EREDITÁ SEGRETA

Ereditá segreta

Tullia si lasciò cadere dallo scivolo, col sole in faccia che le rubava il sorriso. Atterrò sulla sabbia e si rialzò in piedi di scatto, perché la sua amica Chiara stava venendo giù. Ebbe una breve sensazione di vertigine e avvertì qualcosa di caldo e bagnato. Il primo pensiero, il più imbarazzante, fu che si era fatta la pipì addosso. Ma c’era qualcosa di strano…
Allungò le dita sotto la gonnellina di fiori, sfiorando una patina umida che ricopriva le mutandine. Quando si guardò i polpastrelli trattenne un urlo e scappò via. Le amiche erano troppo sorprese per correrle dietro.
Sua madre l’aveva avvertita che sarebbe successo. Ormai aveva dodici anni compiuti, e le ragazze a quell’età diventavano donne, o almeno così si diceva dalle sue parti. A Chiara ad esempio erano venute un mese prima, ed era stata una mezza tragedia. A scuola si era data per malata, e ai giardini non si era vista per una settimana. Quando Tullia la rivide sembrava davvero cambiata. Che strano che era il corpo delle ragazze, aveva pensato.
E adesso succedeva a lei. Doveva tornare subito a casa, ma non dire niente al papà e alla mamma, perché quella situazione era davvero imbarazzante. Glielo avrebbe detto con calma, magari a cena, o meglio domani.
Entrò in casa dalla porta sul retro, quella che dava sul giardino, salutò veloce la madre che era impegnata col piccolo Luca, salì le scale tre alla volta e si infilò nel bagno. La doccia avrebbe gettato troppi sospetti sul suo rientro inaspettato, così optò per il bidè. Si sfilò le mutandine e le gettò lontano, poi si sedette sopra l’acqua e incominciò a pulirsi. Voleva vedere meno sangue possibile, non perché le facesse impressione, figuriamoci, ma perché la faceva sentire sporca.
La sua testa lavorava a cento all’ora. Doveva trovare quei pannolini che usava la mamma, afferrarne uno al volo e poi schizzare veloce in camera da letto per cambiarsi. Suo padre era a lavoro e non sarebbe tornato fino alla ora di cena. La madre la chiamò un paio di volte da basso, ma lei era stata veloce a risponderle con naturalezza che doveva urgentemente usare il bagno, il che non era proprio una bugia.
Il problema più grosso erano le mutandine, che senza neanche degnare loro di un’occhiata aveva scaraventato oltre il bordo della vasca da bagno. Giacevano laggiù, piene di sangue, ad imbrattare la ceramica tirata a lucido dalla madre. Le avrebbe sciacquate velocemente nella vasca e poi nascoste da qualche parte.
Si riscosse da quei pensieri. Quanti minuti erano passati, uno, dieci, cento? L’acqua del bidè continuava a lambirle le parti intime. Poteva bastare, pensò, e chiuse il rubinetto. Si asciugò con della carta igienica per non lasciare tracce e finalmente si alzò in piedi. Adesso le mutandine, pensò…
Si avvicinò alla vasca da bagno, gettò lo sguardo oltre il bordo, e vide esattamente quello che si era aspettata, ma non proprio…
“Che caspita significa?” sussurrò la ragazza appena fatta donna.
Non era la prima volta che vedeva il sangue, però quello era diverso. Glielo aveva accennato la mamma, e Chiara le aveva detto infatti era molto più scuro, quasi marrone. Ma ciò che vedeva nella vasca era ben altro.
Quando poco prima si era guardata le mani non ci aveva fatto caso. Il sole abbagliante le aveva giocato uno scherzo, o forse era stata la sua testa, fatto sta che aveva dato per scontato che fosse rosso. Invece…

A Tullia non erano mai piaciuti i broccoletti. La mamma ci faceva la pasta perché suo padre ci andava matto, ma lei la preferiva col burro e formaggio. A tavola gli adulti parlavano dell’assicurazione dell’auto, delle ferie in agosto e della lavatrice che perdeva acqua. Luca afferrava le penne con le mani e se le metteva in bocca, sorridendo con i suoi sei dentini. Aveva le guance così imburrate che riflettevano il neon sopra la tavola. Lei invece spostava con precisione la pasta rimastale nel piatto, formando piccole figure geometriche, un triangolo, un quadrato, un pentagono…
«Che c’è Tullia, non hai fame?» domandò suo padre. Era un uomo molto gentile, e a volte lei riusciva a perdersi nei suoi occhi, ma che ne poteva sapere lui delle ragazze di dodici anni e dei loro problemi.
«No…» rispose lei svogliatamente.
«C’è qualcosa che non va?» incalzò sua madre. Perché dovrebbe esserci sempre qualcosa che non va se non si ha appetito, pensò. Era sul punto di dare voce a quel pensiero quando si fermò e abbassò la testa.
In quel momento successe qualcosa di veramente strano. Fu come se un’ombra, non proprio cattiva ma in qualche modo aliena, fosse calata sulla tavola. Persino Luca se ne accorse perché smise di sorridere e lasciò andare la penna che aveva in mano.
Tullia alzò lo sguardo e vide i suoi che si guardavano intensamente negli occhi. I loro volti sembravano cambiati, il silenzio stava diventando ancora più imbarazzante del segreto di Tullia, per questo la ragazza decise di romperlo.
«Che succede?»
Allora la madre la guardò. «Ti sono venute?»
La ragazza diventò rossa come un peperone. «Ma mamma…» mormorò lei, facendo un cenno con la testa in direzione del padre, per lasciarle intendere che quelle erano cose di cui non si poteva parlare in presenza di uomini. E poi la questione era un po’ più complicata di così…
«Di che colore…» la domanda del padre, inaspettata e incompiuta, la fece voltare di scatto.
«Cosa?»
«Amore, non preoccuparti, rispondi a tuo padre» la rassicurò la madre.
Un parte di lei voleva sputare fuori quell’assurdo segreto, abbracciare il padre, chiarire quella stupita situazione, ma un secondo prima di riuscire a liberarsi di quel peso, fu colta da un pianto isterico, irrazionale e diluviante. Lasciò la tavola e corse al piano di sopra, sbattendo violentemente la porta della sua stanza. Poi affondò il volto nel suo cuscino.

