AVREBBE FATTO MEGLIO A NON VOLTARSI

Il team di Mondore@le ha appena pubblicato il n.35 della sua fanzine/e-nzine nel quale compare questo racconto scritto col metodo “Passami la Storia”, uno dei progetti di Willoworld. Non vi so descrivere quanto mi abbia fatto piacere che qualcuno abbia attinto alle mie idee. Un grazie particolare a Paola Bernasconi!
Il racconto è venuto molto bene, con un interessante risvolto nel finale. Buona lettura!

Avrebbe fatto meglio... copy

Avrebbe fatto meglio a non voltarsi; per non rimpiangere quello che stava per lasciare; per non vedere quanto male avrebbe fatto; per dimenticare per sempre lo sguardo impassibile di chi l’aveva accusata. Ma la sua mente era troppo fragile in quel momento, e la sua paura più grande di qualsiasi responsabilità: fuggiva per quell’istinto di sopravvivenza che ci avvicina così tanto agli animali, da far sembrare un delitto un semplice evento nel corso inarrestabile della natura, eppure nella sua testa una frase batteva come un martello: “non è possibile”.  Aveva meditato molto prima di decidere, aveva valutato tutto, la sofferenza delle persone care, i commenti alla sua decisione, ma se voleva riprendere a vivere doveva farlo, era la sua vita. Ora doveva farsi forza, andare avanti a testa alta e affrontare il mondo. Con la sua vita tra le mani, poteva finalmente riprendere a vivere e portare avanti tutto quello a cui era stata costretta a rinunciare, gli studi, il lavoro, l’indipendenza. Uscì dai bagni ostentando una naturale disinvoltura. Ma la paura non si occulta. Ruggisce. Morde. Ti apre in due come un portone sull’inferno. Un rivolo di sudore le inumidì le sopracciglia quando si sentì chiamare. “Serena!”. Voltò di scatto il capo. “Professoressa Gnani…” la voce le tremò. “Non stai bene?”. “Ho…ho appena rimesso…forse il pranzo…”. “Allora ti tirerà su sapere che hai superato l’esame” sorrise. “30!”. 30 a criminologia.

