SOFFOCATA DAL CEMENTO

soffocata-dal-cemento

Sul tetto dell’edificio un piccione spicca il volo verso l’afoso cielo cittadino. Lo accompagnano due colpi di tosse.

Sesto piano; c’è un uomo sulla trentina dall’aria affrettata. Si proietta fuori dall’ascensore ed imbocca un corridoio laterale, direzione priva di alcuna identità, quasi casuale. Ma del suddetto l’indecisione è proprio l’ultima delle sue verità, impiegato oppure segretario, ragioniere o forse programmatore, ma comunque sempre “volto nobile che incornicia uno sguardo sintetico”.
Il suo passo si arresta improvvisamente davanti ad una porta “x”. Resiste ancora un attimo ad aprirla, tirandosi su le maniche della camicia. Si aggiusta la cravatta, ma l’ambiente soffocante gli è pressoché indifferente in quel cauto frangente. Ormai non ci fa neppure più caso.
La mano sudata afferra la maniglia di plastica smaltata, e tra lo scivolare e il far presa riesce a far scattare il chiavistello. Si trova adesso a pochi passi dall’uomo che gioca con la sua giovane carriera, magari proprio col computer che ha di fronte.
È un campione di Tetris, ma i suoi mattoni sono truccati, ed ovviamente vince sempre.
Il volto nobile desidera tornare su i suoi passi, richiudere la porta. Ma ormai è troppo tardi.
Ma mentre si avvicina alla scrivania del suo capo, una sensazione lo colpisce, quasi un grido soffocato proveniente da remote profondità. Qualcosa che gli attanaglia l’anima.
Ma è solo un bagliore, poi tutto torna sereno. Tutto torna reale.

Quinto piano; ormai stanche di pratiche da riempire, le due care amiche preparano i loro quotidiani teatrini. Lo spettacolo ha inizio.
Gli atti si susseguono rapidamente. Raccontano pettegolezzi e pettegolano racconti, di certo involontariamente, con aria distaccata e disinteressata, ma con estrema professionalità. Mettono in scena un po’ di tutto, non solo fatti loro e fatti altrui, ma anche fantasiose commedie sulle faccende domestiche, ilariche farse ambientate negli sfarzosi supermercati che le attendono ogni sera dopo il lavoro, o anche solamente sequenze di scene proposte a caso, senza nessuna logica o connessione. C’è del lavoro da svolgere, ma la giornata è troppo calda per essere lavorata tutta, ed è facile perdersi nei propri affari.
Non è un fenomeno isolato. Le due signore come molti altri, magari dietro le quinte di differenti teatrini, ma tutti comunque intenti a mostrare maschere e burattini.
Le loro sedie anatomiche in plastica arancione, le fanno dondolare al ritmo delle flessioni delle gambe, comodamente appoggiate ai bordi delle scrivanie. Queste sono mondi insondabili di cartacce, portapenne e altri curiosi oggetti, condannati ad una inevitabile estinzione dall’infernale computer che tiranneggia già sul territorio. E intanto le scene si susseguono, una dopo l’altra.
Ma anche se quel teatro di emozioni a buon mercato le coinvolge totalmente, nessuna delle due può fare a meno di avvertire quel tremito che le sfiora, le attraversa, dalle due metalliche gambe delle sedie in equilibrio, fino ai loro capelli ossigenati.

Quarto piano; calzature. Incessante è il loro passaggio nei corridoi.
Mocassini in pelle, scamosciati, scarpe leggere, stivaletti, decolleté, tacchi bassi e tacchi alti, solcano i prati di moquette con l’andatura tipica da ufficio, affrettata ma all’apparenza cadenzata, complice di un ignoto ritmo, su e giù, da una porta all’ascensore, dall’ascensore ad una porta, da una porta a un’altra porta. Alcune sostano per un attimo presso le pareti per non intralciare il traffico. Se ne stanno lì a saggiare oziose il finto praticello, e ad osservare le altre che scorrono via lungo quel fiume senza direzione. Ma quando arriva, neanche loro possono far finta di nulla.
Non un tremito o una scossa, ma piuttosto un brivido, un muto grido di disperazione che sembra attraversare ogni muro, ogni oggetto, fino a sfiorare il cuore di ogni cosa.
È solamente un momento, solo un intenso istante; un brivido.

