LA SINDROME DEL SENSO DI COLPA

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Carey Wolf apre gli occhi alle sette e trentacinque in punto. L’impulso viene da una zona circoscritta del cervelletto, quella destinata alle connessioni. La sveglia interna lo informa dell’ora, del giorno, dell’anno e degli appuntamenti in agenda. In meno di tre secondi Wolf è a conoscenza della temperatura esterna, di quella interna, della probabilità percentualistica di precipitazione e delle ultime news, settate secondo priorità: cronaca, politica, sport, annunci-incontri.
Carey Wolf vive in un penthouse che si affaccia su Londra. L’intero edificio è di sua proprietà, così come l’elicottero posteggiato sulla pista d’atterraggio, che è anche la terrazza del suo appartamento. Alle nove e quindici ha un appuntamento dall’altra parte della città; appena venti minuti di volo.
Sotto la doccia visiona il notiziario, mentre si veste conclude un paio di operazioni bancarie, davanti ad un caffè fumante contatta la sua segretaria, le da disposizioni, chiama Tokio, Parigi e Washington, il tutto senza toccare un solo dispositivo. Interfaccia cerebrale Mitros; trattarsi bene è un dovere.
La giornata sfila via senza intoppi. Appuntamenti di lavoro, lunch insieme agli amici, un salto in ufficio nel pomeriggio, il tennis club fino alle cinque, l’aperitivo con Tania, contattata attraverso l’open-chat Aphrodite, sushi accompagnato da un Krug Vintage, sesso in ascensore, giochi erotici e coca nella suite dell’Hotel Palace, ovviamente di sua proprietà. Il sonno lo rapisce felice.

Roman Baker si sveglia tra le lenzuola di seta dell’Hotel Palace. Accanto a lui c’è sua moglie Penelope, capelli neri, occhi profondi come il mare e un culo da urlo. Sono sposati da sole ventiquattro ore ma qualcosa in Roman gli dice che non sarebbero durati fino a fine anno. Sul momento gli sembrava una buona idea; il matrimonio, la luna di miele a Londra, ma soprattutto il sedere di lei. Si conoscevano da poco più di un mese e non l’aveva mai vista andare fuori di testa come la sera prima.
Sul tavolino da tè della suite rimanevano un paio di strisce di coca, quelle che lui aveva rifiutato. Il naso di Penelope sembrava un aspirapolvere. Si era avventata su di lui strappandosi la camicetta, cercando disperatamente la lampo dei suoi calzoni, quando improvvisamente la scena dall’erotico si era trasformata in grottesco. Un fiotto di sushi e champagne era sgorgato dalla sua bocca, battezzando le lenzuola della loro prima notte d’amore.
Roman si alza e si accende una sigaretta. L’interfaccia lo ha appena informato dell’ora e delle condizioni meteorologiche, oltre a ricordargli per filo e per segno gli eventi appena trascorsi. Le due del pomeriggio. Con lei fuori gioco c’era d’aspettarsi di passare tutta la giornata tra le mura di quella dannata suite. Tanto valeva riordinare un po’ la stanza.
Più tardi Penelope apre gli occhi, sente il suono del televisore, fa per alzarsi ma un terribile mal di testa la convince a rigirarsi di nuovo tra le lenzuola e a riaddormentarsi.
Alle otto e quindici Ramon ordina la cena; bistecca, insalata ed un bicchiere di vino per lui e un tè per lei. È ancora a letto. È dispiaciuta. Vorrebbe farsi perdonare ma la testa le scoppia.
Alle dieci e cinquantacinque dormono nuovamente entrambi come due angioletti.

