LIMBO – CAPITOLO 3: Mylo e Rivier – Lupo Solitario – I Testimoni di Seidon

Il fuoco ardeva a pochi metri dal lago. Il lago era il cratere di un vulcano spento. Le brezze montane ne increspavano la superficie.
Quello era il luogo ideale per giocare con gli elementi, per provare nuove formule, sondare i limiti del proprio potere e riversarlo nel paesaggio circostante. C’era acqua, fuoco, vento e terra. C’era il silenzio, interrotto a volte da un tuono lontano, oppure dall’urlo di un falco. C’erano i boschi di faggi e querce che circondavano il cratere, e gli animali che si nascondevano per timore del crepitio. Era il crepitio della magia, come se l’aria attorno al mago cominciasse a sfrigolare, perdendo consistenza. Gli animali non lo sopportavano, e ne fuggivano con la coda tra le gambe.
Mylo provò a concentrarsi di nuovo sulle fiamme danzanti che aveva dinanzi. Sentiva il calore sulla sua faccia ed il vento che gli accarezzava i capelli tagliati corti. Era un giovane robusto, dal volto pallido e la bocca rossa come petali di rosa. Aveva il portamento tipico dei Lupi Cacciatori; nobile e fiero.
Il suo maestro gli aveva suggerito di prendere prima possesso del vento e poi di concentrarsi sul fuoco. Questo era l’unico modo per portare a termine quel complicato incantesimo. Ma Mylo era testardo e voleva provare qualcosa di diverso. Voleva fondere i due elementi, incanalarli assieme ed evocare così un globo di pura energia, vincolato al suo volere.

Entrò nei due elementi e ne piegò le volontà. Per un attimo una sfera di fuoco si librò sopra la sua mano tesa, e un sorriso apparve come una taglio nella faccia del ragazzo. Ma la sfera crebbe d’intensità, e lui ne perse il controllo. Sarebbe esplosa causandogli ustioni mortali se nel frattempo l’acqua del lago non avesse preso vita, riversandosi sulla riva e spegnendo così il fuoco e la sfera di energia. Il giovane mago si ritrovò completamente bagnato, mentre un’esplosione di rabbia gli montava dentro.
«Ce l’avevo sotto controllo!» esclamò.
Girò lo sguardo verso la figura che stava alle sue spalle. Era un uomo minuto, dalle ampie vesti bianche ed il volto amichevole. I suoi occhi nascondevano un sorriso senza tempo. Si chiamava Rivier.
«No Mylo! Ce l’avevi quasi sotto controllo. È  diverso…»
«Guarda cosa hai fatto ai miei vestiti…» continuò ad imprecare il ragazzo.
Rivier compose due simboli nell’aria con la mano destra ed un vento caldo proveniente dal lago incominciò a soffiare verso riva. In pochi istanti le vesti dell’apprendista mago erano asciutte.
«Mi piace il tuo spirito ribelle, ma un giorno potrebbe non esserci qualcuno a salvarti la pelle. Il controllo è importante.» Lo stregone si avvicinò al ragazzo.
«Ma come posso controllare gli elementi se non ne conosco il senso?»
Il ragazzo si riferiva ai Misteri. Rivier li conosceva, forse meglio di chiunque altro, ma non ne aveva mai voluto parlare. Ogni volta che l’argomento si presentava lo stregone lo liquidava con la scusa del “non sei ancora pronto”. Mylo detestava quella frase.
«Ragazzo, il senso al quale ti riferisci non avrebbe alcun senso per te, credimi. E ti assicuro che non ti aiuterebbe a piegare alla tua volontà gli elementi.»
«Facile per te che conosci tutti i trucchi…»
«La tua è solo curiosità. Ed è questa curiosità che ti impedisce di eseguire l’incantesimo. Smetti di pensare ai Misteri e controlla gli elementi. Riprova!»
