallo strazio della Garrota alcolica.
Un rapido gesto ed il laccio nero, annodandosi come il serpente Kundalini, morde i miei capelli; gli occhiali sono ancora lì, con le lenti violacee che sembrano piangere due gocce di vetro lucidato; li indosso, mi chiudo il cappotto carezzando una piuma sporca caduta a terra, vicino alla borsa…
È passato solo un giorno.
La zip metallica della borsa si lacera come un ventre di donna al tocco del bisturi nel taglio Cesareo, rivelandomi narcotizzata il suo tesoro celato, un piccolo feto al silicio: il portatile su cui le mie dita hanno lasciato il suo odore, chissà se la batteria è ancora carica.
Vuoi che ti carezzi i tasti, bambino informatico? Allora accenditi, aiutami a ricordare, riporta la mia mente a ieri sera! Accenditi!
[Avvio del Sistema in corso…attendere prego]
Prego… tu non puoi pregare. IO ho pregato perché accadesse… ma che ne sai tu, stupida macchina.
Scrivo seduto tra bidoni d’immondizia, odori acidi e zecche nascoste,
fra parassiti invisibili che succhiano quel poco di sangue alcolico che è rimasto in circolo…
Voglia di scrivere, d’estraniarsi, non diversa dalla voglia di un tossico di iniettarsi eroina fusa nel cervello.
Scorticarsi la carne e divenire pensiero, tranciarsi le inutili gambe piegate sul cemento, chiudere gli occhi e continuare a scrivere, piangere a dirotto, con la gola rotta ad ogni parola sonora e continuare a scrivere.
Nessuno lo vedrà, potrà solo leggere un assurdo scritto.
Il rumore quasi ciclico del Kikkle-tikkla dei tasti mi accompagna in questo Lutto terribile;  mi prende per mano, passandomi attraverso un leggero tocco di polpastrello le infinite parole.
A chi farò leggere questo delirio sperando che mi comprenda, dannato me, questo è quello che vorrei!
Essere compreso dall’estraneo… Quando l’estraneo sono io.
E soffro, come se ogni dito schiacciasse una piaga ancora aperta, il dolore si trasforma in caratteri neri su carta bianca: questa è la magia della scrittura: soffrire nel silenzio e poter vedere il dolore sullo schermo.
Addio.
Mi hai lasciato, per sempre, Narciso.
Mi hai lasciato l’Eredità di esistere, nel tuo testamento il dolore segreto di essere Uomo.
Arriverò al termine di una retta che per definizione non ha fine. La certezza: Morirò.
Il mio viaggio sarà il racconto migliore, pieno d’errori, ma a correggerlo ci penserà un altro… finalmente.

Mi sveglio da un sonno orribile, ho sognato di scrivere in mezzo ai bidoni… Nausea e vomito.
si può sognare di scrivere? Forse… perché adesso non ne ho la forza.
Mi hai lasciato, Narciso, che cos’è questo vuoto che sento…
La sera del rituale, adesso ricordo, la litania dell’assurdo cancello, l’Assenza, eravamo così lontani!
“Prendimi la mano”- mi dicesti- “Accompagnami a casa…”
Varcammo i cancelli di Arda e le terre inviolate di Avalon, superammo le nebbie eterne dei campi elisi e del reame del grande Lupo in attesa del Ragnarok, cavalcammo i Sogni dell’Uomo fatti materia eterea, dritti fino all’antico ruscello che ci attendeva scrosciando tranquillo.
L’enorme statua era curva ed immersa nell’acqua di cristallo, lastra funerea e monumento splendente.
Per il cielo un velo dorato, come i petali del Fiore che ti fu tanto caro.
Respirammo quell’aria di Sogno, percepimmo insieme il risveglio dell’Eterno dalle gote gonfie di muse.
“Io devo restare nei Sogni dell’Uomo, tesoro mio… La guerra è iniziata, laggiù, la ragnatela del tempo sta per essere congelata dal ragno Bianco e Nero. Mi aiuterai, Amore?”
Quanto mi donavi, tesoro mio, quanta passione nelle tue mani che finalmente avrei potuto toccare; parlavi con la mia voce, come avevi sempre fatto, ma stavi formandoti nelle trame dei Sogni…
Per la prima volta ti avevo davanti, vedevo ME come un clone platonico di amore, eri il doppio simmetrico delle mie passioni…la perfezione speculare resa materia: avevi rotto lo specchio.
Mi avvicinai a te con il ruscello che cantava un requiem di amore eterno, tutto divenne luminoso nelle Terre dei Sogni. Ero dentro di te, sentivo la tua essenza prendere forma con gli Uomini che sognano.
Ci specchiammo negli occhi, Uomo e Dio, e nei riflessi dell’altro ognuno desiderava se stesso…
Il tempo si fermò, sfruttammo l’eternità ricordi? Ci riprendemmo tutto il tempo che il mondo ci aveva negato sfiorandoci la mano senza toccarla, per l’eternità dell’assenza del moto.

Poi il soffio di morte tinse l’acque di nero, l’incubo che avevo nascosto esigeva il tributo d’amore.
Gocce di Pathos, il potere perduto cadeva dal tuo volto come vapore pesante… io ero immobile.
Ero un uomo che sperava di fermare gli Dei, un Uomo incastrato nell’eternità, un prigioniero che vedeva morire il suo unico amore dalle grate del tempo, ti avevo davanti e non potevo neanche salutarti, baciarti!
Che dolore, che male al petto, Narciso!
Il rituale, la statua del tuo delitto d’orgoglio sfidò l’immobilità lasciando polvere nera dietro di sé… la roccia si tinse d’alabastro e ti abbracciò soffocandoti.
Mi parve di vedere un sorriso sul tuo volto, ma troppe lacrime miracolose vincevano la stasi dei miei occhi sbarrati, ti vedevo come attraverso il delittuoso ruscello, morivi liquido, tra i flutti dei Sogni.
Stavi morendo, Amore, ti stavo perdendo.
Il Pathos ci stava lasciando trasformandoti nel quadro di Dalì, ricordi, ci scherzavamo insieme…
“Io sono molto più bello di quella mano di gesso ingannevole!”
Forse tu stesso hai deciso di trasformarti in quel quadro, per me.
Ed a volte ti Sogno, curvo e marmoreo ventre di vita per un Narciso splendente,  uovo primordiale del nostro assurdo Amore per l’Uomo, fuso in quel rosso della tela di un folle, che nascondi la testa per non versare davanti a me una lacrima di dolore, immerso in un lago di specchio.
Che dolore, Narciso… che strazio. La poesia… te la leggo, vuoi? Leggere… per Sognare di nuovo…

Il Canto di Ulisse

Ed è senza alcun suono che ti ricordo
nel bianco del cielo velato e svanito;
solo il silenzio tendeva un accordo
per il lamento di un uomo finito.
Nascosi il pianto stringendoti forte
schiantandomi il petto di lacrime amare,
ma più forte di me ti strinse la morte
forzando l’abbraccio senza esitare.
Mi hai tradito, ingannato, ricordi?
Moristi là, lontano; senza me accanto.
Dentro la stanza i passi miei sordi
rompevano secchi il muto tuo pianto.
Rimasi seduto con la morte davanti,
come un Ulisse legato alla nave.
Nel silenzio udivo i suoi canti
che ti presero lento con voce soave.

Demiurgus – 2001

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