Emmilian Lalonde non ama gli hotel, ma oggi è a Londra per lavoro e il Palace è uno dei migliori. L’interfaccia gli dice che sono le sei e cinquantacinque e che tra poco più di mezz’ora lo verranno a prendere. Sua moglie Linda, che dorme profondamente accanto a lui, ha regolato la sveglia alle otto. Non la disturba, ma non può fare a meno di accarezzarle i capelli, velluto nero sulla seta delle lenzuola. Sarà comunque di ritorno all’hotel per pranzo, dopo il sopralluogo al Grand Terminal.
Emmilian Lalonde, ingegnere informatico, trentadue anni, sposato da quattro, impiegato del governo, residente a Northampton, apre i files nella sua testa, come farebbe davanti a uno schermo. Invece è sotto la doccia, usa uno shampoo antiforfora e si chiede se non rimarrà calvo prima dei quaranta. Abito grigio, senza cravatta perché la odia, sfiora la testa della moglie con le labbra prima d’imboccare la porta ed uscire nel corridoio dell’albergo. Gli rimangono poco più di dieci minuti per la colazione. Nel frattempo si ripassa il programma; aggiornamenti al software Wakeup, controllo ricezioni satellitari, installazione nuovo sistema operativo. Una mezza giornata di lavoro buona. Il caffè è eccellente.
L’auto è una di quelle del governo, nera coi finestrini opachi. Si ferma davanti all’entrata della lobby anche se non potrebbe. Il portiere fa finta di niente. Ne esce un tipo alto, stempiato, abito nero, occhiali rigorosamente scuri, portamento distaccato, movimenti chirurgici. Lalonde, comodamente seduto sul divano davanti alla reception, lo osserva venirgli incontro con passo sicuro.
«Mister Lalonde?» La sua voce è asettica.
«Si, sono io.»
«Andiamo…»
L’abitacolo è diviso da un vetro. L’uomo siede accanto all’autista, mentre Lalonde è da solo sul sedile posteriore. Le corsie preferenziali di Londra sono semideserte, pochissima la gente sui marciapiedi. Molti negozi sono ancora chiusi; non sono ancora le otto.
Lalonde si rilassa con un po’ di musica. Seleziona la playlist lounge, chiude gli occhi e si lascia trasportare. Pensa ai baci di Linda, al suo profumo, al modo in cui hanno fatto l’amore, tra le lenzuola di seta dell’Hotel Palace. Dio come l’amava!
Lalonde riapre gli occhi su un assolo di sax. C’è qualcosa che non và. La strada non è quella giusta. Bussa al vetro, chiede spiegazioni all’autista e al suo amico ma nessuno gli risponde. Gli sportelli sono ovviamente bloccati. I finestrini anche. Mentre immagini di una periferia sconosciuta scorrono attraverso i vetri, Lalonde si chiede in quale guaio sia finito. Le connessioni nella sua testa sono partite. Non gli è più possibile comunicare con l’esterno.
«Dove mi state portando? Cosa è successo al mio interfaccia?» urla attraverso il vetro, ma i suoi rapitori non si voltano neanche a guardarlo.
Pensa veloce, prova a riaccedere al server madre, ma niente da fare, è tagliato fuori. Usa un programma interno rivelatore di impulsi. C’è qualcosa nella parte posteriore dell’abitacolo che altera la ricezione, se solo riuscisse ad aggirare il problema potrebbe avvertire il Grand Terminal, ma deve fare in fretta. Gocce di sudore gli imperlano la fronte, mentre smuove i pezzi di uno strano puzzle nella sua testa. Ecco, ci siamo quasi…
…ma l’impulso cambia improvvisamente di frequenza, e questa volta è doloroso. Lalonde si accascia sui sedili posteriori dell’auto nera, sprofondando in un oblio digitale.