Terzo piano; tappeti di giornali sopra tappeti di moquette.
Indaffarati gli imbianchini colorano con un brillante “neutro” le vecchie pareti dell’edificio (che poi vecchie non sono; è solo la vernice capricciosa che ogni tanto ha bisogno di un lifting nuovo).
Anche qui è il movimento che batte il ritmo della giornata. Scale che si spostano da un muro all’altro, rulli inzuppati di tinta che scorrono sui muri provocando un rumore appiccicoso, le uniformi boccate di fumo di un imbianchino accanto a una finestra nel momento di pausa, un altro poco più in là che mischia la vernice nel diluente con un manico di granata. E così via…
Le vetrate delle stanze sono tutte aperte, l’intento è quello di creare riscontro e rendere tollerabile la temperatura del locale. I rumori della strada giungono chiari alle orecchie degli operai.
Ma il boato proveniente dal profondo ingoia ogni altro suono. In principio pare solo un represso sussurro, poi cresce rapidamente d’intensità, per sfociare infine in un lamento opprimente che quando si interrompe  lascia gli imbianchini storditi.

Secondo piano; uffici, ancora uffici.
Stanze regolari dai bassi soffitti, pavimenti geometrici oppure ammantati da sintetici prati, porte, scrivanie, sedie, scaffali di materiali ignoti, appena parenti del legno; e poi le luci.
Faretti orientabili, lampade alogene, neon schermati dai colori glaciali, sporadiche abat-jour negli angoli intimi allestiti per i rari momenti di relax o per introduzioni particolari, appuntamenti delicati.
Muri incartati, a volte adorni di arte aliena, a volte di qualche poster o calendario, a volte di semplice e bel niente.
Un respiro strozzato vibra attraverso le pareti, scotendole internamente per pochi istanti. Poi di nuovo e in maniera più intensa. Poi ancora…

Primo piano; C.M. è indaffarato, piacevolmente indaffarato.
Muove le sue agili dita sulla tastiera del suo Apple, e gode del sapersi completamente padrone di quella strana macchina.
Si discosta un attimo dallo schermo e si lascia un dondolare dalla sua sedia ammortizzata, eccellente per le sue quotidiane maratone di “seduta”. Un sorso di caffè.
Prende in mano la cornetta e digita rapido il numero. La sua voce plastificata corre lungo i fili telefonici fin quasi a raggiungere la parte estrema del piano, in fondo al corridoio.
Seduto dietro la sua scrivania P.A. risponde alla chiamata, come molti altri rispondono nel medesimo istante ad altre e tante chiamate, ognuno seduto comodamente, padrone e schiavo degli strumenti del proprio lavoro, ipnotizzato dai loro strani suoni e ammaliato dalle loro luci.
Ma neanche loro possono evitare di sentire quel respiro soffocato, quel grido strozzato, quella reazione inattesa ed inspiegabile che agguanta e chiede…

Piano terra; il portiere ha appena avvertito la chiamata.
Lo ha afferrato mentre si fumava tranquillamente la sua Muratti, e un attimo dopo, per un motivo inesplicabile, tutto gli si era rivelato.
Ogni mistero attorno a quel boato, a quel tremito, a quel remoto respiro, si era disgregato davanti agli occhi di quel modesto portiere…
…che già se ne tornava rapido a casa, lasciando il suo posto senza alcun apparente motivo.

Sotterraneo; magazzini bui.
Qui nessuno ode. Forse solo qualche ratto avrebbe potuto, ma ormai se ne sono andati tutti, insieme ai ragni a agli scarafaggi. Adesso ci sono solo scatole e scatoloni, vecchie cose buttate lì.
L’aria è pregna di quel respiro tronco, l’agonia di un asmatico, il lamento di un annegato. È una melodia continua, estenuante, che lentamente sale d’intensità diventando più oppressiva, quasi irata. E già le crepe avanzano sul pavimento.
Si avvertirebbe il rumore del cemento che si spacca se il respiro non fosse così intenso, forse all’apice del suo tormento.
Le crepe così si allargano ed allungano, protendendosi verso le pareti e allargandosi poi, come piante rampicanti, verso il soffitto e il pavimento del piano terra, abbracciando l’opprimente edificio.
S’inerpicano ancora più in alto, e mentre il boato raggiunge la sua massima intensità, già feriscono gli ultimi piani del palazzo ormai colpito a morte.
Un ultimo respiro esplode e le imponenti pareti esterne della costruzione si chiudono su se stesse, come il sipario di un teatro, lasciandosi sprofondare nella gigantesca nuvola di polvere che incomincia ad innalzarsi. Nasconde lo scenario di rovine che continuano a depositarsi, e uno squarcio di terra affiora, terra un dì condannata a marcire sotto strati di cemento. Terra creduta morta.
Ha un aspetto malato, putrido, ma  respira ancora, ed è proprio il suo respiro a soffiare via le polveri, a lasciar vedere le rovine che la circondano.

Affiora un verme, si guarda intorno e vede tutto quel casino. E sorride.

GM Willo 1996 – Tratta dal libro:


Annunci

Una risposta a “SOFFOCATA DAL CEMENTO

  1. Pingback: LETTURE IN DUE PEZZI (PISTACCHIO) « I Silenti·

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...