IL FIUME

Il fiume GR

Asia se ne stava appoggiata al parapetto del ponte e guardava lo scorrere del fiume in piena. Accanto a lei un fagotto di lenzuola arrotolate.
Restava lì, immobile, nella notte ad ascoltare i suoi pensieri sommersi dallo scrosciare dell’acqua.
A quell’ora non passava più nessuno.
Era sola nella notte e così voleva essere.
Un brivido la scosse.
Dalle colline circostanti cominciava a scendere la nebbia, e con lei una sottile pioggia.
Si strinse dentro al cappotto.
Lo scrosciare del fiume era assordante ed ipnotico e Asia rimaneva lì senza sapere che fare.
Guardò il polso destro, un grosso livido nero si era formato su di esso. Le lacrime cominciarono a scorrere silenziose sul suo volto. Prima piano, poi divennero come il fiume in piena.
Travolta dalle emozioni che fino ad allora aveva provato a reprimere,Asia si accovacciò piangendo, una mano aggrappata al bordo del parapetto, il corpo scosso dai singhiozzi che dirompevano dal suo petto. Improvvisamente si alzò urlando, vomitando in quell’urlo tutto il suo dolore, tutta la sua rabbia, tutto il mondo che in un solo momento si era rovesciato dentro di lei sconvolgendola e distruggendola.
Quell’urlo feroce scagliato contro il mondo la lasciò priva di forze, ancora piangente. La schiena appoggiata al parapetto del ponte.
Sotto di lei la piena aumentava.
Non le restava nulla, si sentiva come morta, appoggiata a quel parapetto di dura pietra. Le emozioni fino a poco fa provate si erano perse e non era rimasto che il suo spirito spezzato dalla violenza dell’uomo.
Lentamente Asia si alzò, raccolse il fagotto immobile accanto a lei e scavalcò il parapetto. Si mise a sedere con entrambe le gambe a ciondoloni. Guardò come ipnotizzata l’acqua che scorreva tumultuosa sotto di lei.
Con i piedi si sfilò le scarpe e le lasciò cadere tra i flutti affamati che subito le inghiottirono.
Guardò i palmi delle mani.
Erano ancora sporchi di sangue, del suo sangue. Poi, prese un capo del fagotto e lasciò che il suo contenuto si riversasse nel fiume.
Fantasmi bianchi macchiati di sangue scuro si riversarono nella notte abbracciati tra loro nell’acqua tumultuosa.
Asia rimase a guardare quei silenziosi testimoni della violenza subita con freddo distacco.
Chiuse gli occhi, e si alzò in piedi sul parapetto. Allargò le braccia buttando la testa indietro come a voler prendere il volo sollevata da un filo invisibile. Che senso aveva ormai stare lì in quel buio freddo, senza nessuna speranza, l’animo a pezzi, il corpo ferito. Che senso aveva ormai? Il freddo l’avvolgeva, l’essenza stessa della vita non era altro che una visione lontana.
Esisteva ormai solo il buio.
Buio e freddo.
Aprì gli occhi e mentre stava per lasciarsi andare nella morsa gelida dell’acqua, all’orizzonte, si intravide una luce leggera e delicata, ma abbastanza forte da penetrare la fitta nebbia della notte. Una luce abbastanza calda da far rialzare lo sguardo ormai cieco di uno spirito straziato.
Un uccellino cantò dando vita al nuovo giorno, mentre una figura stretta in un cappotto, camminava scalza lungo il ponte ancora deserto.

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