Mylo folgorò il maestro con uno sguardo, ma si rimise in posizione per effettuare la magia. Prima evocò il fuoco che incominciò a bruciare i resti ormai asciutti del precedente falò. Poi si concentrò sul vento. Il crepitio del sortilegio che stava per compiersi fece urlare una bestia nel bosco vicino.
Questa volta, prima di pensare al fuoco, aveva soggiogato al suo volere il vento. Lo direzionò come voleva e poi ordinò alle fiamme di unirsi a lui. Dal fuoco fuoriuscì una lingua gialla che andò a colpire una grossa pietra ricoperta di muschio a una decina di passi di distanza. La pietra si annerì e incominciò a fumare.
«Bravo!» esclamò entusiasta lo stregone.
Mylo sbuffò e gli voltò le spalle.
«Niente di speciale» commentò. E si avviò lungo la riva, respirando regolarmente per riacquistare il controllo. Era una normale procedura dei maghi dopo che avevano usato i loro poteri. Ogni volta che veniva usata la magia, il mago perdeva contatto con il mondo elevandosi verso altre dimensioni. La respirazione lo aiutava a riprendere possesso del proprio spirito e a riportarlo in Limbo.
Questo gli aveva insegnato Rivier. Ma non era tutto, lo sapeva. Maledisse per l’ennesima volta i Misteri. Quale era la ragione per cui il maestro si dimostrava così reticente a parlare dei segreti di Limbo? In fondo cosa potevano essere mai. Che la mitologia Arcon fosse una grossa frottola lo aveva intuito da solo molte stagioni prima.  Qualsiasi altra storia non avrebbe fatto certo differenza per lui. Probabilmente non ci avrebbe nemmeno creduto. Però lo intrigava, e soprattutto lo infastidiva tutta quella segretezza.
Ricordò l’incontro con Rivier, molte stagioni prima. I Lupi Cacciatori l’avevano allontanato dalla comunità a causa della sua debolezza. Trovava assurdo che una banale fobia, quella per i serpenti, decidesse le sorti di un uomo. I Lupi erano dei bastardi. Grandi combattenti ed abili cacciatori, ma stavano perdendo la loro parte umana. Presto sarebbero diventati come i loro stupidi amici a quattro zampe.
A lui importava poco. Aveva perduto i genitori quando era ancora un bambino, e la comunità non era mai diventata una seconda famiglia. Una parte di se era quasi contenta di essere stato allontanato.
Non aveva problemi ad ammettere che se non fosse stato per Rivier sarebbe morto quel giorno. Non era colpa sua. Quel maledetto serpente era uscito fuori da dietro una roccia senza nessun motivo. Lui non poteva fare altro che rimanere immobile, conscio del pericolo ma completamente paralizzato da quella paura inesplicabile, talmente profonda e radicata dentro la sua natura da non poter essere minimamente controllata. Aspettava il morso, la morte, il lieto finale di quel momento di terrore.
Il serpente era una Lingua di Kyos, piccolo e giallo, più velenoso di un cobra e cinicamente perverso. Poteva rimanere a fissarti per tutto il giorno prima di morderti, come se stesse assaporando il profumo della tua paura e ne gioisse. Non a caso aveva preso il nome dal fratello di Seidon, lo squartatore del mondo.
Mentre contava gli attimi che gli rimanevano da vivere, in piedi a un passo da quel velenoso rettile, una folgore esplose alle sue spalle ed una scia di intensa luce azzurra si riversò sulla roccia dove si trovava il serpente. Si voltò di scatto e vide quel piccolo uomo vestito di bianco. Un mago.
Non aveva mai capito il motivo per il quale Rivier lo avesse voluto iniziare alle arti divinatorie. Lui era un cacciatore, non uno studioso. L’opportunità era ghiotta e Mylo non era il tipo che si tirava indietro davanti alle sfide. Ma non gli ci volle molto prima di rendersi conto che il cammino del mago era tutt’altro che facile. E poi c’erano sempre quei dannati Misteri che lo tormentavano.
«Muoviamoci ragazzo! Sta iniziando il settimo margine e presto il cielo si oscurerà.»
