QUEL GIORNO A ZACATECAS

zacatecas

Quando la Division del Norte riuscì a sfondare la resistenza delle truppe federali, il caldo si era fatto ormai insopportabile e l’acqua iniziava a scarseggiare.
I giovani soldati si arrendevano nella speranza di non essere fucilati mentre gli ufficiali, che sarebbero andati incontro a morte certa, si davano alla fuga dopo essersi tolte le uniformi.
A mezzogiorno Zacatecas era tornata ad essere libera e gli abitanti, affacciati alle finestre, salutavano i rivoluzionari sventolando lenzuola e fazzoletti bianchi.
Sotto un meraviglioso cielo azzurro i prigionieri venivano condotti nelle caserme della polizia, requisite durante l’attacco, dove sarebbero stati posti davanti ad una drastica scelta: arruolarsi nella Division del Norte o ricevere un proiettile alla nuca.
Ovviamente quasi tutti sceglievano la prima opzione andando ad ingrossare le fila della Rivoluzione che, visti gli ultimi sviluppi pareva essere vicina al trionfo in tutto il Paese.

Intorno alle due del pomeriggio la voce iniziò a circolare in città, la notizia era certa: a momenti sarebbe arrivato il Generale Villa in persona.
Uomini, donne e bambini si riversarono per le strade nella speranza di poter acclamare il loro eroe, in pochi minuti una massa enorme si accalcava nella Piazza della Cattedrale.
Soltanto alcuni preti, insegnanti presso il collegio lasalliano si erano barricati nelle loro stanze pregando affinché tutto quel tumulto finisse alla svelta.
La paura di essere arrestati e condotti davanti al Generale, che aveva fama di essere un gran mangiapreti, li aveva ridotti ad esseri tremanti, incapaci di fare qualunque cosa che non fosse stare inginocchiati davanti alle immagini sacre.
Così quando l’ufficiale inviato da Manuel Chao, luogotenente di Villa, bussò alle porte del collegio, lo spavento fu tale e tanto che i poveretti si misero a piangere.
Condotti al cospetto dell’ufficiale non riuscivano a spiccicare parola, aspettandosi di veder arrivare da un momento all’altro il Generale, con il suo sombrero norteno e gli inconfondibili baffoni neri.
Arrivò invece il Console francese, barcollando vistosamente dato che aveva passato le ultime due ore bevendo pulque in compagnia di Chao ed intercedendo, fra un bicchiere e l’altro, affinchè i preti potessero continuare ad insegnare ai ragazzini del collegio.
Forse perché il “latte di miele” era salito alla testa troppo in fretta, forse perché in fondo, a lui di quei religiosi non gli importava un fico secco, alla fine aveva convenuto che le condizioni poste dai rivoluzionari erano ben ragionevoli ed aveva acconsentito ad andarle a proporre ai sacerdoti.
Dato che il console strascicava le parole, l’ufficiale, con fare gentile si propose di esporre le condizioni:
1) Al posto di lezioni religiose, insegnare ai bimbi i precetti della riforma laica dello Stato voluta da Benito Juarez
2) Al posto delle messe, organizzare eventi di pubblica utilità.
Rispettando queste due semplici condizioni i preti avrebbero potuto continuare a dirigere il collegio.

Nessuno ha mai saputo con certezza cosa avvenne dopo che l’ufficiale ebbe esposto le condizioni, l’unica certezza è che mentre il Generale Villa cavalcava alla volta di Zacatecas costeggiando i binari della ferrovia, incrociò un treno merci che correva verso la frontiera con gli Stati Uniti; pare che voltandosi verso Rodolfo Fierro abbia esclamato: “Che mi venga un colpo, quel treno era pieno di preti!”

M.M.

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