«Lasciatemi in pace…»
Si era aspettata che sarebbero venuti a bussare alla porta, ma ce ne avevano messo di tempo. Lei si era quasi addormentata, e forse sarebbe stato meglio così, pensò.
«Vuoi parlarne domani?» Era la voce di suo padre. Perché lui? Che cosa c’entrava lui? Quelle erano cose che normalmente si discutevano insieme alle madri… Ma quella non era una situazione normale, e lei lo sapeva bene. E poi quell’ombra caduta sulla tavola, pochi minuti prima, che significava?
«No, entra…» riuscì a rispondere, ma rimase aggrappata al cuscino. Se suo padre voleva davvero parlarle, allora lo avrebbe fatto con la sua schiena.
Lo sentì chiudere la porta e accomodarsi sul bordo del letto. Ascoltò il suo respiro e avvertì l’odore pungente del dopobarba, anche se a fine giornata ne rimaneva ben poco ed era mescolato al suo odore. C’era qualcosa nell’odore di suo padre che la faceva sentire strana, più vicina a lui ma in modo diverso. Era innegabile il fatto che si somigliassero molto, lo dicevano tutti.
«Se hai delle domande sono qui…» disse lui. E che cavolo significava, pensò Tullia. Certo che aveva delle domande, mille domande, ma lui non era certo la persona alla quale voleva porle. Oppure…
«Siamo diversi, non è vero?» riuscì a dire, senza neanche sapere bene perché.
«Tutti siamo diversi, amore…» rispose lui.
Al diavolo la difensiva. Al diavolo l’imbarazzo. Tullia si alzò mettendosi a sedere sul letto di fronte a suo padre. Aveva gli occhi bagnati di lacrime e i capelli arruffati.
«Sanguino oro! Che cavolo significa papà?»
Lui le prese le mani tra le sue e le disse: «Guardami!»
Tullia guardò negli occhi di suo padre, occhi castani e profondi, e li vide cambiare, diventare verdi accesi, come due pietre preziose in controluce. Il respiro le si bloccò nel petto. Provò a parlare ma non riuscì ad emettere alcun suono. Seguì invece la luce di quegl’occhi, che la invitavano a guardare più da vicino, a sprofondare in quell’abisso smeraldino. Avvertì il cambiamento, ma lo riconobbe solamente nel momento in cui intravide la sua immagine riflessa negli occhi del padre. Anche gli occhi della ragazza erano cambiati.
«Riesci a sentirlo?» domandò lui, stringendole più forte le mani.
Era il cuore di fuoco, fulgido e dirompente, pulsava nel suo petto pompando sangue e lava.
«Padre, chi siamo?»
«Lo devi scoprire da sola…. Seguimi…»
E Tullia seguì il padre dentro l’abisso. Vide cieli striati di nuvole e tramonti su paesaggi stranieri, picchi innevati e valli incontaminate, un giro di giostra nel cielo azzurro, a cavallo di un’aquila reale oppure di un pegaso, come nelle favole… Giravolte, virate e picchiate, col vento tra i capelli e il profumo dei sempreverdi nelle narici.
«Chi siamo…?» sussurrò ancora. Ma aveva già risposto a quella domanda. Doveva solo convincersi.
Continuò a volare insieme al padre, perché era davvero bellissimo e non avrebbe mai voluto smettere. Tullia volò, riscoprendo le sue radici, accettando il suo destino, abbracciando l’ignoto.
Sono un drago, pensò. È incredibile, ma è davvero così…

«E mamma?» domandò Tullia, una volta rientrata nel suo corpo.
«Mamma è umana…» rispose il padre.
«E Luca?»
«Ancora non è possibile saperlo. L’eredità si riconosce col passaggio all’età adulta.»
«Capisco…»
Adesso il padre aveva assunto un’espressione distaccata, quasi preoccupata.
«C’è dell’altro, vero?» intuì la ragazza.
«C’è sempre dell’altro…» rispose il padre sforzandosi di sorridere. «Però per adesso può bastare. Sappi solo una cosa; c’è una guerra in corso tra noi draghi di smeraldo e quelli di rubino. Sono ormai millenni che va avanti. Molti di noi si sono persino dimenticati le ragioni che ci spingono ancora a combatterci. Un giorno te ne parlerò…»
«Ok papà…»
I due si abbracciarono, uniti da un segreto troppo grande per il mondo di tutti i giorni; lavoro, scuola, assicurazioni e lavatrici difettose.
«Promettimi solo una cosa.»
«Cosa?»
«Se dovessi incontrare un rubino… scappa!»

Aeribella Lastelle per La Giostra di Dante

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