Mylo aveva ripreso a respirare normalmente. Il potere era fluito attraverso e fuori da lui insieme a una parte del suo spirito, e adesso quella parte aveva fatto ritorno. Tornò indietro verso il fuoco che continua a consumarsi sulla riva sabbiosa del lago. L’uomo dalle vesti bianche guardava il cielo prevedendo la notte prossima a calare.
«Sarà una notte tranquilla, maestro» predisse Mylo.
«Si, forse. Per oggi basta così. Torniamo all’accampamento.»
Si allontanarono dallo specchio d’acqua che era il cratere spento di un vulcano ed entrarono nel bosco, scendendo verso valle attraverso uno stretto sentiero. Laggiù avrebbero trovato i due cavalli e la loro tenda ad aspettarli.
Mylo sentiva nella gambe la stanchezza della giornata di addestramento. Faceva fatica a star dietro allo stregone che, nonostante l’apparente età, peraltro indefinibile, e le ampie vesti che sembravano ingombranti ed inadatte a camminare nei boschi, procedeva spedito attraverso rovi e passaggi scoscesi. Lo vide fermarsi ad un tratto più sotto, nel punto in cui il sentiero usciva dall’intricata vegetazione consentendo un’ampia visuale della valle. Gli si avvicinò guardando verso la radura dove si trovava il loro accampamento.
«Chi sono?» esclamò.
La radura era occupata da una guarnigione di cavalieri, almeno quindici. Non si riusciva a distinguerne l’appartenenza da quella distanza. Si muovevano attorno alla tenda e stavano probabilmente aspettando il loro ritorno.
«Testimoni di Seidon» rispose lo stregone con voce tranquilla.
«Maledetti loro. Cosa vogliono?»
«Avranno visto sicuramente i lampi e udito il crepitio. Sono alla caccia di eretici, e noi siamo le loro prossime prede.»
Rivier appoggiò una mano sulla spalla del ragazzo e con un sorriso beffardo proseguì.
«Ragazzo, la vita del mago non è delle più facili. Il mondo è pieno di gente invidiosa e testarda. Tienilo sempre bene in mente.»
Mylo face una smorfia.
«Che facciamo adesso?»
«Beh, non possiamo abbandonare la nostra roba. Andiamo a sentire cosa hanno da dirci questi signorotti. Magari ci offrono un’occasione per esercitarci…»
Gli occhi di Rivier luccicavano maliziosamente, ma Mylo sapeva che lo stregone non sarebbe mai arrivato ad uccidere qualcuno senza un buon motivo. Non nascose inoltre il suo stupore per il fatto che il maestro potesse fronteggiare senza timore quindici cavalieri di Seidon.
«La fai sembrare una passeggiata ma si tratta di una bella guarnigione, armata fino ai denti da quanto posso vedere. E noi siamo solo due…»
«Si ragazzo, il conto è giusto.» E continuando a sorridere proseguì per il sentiero che tornava a infilarsi nella vegetazione. Mylo gli corse dietro, mentre uno strano brivido di eccitazione gli percorse tutto il corpo. Dopotutto era sempre un Lupo.
Giunti nei pressi della radura, Rivier smorzò con un semplice incantesimo il rumore del loro movimento. Quando i due fecero la loro apparizione davanti alla guarnigione sparpagliata attorno alla tenda, un paio di cavalieri ebbero un sussulto. Immediatamente due arcieri li presero di mira, e qualcuno intimò loro di fermarsi. La voce proveniva da dentro la tenda.
Rivier e Mylo si fermarono uno accanto all’altro, guardando nella direzione da dove giungeva quella voce. Dalla tenda uscì un uomo molto alto e quasi totalmente calvo. Indossava le tipiche vesti rosse che distinguevano i Testimoni di Seidon e portava una lucente spada di bronzo, anche questa simbolo della confraternita.
