LACRIME DI SILENZIO

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É giorno, di nuovo…
Come falene impazzite gli uomini cavalcano i loro obblighi per soddisfare i loro deviati desideri. Sogni sepolti dall’abitudine e della noia, uomini che scansano il loro riflesso per la propria insicurezza.
Mi alzo stanco… Il letto matrimoniale abbracciato da lenzuoli blu notte di raso, il mio corpo nudo si struscia ancora su quella pelle artificiale e liscia prima di alzarsi ed ammirarsi nella sala satura di specchi rotti… Mi osservo nel mio riflesso; perso in quel limbo di immacolata bellezza scopro più volte la mia stupenda Natura… Nascosti dietro capelli neri e lisci i miei occhi sono ambra misteriosa. Io, Uomo, porto dentro l’essenza delle passioni del mio Sogno, come un essere magnifico incastonato nella resina antica.
Mi crogiolo dentro il mio risveglio. La vista è rincuorante in questi giorni di passione e dolore…
Per un attimo la mente è distolta dalla mia presenza, scossa dal suono fragoroso di un nome, mia sorella…
“Maya” Perché non riesco a vederla, non sento i suoi sogni? Perché sembra aver dimenticato la sua bellezza?
Mi rimetto a dormire… Lo specchio sopra il letto è incrostato ed antico, la mia immagine è sporca d’ossidazioni e di crepe… Il mio incubo. Quanto poco basta all’occhio di un uomo per essere ingannato…
“Maya”… Di nuovo avverto il suo nome, portato dai sogni di chi non può sognare… un grido, un lamento sommesso di voci senza suono di chi non vuole sognare.
“Maya, lei non sta sognando, impazzirà!”
Mi alzo di scatto, il mio corpo è un lampo di adrenalina e sudore… Stavo ancora dormendo? Stavo ancora sognando?
…”MAYA”…..
Ed il dolore s’impadronisce del mio cuore…
“…Non….sta …Sognando….”
La mia bocca è pesante, non riesco a parlare, visioni terribili, un Uomo senza Sogno, un Mondo senza Sogni.
“Ecco…. perché non sente la nostra voce…ecco perché non ti ode, Sogno….”
Tremo. Nei nodi dei sogni scelgo i più terribili, viaggio come un treno su rotaie d’etere… La cerco… senza vederla, Urlo il suo nome, ma solo l’Eco della mia voce mi risponde piangendo.
“Devo andare da lei… devo impedirlo! Non può finire così! Non può morire per questo!”
Non posso uscire nudo, anche se mi piacerebbe, devo vestirmi, devo andare da lei, povera Maya, donna senza Sogni.
La camicia di ciniglia rossa mi stringe dolce e morbida, accarezzando il mio petto, due gocce di profumo, “Eternity” di Calvin Kleine, piangono per me le lacrime che non voglio mostrare. Nere piume di Corvo baciano il mio collo, mentre fascio le gambe con strisce di seta di tenebra. L’Ombretto inarca i miei occhi, incorniciati da eye-liner e da ciglia affilate. Ho rifinito i pennelli, uso le dita per stendere il viola rossetto…
Un timido bacio, a quel Dio nello specchio, poi le stringhe strozzano gli anfibi borchiati.
….”Maya”….
La città è uno schifo oggi, sudicia e sporca come una pattumiera di metallo. Il cemento stride sotto i miei passi veloci, corro in una città di esseri stanchi. Corro veloce in un mondo al rilento, fatto di piccoli passi, di lentezza e degrado. La stazione è immobile, come gli altri del resto. Un’occhiata al tabellone, il treno è in partenza, più veloce di me, stride chiudendo le bocche di acciaio.
“Lo perderò….non riuscirò a raggiungerla! NOOO!”
Ma io sono l’Eco della mia immagine… urlo il suo nome, vedo il suono partire, corro slittando tra le sue onde concentriche, tra mille riverberi e scansando i ritorni. Narcisi viola s’inseguono uguali, una linea retta del mio nome scagliato. Protetto dal velo del Sogno, inseguo il mio suono che sbatte sul treno,
come tasselli di un domino le mie immagini svaniscono in un lampo, lasciandone una seduta nel treno che corre impazzito. Eco piange, per il suo amore negato…….
“Maya”….
“Sto arrivando”…

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Finalmente mattina, una brutta mattina. Un sapore amaro in bocca e la schiena a pezzi, unica nota buona, non ho fatto sogni, i sonniferi hanno dato l’effetto voluto. Un senso di disagio e realizzo: “Ci mancava anche il ciclo, dovrò passare in farmacia.”
