LA FATA DEI DENTINI

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Il sottile rumore di drappi sgualciti si mischiava al minuscolo tintinnio d’avorio.
Un suono quasi impercettibile ma sufficiente per scuotere il sonno precario e pieno di eccitazione di Davide. Quel pomeriggio era stato dal dentista. Un uomo alto e allampanato, bianco come un cero, con i capelli sale e pepe, i denti ingialliti da troppe sigarette e l’alito in un misto di tabacco e menta.
Sulla punta del naso rapace poggiavano sottili occhiali attraverso i quali scrutava nella bocca aperta del ragazzo. Quando l’uomo aveva afferrato un paio di pinze uguali a quelle che il papà usava per aggiustare la bici, Davide era scoppiato a piangere.
D’altra parte era il primo dentino che toglieva.
Il dottore e la mamma lo avevano rassicurato, dicendogli che se avesse fatto il bravo la Fata dei dentini gli avrebbe portato un regalo. Però doveva comportarsi da ometto.
Certo, a Davide l’idea del regalo lo allettava parecchio, perciò si fece coraggio e respinse la paura.
L’operazione fu istantanea ed indolore. Il dottore mostrò il dente a Davide, il quale non seppe se provare gioia o orrore.
Sua madre lo prese con cura avvolgendolo in un fazzolettino di carta e infilandoselo in tasca.
Quando Davide aprì gli occhi nel cuore della notte, destato da quel leggerissimo rumore, il dentino era lì sul suo comodino, dove lo aveva messo prima di addormentarsi.
E poi c’era lei. In piedi, davanti al letto.
Si muoveva come portata dal vento, con i piedi nudi che sfioravano appena il pavimento.
La Fata dei dentini.
Non era per nulla come Davide se l’era immaginata.
Era magra in modo innaturale; uno scheletro coperto di pelle bianca come la luna, come se quella pelle fosse stata custodita in cantina e non avesse mai visto la luce del sole.
Indossava un abito argentato, antico come la notte, logoro di innumerevoli secoli di girovagare; i cui drappi sgualciti si muovevano come bandiere al vento. Solo che nella stanza l’aria era immobile.
Intorno al collo e alle braccia, lunghe e sottili come rami secchi, portava collane fatte con i denti di innumerevoli generazioni di bambini. Si attorcigliavano intorno alla gola, lungo le braccia, ricadendole sul petto. Anche gli orecchini erano di denti, così come la corona poggiata sul cranio calvo.
I suoi occhi erano di un bianco glaciale, in cui spiccava il nero antico delle pupille.
Davide la fissò, sentendo il sangue ghiacciarsi nelle vene, e lei ricambiò lo sguardo sorridendo, distendendo le labbra violacee, dure, la cui pelle si ruppe come ghiaccio.
La sua bocca era un ammasso di gengive purulente, sdentate, accarezzate da una lingua gonfia e viola.
La Fata dei dentini si mosse verso Davide sinuosa come una serpe, protendendo le dita nodose e inanellate di denti antichi quanto il mondo.
Le unghie erano frammenti di vetro nero che emergevano dalla carne delle dita.
Davide si tirò la trapunta sopra la testa, rannicchiandosi sotto le coperte.
Aveva il cuore in gola. Lo sentiva pulsare.
Chiuse forte gli occhi e pianse sommessamente, a lungo, inumidendo le federa e il lenzuolo. Quando finalmente si calmò e si fece coraggio, lento come una tartaruga sporse la testa oltre l’orlo della trapunta, tenendosela premuta sulla bocca. Si guardò attorno.
Solo giocattoli e peluche che lo scrutavano dubbiosi con i loro occhi di plastica, illuminati debolmente dal fioco chiarore della luna. Guardò il comodino. Il dentino era sparito.

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2 risposte a “LA FATA DEI DENTINI

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