Quando riapre gli occhi la luce di un neon lo abbaglia. È disteso su un lettino reclinabile di pelle nera, dentro una stanzetta vuota. C’è una porta alla sua destra e un ampio specchio alla sua sinistra. Qualcuno lo sta osservando al di là di quel vetro, ma non è il suo interfaccia a suggerirglielo. Quello è ancora inaccessibile.
Dolorante si mette a sedere. Hanno giocato un po’ con il suo sistema neurale, usando frequenze proibite. Il risultato è come un giro nel portabagagli di un auto senza sospensioni.
La porta si apre. Entra un uomo sulla cinquantina, calvo, con gli occhiali, il camice bianco, una cartelletta in mano. Qualcuno richiude la porta da fuori; è il tipo con gli occhiali scuri.
«Buongiorno signor Lalonde, il mio nome è Valentin Sayer, oppure dottor Sayer se le và…»
«Dove diavolo sono? Chi siete voi?» Lalonde cerca la voce arrabbiata, ma riesce appena a sollevare la testa. Tossisce, si stringe le tempie, ritorna distendersi sul lettino.
«Non si affatichi. Vedrà, le passerà presto.»
Questa volta non risponde. Sa già che non ne vale la pena.
«Mi spiace per ciò che sta passando, ma presto si renderà conto che quello che vi abbiamo fatto era necessario…»
«Stronzate…» sussurra Lalonde con le mani sul volto. Se solo potesse riaccedere al suo interfaccia, pensa.
Il dottor Sayer riprende a parlare «…non mi sembra il caso di andare avanti, adesso. Le darò qualcosa per far calmare i dolori. Riprenderemo più tardi.»
Nei minuti susseguenti un’infermiera gli somministra degli antidolorifici per endovena. Mezz’ora dopo i dolori sono scomparsi, ma l’accesso al deck interno è sempre sbarrato.
«Fatemi uscire!» urla, sbattendo i pugni sul vetro. Valentin Sayer rientra nella stanza. Ha una sedia pieghevole. La apre e si accomoda davanti al lettino del prigioniero.
«Adesso mi ascolti bene signor Lalonde, e cerchi di prestarmi attenzione. Tra meno di un’ora sarà di nuovo sull’auto e questa volta in direzione del Grand Terminal.»
«Che cosa vuol dire tutto questo?»
«Glielo sto cercando di spiegare, signor Lalonde. Si sieda ed ascolti.»
Riacquistata un minimo di tranquillità, Lalonde prende posizione sul lettino di pelle. È aggrappato alla promessa del dottore; tra meno di un’ora tornerà tutto normale.
«Quello che sto per rivelarle le sembrerà assurdo, ma non ho nessun altro modo per convincerla se non quello di raccontarle come stanno le cose. Starà a lei crederci oppure no.»
Sayer usa una pausa per assicurarsi che il suo interlocutore lo stia seguendo. Lalonde mette su uno sguardo scettico ma pare concentrato. La storia incomincia.
«Come lei sa il Grand Terminal di Londra gestisce tutti gli impulsi dei maggiori network. Li seleziona, li smista, li traduce e li converge ai ripetitori ai quattro angoli del pianeta. Il 98% della popolazione mondiale utilizza degli implant-deck che quotidianamente vengono aggiornati con nuovi flussi di informazioni; previsioni metereologiche, notizie, annunci e aggiornamenti per la navigazione in rete. Il suo lavoro è proprio quello di monitorare il sistema utilizzato dal Grand Terminal. Le spiace se fumo?»
Valentie Sayer estrae un pacchetto di sigarette al mentolo.
«No, si figuri» risponde Lalonde, ma l’odore del tabacco aromatizzato gli mette subito la nausea.
Sayer riprende a parlare.
«Quello che non sa è che in realtà il Grand Terminal è il più grande esperimento di acquietamento mai realizzato. Ciò che trasmette regolarmente ogni giorno a milioni di persone, pochi istanti prima del loro risveglio, non è solamente una manciata di informazioni di comune utilizzo; orario, temperatura, messaggi di segreteria ecc. Come lei certamente saprà gli interfaccia interagiscono direttamente con la zona del cervello riserbata alla memoria, moltiplicando la sue capacità di storage a seconda della potenza del dispositivo in dotazione. L’impulso lanciato dal Grand Terminal ogni giorno al 98% della popolazione mondiale cancella sistematicamente la cartella “memoria” e la riempie con nuove informazioni. Come conseguenza succede che ogni individuo ha una percezione diversa della propria vita ogni singolo giorno.»
Le parole del dottor Sayer rimangono prigioniere della piccola stanza. Lalonde prova ad afferrale, a farle sue, ma queste gli scivolano via.
«Lei è pazzo!» borbotta.
«Mi faccia spiegare. Ancora qualche minuto e poi sarà libero di andarsene.» Spenge la sigaretta schiacciandola sul linoleum e apre la cartellina che ha in mano.
«Lei oggi è il signor Emmilian Lalonde, felicemente sposato con la signora Linda Lalonde, che al momento si trova sotto la doccia nella vostra suite dell’Hotel Palace. Lei crede di essere arrivato ieri sera a Londra con il treno delle diciotto, di aver fatto il check-in, di aver cenato al ristorante dell’albergo, di essere salito in camera e di aver fatto l’amore con sua moglie. In realtà ieri lei era il signor Roman Baker, che a sua volta credeva di essere in viaggio di nozze con sua moglie Penelope. Il giorno prima invece era il signor Carey Wolf, proprietario dell’Hotel Palace, arrivato nella medesima stanza nella quale vi siete svegliato stamattina insieme a Tania, una ragazza di facili costumi. Ovviamente avrà già capito che Tania, Penelope e Linda sono la stessa persona. L’impulso non riesce a cancellare completamente tutti i ricordi. Se lei prova a concentrarsi su questi nomi, Roman Baker e Carey Wolf, forse riuscirà a rammentare qualcosa…»