Strano, in anticipo. Una stonatura, una vibrazione della pelle all’altezza della nuca. Qualcuno mi pensa. Mi viene da sorridere d’istinto, penso a Merlino che appena sveglio chiede a mia madre di me. Il sorriso mi muore sulle labbra, un sognante, più probabile. Maglia nera e gonna nera, sono già in lutto evidentemente. Il portiere dell’albergo in cui mi sono trasferita saluta
“Buon giorno signora Crocetti, esce?”.
Esco? Perché, dove devo andare? Mi sono vestita e preparata ad uscire automaticamente, dove devo andare? Mi faccio chiamare un taxi, in ogni caso.
“Alla stazione”
Perché? Ma che mi succede stamattina, dove vado?
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Sono in un ventre di un bruco di metallo… Come Crisantemi vedo dondolare in un prato di morte ogni uomo dentro questo treno. Nessuno di loro ha più Sogni, aspirazioni, rispetto di se. Sono piante mangiate dai piccoli vermi colorati del divertimento, del lavoro, della noia… Sono foglie appassite dal grasso in eccesso, da pelle rugosa, da unghie smaltate… Radici bruciate da troppa invidia e repressione, una religione opprimente, desideri soppressi. Ed in mezzo a loro luminoso come un alba, un Narciso li osserva schifato… Vedo i loro occhi invidiosi ammirare ed odiare la mia camicia da feste trans, le mie nudità fasciate e coperte da strisce di seta. Non m’importa cosa stanno pensando, sono schiavi e non se ne sono accorti. Mi volto e l’ipnotizzante scorrere del treno che saltella sulle rotaie mi rapisce; il finestrino mi mostra un paesaggio che corre impazzito, mentre io sono fermo dentro i miei occhi. Tutto là fuori corre veloce, schizza frenetico e si nasconde al mio sguardo.
“Devi vedere così Maya… senza pace, senza tranquillità. Un mondo impazzito che ti sta inglobando” Sento il treno mordere il ferro con le sue zanne da bruco, ci stiamo fermando. Sono arrivato. Subito gli ignari si apprestano a correre, stanchi e depressi, in quel mondo che ho visto dal finestrino… Ed è un balletto di valige, cappelli, giubbotti, sudore con una musica senza canto e melodia di rumori.
“Dove sei Maya?”
Non la vedo, non riesco a vederla in questa serra di piante secche. Dovrei riconoscerla, dovrei sentire il suo suono di rabbia, ma non riesco a vederla…Mi siedo stremato su di una panchina, sono accanto ad un barbone che non mi chiede neanche l’elemosina. Dietro la folta barba la sua bocca rumina un panino indecente, un cappello ammaccato, degli stracci per coperta… La decadenza. Diventerà anche il Pathos come lui, diventeremo anche noi così? Costretti a cibarsi di emozioni sempre più unte e artificiali…
Noi, Note cadremo in rovina come questo relitto?!
Piango, non posso impedirlo; il trucco si scioglie deturpandomi il volto in uno sguardo depresso… Stiamo sprecando il nostro nutrimento. Stiamo gettando al vento la nostra vera ed unica ricchezza.
…Ed io ne sarò testimone impotente…
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Urla di rabbia che m’investono come tornadi sabbiosi, una tormenta di odio e di paura finissima e tagliente. Maya sta sfogando la sua ira contro un barbone. La percepisco fortissima, la sua rabbia non è per me, ma è come solida, pesante, le sue parole sono usate come un arma… Potenti ed unite in un intreccio spaventoso, Furia e Paura frustano con le loro mille lingue di fuoco il povero uomo. Mi stupisco che non siano percepite dagli altri ignari in questa bolgia di banalità. Tutta la sua rabbia, tutto il suo furore esploso nella mente di un derelitto, di un ignaro, mi sconvolge come egli rimanga fermo, non impazzisca di dolore… Mi alzo di scatto, un ultima occhiata all’uomo che siede accanto a me, ha finito il misero panino, si volta e mi chiede subito di dargli qualcosa… Negli occhi l’eterna fame, l’eterna sconfitta. [Esistono coppe che non hanno fondo…Esistono coppe che non si colmano mai] Discordia di Destino, anche la fame è una di queste? Sono così simili Fame e Rabbia?