Comunicato proprio in quel momento. Che beffa per Irene. Essere uccisa nei bagni dell’università non era bastato. Proprio uno strano scherzo del destino. Le mani le tremavano ancora, era terrorizzata. Aveva paura di se stessa, di quello che era, di quello che era diventata, di quell’insana cattiveria che non credeva di avere e che invece aveva preso il sopravvento senza chiedere il permesso. Era bastato un attimo e in quell’istante tutto era cambiato. Il bene e il male, la ragione e l’istinto, mille pensieri nella testa, ricordi e parole slegati, senza senso. Un’unica certezza: nessuno l’avrebbe mai scoperta, ma doveva ritrovare la calma. A quel punto però, un rumore fragoroso squassò di botto i loro istanti. La terra prese a tremare di un assordante rimbombo che in pochi attimi fece vacillare quei palazzi che poco prima sembravano tanto solidi. Mentre sassi e calcinacci venivano giù, e crepe immense si aprivano sui muri, grida terrorizzate si spandevano tutt’intorno: “Presto scappiamo!”, “Tutti fuori, nell’atrio!”, “Il terremoto, oddio, il terremoto!”. L’inquietudine di Serena iniziò ad avere un senso, quel terremoto le stava dando la possibilità di ripulire ogni traccia, di fuggire da tutto quello che aveva commesso e di scappare forse anche da se stessa. Iniziò a correre accennando cinicamente un lieve sorriso, si mischiò tra gli studenti impazziti, una trave le colpì il braccio, cadde tra i corpi senza vita. Per un secondo odorò la morte, quella morte che qualche istante prima aveva reso lei protagonista indiscussa! Ad un certo punto si sentì violentemente sollevare da terra, era Giampaolo il suo migliore amico. Una volta fuori da quell’inferno Serena alzò la testa e vide quel cielo grigio; iniziò a piangere, guardò poi negli occhi Giampaolo: “Irene Giampaolo, Irene tua sorella dov’è?”. L’orrore del cimitero di case intorno a loro, le urla disperate di gente sola, il terrore negli occhi di Giampaolo, nulla di tutto questo l’aveva fatta vacillare: non un attimo di indecisione nelle sue lacrime, non un velo di angoscia nel suo sguardo, non un tremolio della voce che potesse far trapelare il suo segreto; ciò che le fermò il cuore fu invece la freddezza con cui aveva pronunciato quel nome…e si ricordò di tutte le volte in cui, teneramente, si era trovata a parlare con Irene, anche se lui non era d’accordo, anche se lui non era mai stato d’accordo! Ma avrebbe fatto meglio a non voltarsi e invece proprio in quell’istante si voltò e lo vide. Luca, amore e castigo di Irene; Luca, ossessione per lei. Avevano discusso a lungo in bagno: Irene non aveva voluto capire, non aveva voluto capire quanto Luca fosse importante per lei. Non aveva potuto frenare la sua mano; né il suo cuore. Un colpo violento alla nuca aveva posto fine a tutte le sue angosce. Ora Luca sarebbe stato tutto per lei. Eppure il suo sguardo non prometteva nulla; uno sguardo accusatore, lo sguardo di chi sa; lo sguardo di un uomo innamorato che ha capito quanto lei potesse essere pericolosa per Irene. E lo era stata. Quel nome pronunciato da quella voce che ben conosceva la scosse più del sisma dal quale era riuscita a fuggire. Sentì dentro di sé un vuoto e una strana sensazione che le fece venire un lieve malore che non riuscì a mascherare. Si destò e aggrappandosi ad un sostegno immaginario si tirò su con tutte le forze che le restavano. Tra tutti quei rumori e quelle grida riusciva a distinguere perfettamente quei suoni che, lettera per lettera, rimbombavano ancora  dentro di lei facendole perdere l’equilibrio. Cadde tra i resti di un cornicione venuto giù. Sentì un lieve dolore alle ginocchia, vide colare tra le sue caviglie un canaletto di sangue che si mescolò tra la polvere e le infradito sporche di macerie che portava. Vedendo il sangue ripensò alla scena. Sentiva su di sé tutta l’ironia della fine e dell’inizio insieme che quel luogo le trasmetteva. Quella storia si stava chiudendo proprio lì dove era iniziata. Era bastato un solo attimo di lucida follia, un battito di ciglia, uno scatto impercettibile sull’orologio della vita e tutto era cambiato. Lo disse ancora: “Irene”, ma questa volta nessun dolore. Attraversò il piazzale irriconoscibile dell’università, nella consapevolezza che quello che era stato non si sarebbe potuto né cambiare, né dimenticare, ma mai nessuno l’avrebbe scoperta. Aveva provato più volte ad immaginare come sarebbe stato “dopo” ed ogni volta aveva avvertito una piacevole sensazione dentro di sé e persino l’aria odorava di fresco. Si era entusiasmata al pensiero di essere libera; non più soggiogati dal fascino di Irene gli altri l’avrebbero considerata. Ogni volta ideava finali diversi ma sempre con lei protagonista vincente. Aveva esaminato tutte le possibilità, ma quella del terremoto proprio no, non l’aveva previsto. Inconsciamente frugò nelle tasche. Un ritaglio, una scheggia, un piccolo triangolino della foto in cui si intravedeva un pezzo della gonna di Irene le era rimasto incastrato sul fondo della tasca. Ebbe un attimo di terrore. Non tutto era bruciato, dunque! Accadde tutto in un istante, il rumore, la terra che si muove, il buio. Cercò di aprire gli occhi, non ci riuscì subito. Sentiva un saporaccio nella bocca, riuscì a scorgere pareti beige, una statuetta della Madonna appesa al muro, una targhetta con il numero 16, due flebo che scendevano velocemente. Poi una voce: “Serena. Serena svegliati! Chiamate il primario presto!”. Con gli occhi socchiusi riuscì a vedere la sagoma di un’infermiera, bassa e tozza, sudata, sorridente. Provò a parlare ma rinunciò dopo aver capito di essere intubata. Fu l’infermiera a parlare: “Stai tranquilla – disse con voce rotta dall’emozione – hai dormito due settimane. Pensavamo di perderti. Sei stata sotto le macerie quasi 24 ore”. Parlava senza interruzioni, come se recitasse una nenia: “E’ stato Gianpaolo a salvarti, facendo scudo con il suo corpo. Lui non ce l’ha fatta. Povero ragazzo”. Cominciava a capire cosa fosse successo. L’infermiera continuò: “Povera Irene. Non potrà più abbracciare suo fratello”. Quella sorta di schiaffo la destò. Sgranò gli occhi e fisso l’infermiera. Lei proseguì quasi senza accorgersene: “E’ nella camera di fianco. Se l’è vista davvero brutta. Era ridotta molto male. Ma ce la farà. Si sta svegliando in queste ore”. Avvertì un brivido, poi si sentì come implodere. Come se qualcosa le si stesse rompendo dentro. Sotto il tono di voce del suo interlocutore riuscì solo a percepire il suono lungo del cardio-frequenzimetro. Poi più nulla…

Partecipanti

Paola Bernasconi
Marco Fanella
Sonia Tondo
Roberto Tartaglia
Simona Tranquilli
Luca Morazzano
Luisa Belardinelli
Alessandra Carconi
Alessandro Mattei
Domiziana Tosatti
Vito Di Ventura
Simone Di Giulio

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