I Testimoni di Seidon erano una comunità errante che aveva come scopo principale quello di portare la verità di Seidon e screditare le ridicole congetture attorno ai Misteri. Durante l’ultimo ciclo, il dodicesimo dalla creazione di Limbo secondo il calendario Arcon, in molti avevano incominciato a parlare dei Misteri, senza neanche sapere che cosa fossero. Ma lo spargersi di queste voci fecero muovere con maggiore zelo i Testimoni. Adesso la comunità contava diversi distaccamenti, e i controlli erano raddoppiati. La magia era da sempre legata ai Misteri, perciò ogni mago era considerato un eretico agli occhi dei Testimoni. Spesso gli eretici venivano condannati a morte, ma veniva anche praticata la tortura per giungere alla loro conversione.
Mylo non credeva alla mitologia Arcon, ne tanto meno a Seidon il misericordioso, come lo chiamavano i Testimoni, ma di sicuro non potevano entrargli in testa e scoprire quello che stava pensando. In fondo non era difficile convincere la confraternita della propria fedeltà. Ma se avevano sentito il crepitio, le cose potevano davvero complicarsi. Si preparò al peggio, ma si rese conto che le carte le avrebbe giocate tutte il suo maestro. Era molto curioso di vedere come sarebbe andata a finire.
L’uomo calvo, presumibilmente il capitano della guarnigione,  si fermò a pochi passi da loro e iniziò la sua predica. Rivier lo osservava con occhi divertiti.
«Due erranti solitari che amano strane letture e fanno lunghe passeggiate presso vulcani spenti. Soggetti curiosi, per non dire bizzarri.»
L’uomo teneva in mano uno dei libri di Rivier, un antico volume scritto dallo stesso stregone in una lingua sconosciuta. Era il Bit, la lingua dei maghi.
Il cavaliere calvo attese qualche istante prima di continuare, come se aspettasse le sue prede al varco. Rivier rimase immobile, il volto sereno e gli occhi miti. Sembrava guardasse oltre il Testimone, oltre la tenda e oltre la radura, come perduto in un qualche misterioso pensiero. Il cavaliere tornò a parlare.
«Alcuni miei compagni mi hanno riferito di aver udito uno strano rumore provenire da lassù» ed indicò la sommità del vulcano. «Una sorta di sfrigolio, un suono estremamente fastidioso, di quelli che si dice appartengano alle blasfeme pratiche delle streghe e dei fattucchieri. Avete una qualche idea di cosa possa aver causato quel rumore?»
Il volto dell’uomo si contorse in un ghigno mentre attendeva la replica dei due astanti. Nel frattempo la sua mano si era posata sull’elsa della spada che portava al fianco.
Rivier rispose con voce tranquilla. Non ebbe nessuna esitazione nel pronunciare quella curiosa menzogna.
«Abbiamo visto una volpe e un fagiano che si azzuffavano come se fossero impazziti. Forse era quello il rumore che i vostri uomini hanno sentito. La volpe ha avuto la meglio, ovviamente. C’era anche un gufo che assisteva alla scena. Davvero stupefacente.»
Per poco Mylo non esplose in una sonora risata. Fece fatica a trattenersi, e dovette voltarsi da una parte per evitare che il Testimone non si accorgesse della sua smorfia. Quando tornò a guardare verso il cavaliere calvo, vide che nei suoi occhi bruciava una fiamma di rabbia. Aveva intuito lo scherno, e sembrava che stesse sul punto di gettarsi addosso al maestro con la spada in pugno. Poi invece riuscì a riprendere il controllo di se. Intanto il volto di Rivier rimaneva placido ed immobile.
«Si, stupefacente! Eppure qualcosa mi dice che quel rumore era causato dalla magia, e che voi due c’entrate qualcosa. Dovremo fare degli accertamenti, ovviamente, perciò dovrete seguirci all’accampamento centrale. Se è vero che siete dei maghi, vi consiglio di collaborare e di smettere subito di raccontare fandonie. La voce di Seidon può ancora aprirvi il cuore ed accogliervi nel suo amorevole abbraccio.»