Mi scuoto, non devo perderla, mi muovo veloce scansando valige, gomiti, carrelli cigolanti e comitive di giapponesi… La vedo inveire isterica, convulsioni folli di raro furore. Lontana… piccola e unica. Allungo il passo, la stazione è un fiume di carne, non riesco a risalirlo. Il mio respiro è sempre più affannato, un altro treno si è appena fermato e una nuova inondazione di acqua sporca m’investe, la sto perdendo, non riesco a raggiungerla! La vedo voltarsi, di scatto mentre tenta di allontanarsi, ma barcolla e si poggia ad un muro, stremata, stordita indebolita… Pochi istanti, mi sto avvicinando, le gambe non la tengono, ma si raddrizza di nuovo. Rinvigorita da nuova Rabbia, la sento esplodere velenosa, ma non ha nessuno contro cui sfogarla.Sono vicino, la sto per raggiungere, lei si piega e raccoglie qualcosa da terra, troppo caos, non riesco a vedere cosa, ma subito lo schiaccia con violenza sotto il tacco.
Un altro sfogo, rabbia pura. Sembra sentirsi di nuovo male, porta la mano alla fronte poi la ritira allarmata e sconvolta, negli occhi la paura intrisa delle domande non risolte, un fazzoletto che si colora di un rosso inconfondibile, sta sudando sangue. La vedo. È davanti a me, pochi passi, il mio volto deturpato dalla sofferenza. Respiro affannato, un soffio di dolore dietro il collo, potente, sensazioni discordanti, come nugoli di freddo sfuggente e valanghe di bollente magma.
[DEIFOBE]
No.
.
.
Non è possibile.
.
.
No.
[DEIFOBE]
Il duello è stato violato. Il Limite è stato infranto. Padrino di un Ordalia che mai sarà consacrata. Mille schegge di vetro mi feriscono il costato, il velo squarciato dalla morte. Vacillo sotto il peso del dolore, adesso siamo noi due barboni ubriachi. Premo sulle orbite con le dita per non vedere, per non vedere quel sangue che le deturpa il volto… Le unghie smaltate blu notte lacerano insensibili le mie palpebre, piccoli rivoli di porpora disegnano una coda di serpente sotto i miei occhi. E nel buio il passato ritorna prepotente:
[Non serve più adesso… Non serve… Andranno avanti… in ogni modo… Ed i miei occhi piangeranno sangue mentre dovrò non vedere il loro…]
[Di sangue ne vedrai ben poco… le signore dell’Enigma e della Discordia si affronteranno in un modo più sottile e sicuramente più tremendo…]
Paolo Lucchesi.
Io avevo visto. Avevo già visto questo sangue… Perché nessuno lo ha impedito! Ho pregato che questo non accadesse, ma NESSUNO ha compreso le mie parole. PERCHÈ!
Guardo Maya negli occhi deturpati, il suo volto è una maschera rossa, suda piccole gemme di sangue pesante.
“PERCHÈ?” L’unica parola che da tempo urlavo. L’unica domanda che la mia voce bagnata dalle lacrime riesce a pronunciare…
Cado in ginocchio, stremato, Deifobe è morta. Il duello è terminato con una doppia sconfitta. Piango ed aspetto… In ginocchio maledico questa morte, mentre Maya stremata mi osserva, la rabbia è ancora forte dentro di lei.
Piango ed aspetto… Donna senza Sogni, un altro incubo è stato partorito nel Mondo. Lacrime di dolore e rabbia, di sangue e sudore. Narciso mi guarda, piange, in questo momento lo odio, odio tutto il Pathos, Deifobe è morta, me l’hanno sottratta. Non potrò far esplodere la rabbia e l’amarezza e l’odio e il furore. Non sopporterò la pressione che fanno nella mia testa, le mani a trattenerla, come se questa dovesse scoppiare. Guardo Narciso ormai inutile, padrino defraudato. Deifobe è morta, mia sorella è morta, sono monca, sono incompleta, ho perso l’integrità. Bianca, ho perso ogni colore, bianca, ho perso ogni pensiero. Guardo Narciso, mi pulisco il viso dal sangue e lo lascio là, a guardarmi. Mi allontano tra la folla che si scansa, sorpresa. Solo…
In mezzo ad un nugolo di figure fumose come sbuffi di un treno, eterei esseri stuprati della loro bellezza, mille sagome di vapore sbiadite… Stremato, il naso si stringe tra le lacrime soppresse, un peso nella gola, zampilli salati che distruggono i miei occhi di perla. Non riesco a parlare mentre la vedo allontanarsi, non si è sfogata con me, non mi ha attaccato con la sua rabbia di fuoco… Ho apprezzato il suo gesto in questi istanti dolorosi.Vorrei dire una frase per consolarla, ma so che non ce ne sono.
Esiste solo il silenzio. La gabbia di Eco, la sua maledizione, la mia punizione. Strazianti lacrime di silenzio…

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