Lalonde chiude gli occhi, vorrebbe ridere a squarciagola e uscire da quella situazione insensata, ma qualcosa lo trattiene. Si concentra sui due nomi. È tutto così assurdo… Frammenti di una vecchia pellicola gli scorrono davanti agli occhi; un volo in elicottero, una partita a tennis, un pompino in ascensore, due strisce di coca sul tavolino dell’hotel, una bistecca con insalata…
«Che diavolo significa?» urla.
«Adesso si calmi, ho quasi finito» lo rassicura il dottor Sayer. Poi riprende a parlare.
«Stiamo monitorando l’esperimento da circa due anni e crediamo che sia venuto il momento di interromperlo. Per questo motivo lei è qua. Le daremo istruzioni per innescare il programma di disinstallazione, una volta che raggiungerà il Grand Terminal. Ma prima vorrei spiegarle i motivi di quello che stiamo facendo.»
Sayer cerca una posizione più comoda sulla sua sedia e si accende un’altra sigaretta al mentolo.
«L’inaudita escalation di violenze, guerre e calamità accadute nella prima metà di questo secolo hanno convinto alcune persone nelle stanze dei bottoni ad iniziare un piano di selezione demografica estremamente rigido. Le sue percezioni del mondo le fanno credere che siamo più o meno sette miliardi, ma non è così. La popolazione mondiale conta poco più di cinquecento milioni di persone. La selezione ovviamente ha preferito le civiltà più avanzate, e il risultato è stato ottenuto attraverso una sistematica pulizia etnica ai danni delle popolazioni più retrograde. Una volta conclusasi questa prima fase, si è operata un’equa spartizione delle risorse energetiche e delle terre. Per qualche anno il nuovo ridimensionamento geopolitico ha giovato grandemente all’umanità. Sono terminati i conflitti e si sono risolti i problemi relativi alla scarsità delle risorse primarie; gas, petrolio e acqua. Purtroppo dopo un paio di anni si sono avvertiti i primi sintomi di quella che tra noi addetti ai lavori chiamiamo semplicemente la “sindrome del senso di colpa”. La maggior parte della popolazione, malgrado il bel vivere, non riusciva a sopportare l’idea di aver partecipato, attivamente o passivamente, allo sterminio di più di sei miliardi di persone. Le prime conseguenze furono degli stati depressivi di massa che portarono al suicidio un numero impressionante di persone. Si iniziò subito un primo programma di acquietamento, cercando di rimuovere i ricordi della pulizia etnica ma purtroppo, come ha appena constatato lei di persona, non è facile cancellare completamente il supporto mnemonico del cervello. Fu così che avviammo il secondo programma di acquietamento, cioè quello in corso. I supporti di memoria della popolazione mondiale sono stati cancellati e riprogrammati più di seicento volte ormai, e crediamo che si sia finalmente persa ogni traccia di quelle terribili testimonianze. Per questo è giunto il momento che ognuno si riappropri della sua identità.»
Lalonde ascolta il suo corpo e cerca di convincersi che tutto quello che gli è appena stato detto è un’enorme frottola. Ma qualcosa dentro di lui gli sussurra che non è così.
«Prenda questo supporto e lo inserisca nel deck del Grand Terminal. Penserà a tutto lui.»
Sayer consegna nella mani tremanti di Lalonde un microchip. Poi l’uomo con gli occhiali scuri entra nella stanza, lo prende gentilmente per un braccio e lo accompagna fuori, attraverso uno stretto corridoio, e poi oltre una porta grigia di metallo. L’aria gelida del mattino spazza via la nausea delle sigarette al mentolo. C’è l’auto nera ferma in un enorme parcheggio vuoto. Lalonde viene condotto nell’abitacolo, il motore si accende e meno di cinque minuti più tardi la zona periferica industriale è già alle sue spalle.
L’incubo è finito, pensa. Questa gente è pazza!
Poi incominciano i ricordi. I grandi forni crematori, la puzza nauseabonda dei corpi bruciati, le immagini di devastazione riprese dalle televisioni, la fredda determinazione degli eserciti della coalizione, la propaganda di morte dei governi. Tutto risale in superficie, come un veleno aggrappato alle cellule del corpo, incapace di essere rimosso neanche attraverso le generazioni. La nuova maledizione dell’uomo.
«Fermate la macchina! Vi prego, fermatela, devo vomitare!» ordina Lalonde, battendo sul vetro che lo separa dai due uomini.
Un marciapiede di periferia si macchia dei resti della colazione del Palace.

«Come ha reagito il soggetto numero 543?»
«Negativo.»
«Tempo di affioramento dei ricordi?»
«Diciassette minuti e quarantacinque secondi.»
«Meglio di ieri. Molte grazie, dottor Sayer.»
«Riproviamo domani?»
«Certo.»
«Nome del soggetto?»
«Wildon Harvie.»

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2 risposte a “LA SINDROME DEL SENSO DI COLPA

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