Rivier rispose con voce ancora più calma, lo sguardo perso in qualche dimensione lontana.
«Si, davvero una bella azzuffata…»
Il Testimone fece finta di non aver sentito e ordinò ai suoi uomini di preparare il campo per la notte. Sarebbero partiti il giorno dopo ormai, dato che il settimo margine era quasi terminato e che il buio li avrebbe sorpresi da un momento all’altro.
Due uomini si avvicinarono al ragazzo e allo stregone dietro l’ordine del capitano della guarnigione. Erano sotto la loro stretta sorveglianza adesso. Intimarono loro di non provare a ribellarsi o a fuggire, e soprattutto di non utilizzare alcuna pratica magica, pena l’assaggio della sacra spada di bronzo, immagine della lama di Seidon che salvò il mondo dalla catastrofe, nei tempi remoti della creazione.
Mentre li conducevano nella loro tenda, Mylo cercò di capire le intenzioni del maestro.
«Che facciamo?» sussurrò.
«Osserviamo, ragazzo. È il modo migliore per imparare.»
Ma la calma di Rivier non bastava a tranquillizzare il ragazzo. Ora che quelle due guardie li seguivano a due passi di distanza con le spade in pugno, si accorse che quel gioco incominciava ad innervosirlo. Molte domande gli affiorarono in testa. Quali erano davvero le loro possibilità? Era sicurezza o abbandono la calma mostrata dal maestro? E se durante la notte avessero tagliato la gola ad entrambi? Non voleva sentirsi intimorito, ma la situazione non gli piaceva affatto. Invidiava il maestro che se stava placido ad osservare gli eventi. A lui invece incominciavano a prudere le mani.
Si distesero sui loro giacigli ascoltando gli uomini che all’esterno si adoperavano a innalzare le tende e preparare il fuoco per la notte. Le due guardie sedevano a poca distanza da loro e parlavano sottovoce.
«Almeno stasera non dovremo cucinare» esordì Rivier ridacchiando.
Mylo gli rispose con un sorriso forzato. Si chiese per l’ennesima volta come facesse il suo maestro a divertirsi in una situazione simile, ma rinunciò subito a trovare una risposta. Avrebbe atteso ed osservato gli eventi. D’altronde non c’era niente altro da fare.

Più tardi venne portata loro la cena, due ciotole di stufato e due boccali di birra che Mylo annusò attentamente per paura che fosse avvelenata. Rivier invece la buttò giù tutta d’un fiato e ne chiese gentilmente un altro boccale. Poi ci fu il cambio di guardia e i due si prepararono per andare a dormire.
Lo stregone si abbandonò subito ad un sonno profondo, non privo del suo solito russare. Il ragazzo invece rimase sveglio per molto tempo, osservando le ombre dei cavalieri che sfilavano davanti al fuoco del campo e ascoltando lo sferragliare delle loro spade di bronzo. Teneva le orecchie tese nel timore che qualcuno si avvicinasse furtivamente per ucciderli nel sonno. Due eretici, due maghi infedeli che credevano ai Misteri. Maledetti segreti. E forse sarebbe morto proprio per colpa di loro, e senza nemmeno conoscerne il significato.
I pensieri vorticavano nella sua testa, una giga convulsa e rabbiosa, un susseguirsi di domande senza risposte, di ragioni senza logica, di cadute senza appigli. “Il senso al quale ti riferisci non avrebbe alcun senso per te”. Che cosa voleva dire? Ripeté quella frase nella sua testa, e la immaginò come un ramo proteso verso di lui, ma irraggiungibile. Provò al allungare il braccio, a distendere il corpo e cercare di afferrare il rosso frutto attaccato a quel ramo, ma le sue dita non riuscivano neanche a sfiorarlo.
Finalmente la stanchezza della giornata prese possesso di quei pensieri e li richiuse in una stanza vuota della sua mente, guidandolo poi verso un sonno profondo e privo di sogni.

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