ELIA – Capitolo Due: I Nuovi Colori dei Venusiani

Venere

…segue dal primo capitolo…

Attraversare la densa atmosfera di Venere era come immergersi in una coppa gigantesca di panna montata. Elia doveva fare affidamento al radar di Priscilla, perché la visuale dall’oblò dell’astronave era pressoché nulla. Lei incominciava a lamentarsi, ma lui la lasciava parlare.
«Vuoi vedere che ci perdiamo… Io te lo dicevo che dovevamo saltare Venere e andare direttamente verso Marte. E poi senti che caldo che fa! Chissà come sarà Mercurio…»
Poi finalmente uscirono dalle dense nuvole del pianeta e si avviarono verso nord, dove si trovava l’altopiano di Ishtar. Laggiù si diceva che abitasse una grande comunità di Venusiani, un popolo ambiguo e riservato. Elia aveva letto diverse storie sui Venusiani, sulle loro case a forma di imbuto, sulla loro pelle violacea e i capelli neri e ritti come gli aculei dei porcospini. Era impaziente di conoscerli e magari di farci amicizia.
La superficie del pianeta, che scorreva a diversi metri sotto l’astronave, incominciò a salire. Erano arrivati all’altopiano, il più piccolo di Venere. Infatti ve n’era un altro a sud, molto più grande, e si chiamava Afrodite, come la dea greca. Appena avvistò le prime case venusiane ordinò a Priscilla di prepararsi all’atterraggio.
«Vuoi dire, all’avveneraggio?» ribatté il computer spiritoso.
«Smettila Pri!» disse lui. Poi iniziarono la discesa.
Mentre l’astronave toccava il suolo, da una serie di curiose costruzioni a forma di imbuto uscirono fuori alcune strane creature, alte come bambini, ma sottili come fili d’erba. Elia poté vederli solo attraverso gli ainocchiali, che portava sotto il casco spaziale. Gli ainocchiali, così come la macchina ainografica, rivelavano la vita in tutte le sue forme. Si deve sapere infatti che non tutti gli esseri viventi sono fatti di carne e ossa come gli uomini e gli animali della Terra. Esistono creature invisibili all’occhio umano, apparentemente inesistenti, che si muovono su altri livelli. Per poterli osservare gli uomini hanno inventato le ainolenti.
I Venusiani erano proprio come li avevano descritti i primi esploratori spaziali. Avevano l’aria buffa, la pelle porporina e degli stranissimi capelli ritti che sembravano pettinati con quintali di gelatina. Un gruppo di una ventina di elementi si era avvicinato all’astronave. Le creature si tenevano a debita distanza, un po’ intimorite dall’inaspettata visita.
«Dovrai farmi da interprete, Priscilla» disse Elia alla sua compagna di viaggio.
«Va bene. Ho il programma aggiornato con tutte le lingue del sistema solare più i dialetti.»
Elia uscì dalla cabina di pilotaggio e fece un passo sul suolo di Venere. I Venusiani non avevano bisogno di ainolenti per poterlo vedere. Questa era una cosa che aveva sempre affascinato il ragazzo. Chissà perché infatti, tutte le creature del sistema solare riuscivano a occhio nudo a vedere i terrestri, ma i terrestri invece non erano in grado di vedere gli altri. Suo padre pensava che gli uomini erano in realtà creature molto meno evolute delle altre. Guai però a dire una cosa del genere a scuola. La maestra sarebbe andata su tutte le furie, e così Elia aveva promesso al babbo che non  l’avrebbe detta a nessuno.
Un Venusiano si distaccò dal gruppo avvicinandosi a Elia. Fece un inchino e iniziò a parlare in una lingua poco udibile che aveva tante note alte inframmezzate da alcune buffe pernacchie. Priscilla registrò le parole dal microfono della tuta di Elia e le rispedì tradotte all’altoparlante dentro il casco.
«Benvenuto terrestre! Siamo molto lieti di poterti accogliere nella nostra modesta comunità. Potremo offrirti una merenda a base di gas rosso e onde gialle, ma sappiamo che voi umani preferite un altro tipo di cibo.»
«Siete molto gentili. Io mi chiamo Elia e quella è Priscilla, la mia astronave. Ero tanto curioso di incontrarvi… Ho letto molto su di voi, ma le cose dal vivo sono sempre più speciali di come le si immagina.»
Priscilla tradusse per i Venusiani e questi, dopo avere ascoltato le parole di Elia, risposero con un inchino collettivo.
«Carissimo Elia, non possiamo offrirti la merenda, ma ci farebbe molto piacere invitarti a visitare le nostre imbutazioni. Abbiamo dei giochi divertenti e delle nuove luci.»
«Nuove luci? Che significa?» domandò il piccolo Elia.
«Recentemente abbiamo scoperto un nuovo modo di illuminare le cose, e questo ci ha rivelato moltissimi colori a noi sconosciuti. È incredibile come l’universo possa riserbarci sempre delle sorprese…»
«Oh, sarei felicissimo di ammirare questi nuovi colori…»
