SUL TETTO DEL MONDO

sul tetto del mondo

Le avevano detto che il suo nome traeva origine dalla Luna, e con essa poteva crescere e ciclicamente rinnovarsi, le avevano detto di chiamarsi Thana, e che i raggi della luna l’avrebbero protetta, come la giovinetta che nel pericolo di essere violata venne soccorsa da essi, uccidendo il persecutore.
Le avevano anche detto che la Luna che si arrampicava sulla sommità della volta oscura era intoccabile, ma i raggi l’avrebbero attinta egualmente, non vi era necessità dunque di arrampicarsi per esserle più prossima, tanto meno per raggiungerla.
Thana era papacs del patriarca Vel, che amava sopra ogni cosa, perfino dei genitori, tanto che qualsiasi segno negativo del cielo, dei boschi o degli animali era oggetto di consulenza benevola dell’avo.
“Papa, che vuol dire quando il passero cambia direzione con una capriola?”
“Papa, ho sognato la capra destinata al sacrificio che mi parlava, che significa?”
Papa (l’avo), che degli aruspici aveva appreso la nobile arte,  trovava sempre una risposta pronta, leggeva le interiora e dispensava consigli e saggezza, sebbene Thana richiedesse più del dovuto e si tentava di carpire responsi oltre il necessario, carezzando il capo all’avo, come ogni nipote sa fare per intenerire e ottenere il regalo sperato.
Ma Thana andava oltre e il fascino della Luna non l’abbandonava; aveva sentito dire che la sommità del monte era raggiungibile da un sentiero più visibile al crepuscolo che durante il giorno, per cui ogni sera di plenilunio (o anche qualche giorno prima o dopo) si inerpicava dopo essersi tolta gli stivaletti a punta e essersi calzata i sandali,  per il suo particolare rito si cingeva la vita con i rami di un’erba profumata e si metteva il tutulus per poi scoprire il capo all’ultimo, liberare i capelli quando giungesse alla sommità del monte, lasciando scintillare la chioma ai riflessi lunari.
Più saliva, più sentiva una leggerezza nell’animo, le disgrazie che avevano costretto la famiglia ad abbandonare i lussi antichi e la scomparsa della madre diventavano più sopportabili, sentiva una forza sovrannaturale che la portava quasi a correre, salendo, per raggiungere il prima possibile la punta del monte. La montagna, era appuntita alla sommità da una cresta rocciosa non facile da arrampicare, ma le membra giovani e la leggerezza del corpo di Thana non offrivano resistenza e la ragazza raggiungeva con rapidità fulminea la punta. Sulla vetta osservava i campi, la vallata delle abitazioni, che insieme alla sua, costituivano uno dei centri più importanti, l’orizzonte era sfumato dal chiarore bianco latte e quando alzava gli occhi, il satellite appariva con un pallore accecante, un lume freddo che per un istante le infastidiva l’iride.
Sulla vetta Thana si sentiva l’essere vivente più in alto di tutti, le piaceva pensare di essere privilegiata e di avere libero accesso ai segreti della notte, libera com’era di staccarsi dal suolo, a due bracciate dal cielo.

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2 risposte a “SUL TETTO DEL MONDO

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