IL GESÚ DELLE PERIFERIE

Il gesú delle periferie

La catastrofe era arrivata con un gran trambusto e se n’era andata in silenzio, lasciando dietro di sé una scia di macerie calpestata ora da rifugiati e profughi, stralci e caricature di una civiltà che fu.
Tra di loro vi è una figura che in molti definiscono un profeta, alcuni addirittura il nuovo messia, perché la fede, adesso, è l’unica cosa a cui ci si può aggrappare per proseguire. La sua silhouette nera si staglia all’orizzonte, contro il cielo verdastro di esalazioni tossiche, e la sua voce riecheggia nella desolazione che lo circonda, portata dal vento che sparge le sue parole come fossero semi. Diffonde le sue canzoni come un microfono naturale. Un altoparlante a 10.000 watt.
Canta di Città del Paradiso dove l’erba è così verde e le ragazze così belle. Canta di autostrade che portano all’Inferno, dove non ci sono precedenze né limiti di velocità. Canta del crollo della civiltà del ventunesimo secolo.
Indosso ha una toga logora, come se con quella toga ci fosse nato e cresciuto, come se la indossasse da prima della catastrofe. Ai piedi porta un paio di converse scolorite, tanto usurate che sembrano sul punto di squarciarsi.
Sul petto gli sobbalza una croce d’osso. Alcuni dicono che si intagliata da un osso umano e lui non ha mai confermato né smentito.
Ha il volto incorniciato da una barba bruciacchiata, raccolta in piccole trecce, e da lunghi capelli bloccati in dreadlocks di sporco. Il suo sguardo incavato dalle occhiaie di troppe notti insonni è celato dietro occhiali lucidi, come se fossero nuovi, dalle lenti viola e tonde. Nel suo sorriso vi sono pochi denti, sparsi come pedoni su di una scacchiera, e attorno alla bocca si notano le prime increspature delle rughe. Tra le labbra secche ha sempre stretto qualcosa. Spesso è un ramoscello, una sigaretta quando qualcuno fa lui carità, saltuariamente uno spinello e non necessariamente di marijuana.
Su di lui circola uno sciame di voci, alcune fantasiose, altre più realistiche, tutte che precedono il suo arrivo. Vaga di città in città, dorme dove può, mangia quando capita, ma cammina tutti i giorni, tutto il giorno, dal sorgere al calare del sole livido, attraverso le lande desolate, le macerie delle città, i villaggi che la gente disastrata cerca di rimettere insieme. Non ha pretese, se non quella di cantare il suo vangelo punk, fatto di estratti di strofe, frasi scritte da apostoli perduti e maledetti che la catastrofe non l’hanno mai vista. Hendrix, Morrison, Rotten, i fratelli Young, Axl Rose.
Canta a squarciagola, con le vene rosse e gonfie che gli affiorano sul collo magro, come gli aveva insegnato Darby Crash nelle scene di The Decline of Western Civilization (e mai titolo fu più appropriato) in un’altra vita, prima della catastrofe. Professa la sua fede fatta di parole che un tempo suonavano come insulti, eresie, degenerazione e gioventù consumate in fretta nelle tragedie dell’alcool, della droga e del sesso perverso. Così almeno dicevano i perbenisti.
Ora tutto questo è diventato la normalità, senza compromessi, e dei perbenisti non si sente più parlare. Il mondo è cambiato per sempre e le persone sono tornate ad essere animali, gettando le maschere di ipocrisia che la società moderna aveva loro donato, rivelando i loro veri volti, primordiali e selvaggi. Lui è il Gesù delle periferie, non ha altri nomi, così lo ha battezzato la gente che l’ha incontrato, ed è il tipo di persona che prima, qualcuno, avrebbe definito pazzo.
Ora va su e giù per il mondo, a cantare, ed il suo canto stonato, che non ha accompagnamento, riecheggia nel vuoto, con la sola pretesa che qualche orecchio lo colga, che possa portare speranza, anche se labile, nei cuori di chi ascolta le sue frasi tormentate.

Marco Filipazzi

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