E così Elia segui il Venusiano che aveva parlato, il cui nome sarebbe praticamente impossibile trascrivere e che quindi chiameremo Roberto, per semplificare la storia. Roberto e altri due Venusiani fecero strada verso una delle numerose imbutazioni che spuntavano dalla terra grigia del pianeta. L’entrata si apriva nella parte più stretta della costruzione e immetteva in una specie di ascensore, che saliva verso la zona più larga.
La casa era formata da una grande stanza circolare, arredata con una strana mobilia che Elia non riusciva a identificare. Vi erano cubi, sfere, cilindri, coni, parallelepipedi, alcuni gialli, alcuni rossi, altri blu. Appeso al soffitto vi era un globo lucente e scuro come la notte.
«La vedi quella?» domandò Roberto il Venusiano.
«La palla nera…» annuì Elia.
«Esattamente. Adesso l’accendiamo…»
Uno dei Venusiani attraversò la stanza per andare ad accendere l’interruttore che azionava lo strano marchingegno. Il globo incominciò a girare, all’inizio piano piano, e poi sempre più forte. Da nero divenne bianco e splendente, e malgrado girasse così vorticosamente, non emetteva alcun rumore.
«Guarda!» disse Roberto, indicando un cubo giallo che stava nel mezzo della stanza.
Elia in principio non vide niente. Il cubo rimaneva giallo, anche attraverso gli ainocchiali. Poi qualche cosa si mosse. Era la superficie del cubo oppure erano i pigmenti gialli? Che scherzo gli stavano facendo i suoi occhi?
Il cubo divenne una sfera e poi un cono. Da giallo divenne verde e a pallini rossi. Si allargò e si ristrinse. Piroettò su stesso e fece un salto. Il cubo sembrava vivo. Nel frattempo anche gli altri oggetti disseminati per la stanza avevano incominciato ad animarsi. Si erano messi a ballare tutti insieme.
«Puoi spengere adesso» disse Roberto al suo compagno. La palla nera rallentò la sua corsa e il cubo e gli altri oggetti tornarono come prima.
«Che ne pensi, terrestre?»
«Meraviglioso!»
«Sai che cosa significa?»
«No, cosa?»
«Significa che niente è come sembra e tutto è come é.»
Elia non capì quelle parole, ma si ripromise di chiedere spiegazioni al babbo, una volta tornato sulla Terra. Nel frattempo lui e i Venusiani erano usciti dall’imbutazione e si erano incamminati per le vie del villaggio. Nella piazza centrale c’era un enorme cratere in cui venivano organizzati dei giochi. Molti Venusiani erano già lì, pronti a iniziare le gare. Vi era il gioco del salto in diagonale, il lancio della meteorite, la corsa attorno al cratere, e altre divertentissime competizioni. La cosa che colpì maggiormente il piccolo Elia fu il fatto che alla fine di queste gare non era il vincitore ad essere premiato. Il premio veniva sempre estratto a sorte, e quindi tutti potevano vincere, anche quelli che erano arrivati ultimi.
Elia partecipò al lancio della meteorite, e fece del suo meglio, ma due Venusiani furono più bravi. Ciononostante il premio andò a lui, perché era stato estratto quale vincitore della gara. Si trattava di uno strano oggetto cilindrico di colore azzurro, grande poco più di un palmo e sottile come una matita.
«A cosa serve?» domandò Elia al Venusiano che glielo aveva consegnato.
«È un cilindrino. Non so a cosa possa servire, però è carino, non trovi?»
«Niente è come sembra e tutto è come é…»
«Proprio così!»
Si era fatto tardi, anche se sulla Terra non erano passati più di dieci minuti dalla sua partenza. Ma doveva rimettersi in viaggio se voleva visitare tutti i pianeti e tornare in tempo per la cena. Disse a Roberto che doveva andare via e il Venusiano, accompagnandolo all’astronave, si mostrò un po’ dispiaciuto.
«È proprio un peccato che te ne debba andare via così presto. Volevo mostrarti tante altre cose. Promettimi che tornerai a trovarci.»
«Sicuramente. Siete così gentili…»
«Davvero? Allora siamo amici!»
Elia guardò la buffa faccia del Venusiano, con quei capelli ritti in testa, e sorrise felice.
«Oh, certo. Niente mi farebbe più immensamente piacere che di diventare vostro amico.»
Prima di ripartire scattò alcune ainografie con la sua macchina. Le avrebbe appese sopra il letto in camera sua. Ritrasse Roberto e gli altri amici Venusiani, e poi con l’autoscatto ne fece una tutti insieme. Infine Elia salì sull’astronave e salutò tutti quanti attraverso l’oblò. Sarebbe sicuramente tornato a trovarli, avrebbe partecipato ad altri giochi ed esplorato più a fondo il pianeta.
«Sei pronta Priscilla a partire?»
«Tutto pronto per il salto-luce.»
«Allora… andiamo!»
Il cactus nano ancorato accanto all’indicatore gravitazionale si piegò pericolosamente all’indietro, ma il salto durò solo il tempo di un battito di ciglia, e quando fu finito riprese la sua posizione. Adesso l’astronave volava nei pressi di un piccolo pianeta fatto di roccia scura. Dietro di questo splendeva un sole immenso.
Il pianeta si chiamava Mercurio.

Tratto dal libro:

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