ROSI E NIENT’ALTRO

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ROSI E NIENT’ALTRO di Bruno Magnolfi

Illustrazione di Giulia Tesoro

Avevamo trascorso un lungo periodo cercando lo scopo e le soluzioni da definire. La direzione strategica poi mi aveva assegnato a quella città del Nord, e di quei compagni iniziali con i quali avevo trascorso i primi tempi di clandestinità non avevo avuto più alcuna notizia.
Eravamo tre adesso, e ci si era conosciuti nello snodo della metropolitana, un posto pieno di gente nella fascia oraria che avevamo pattuito. Si era finto di osservare con interesse una vetrina, guardandoci a lungo senza farci notare. Io ero l’unica donna. Abitavamo tre appartamenti differenti, e si era scelto di vedersi solo una volta a settimana, in luoghi e giorni sempre differenti. Quando iniziammo a spiare le mosse e le abitudini dell’obiettivo designato, ci vedemmo più spesso. In pubblico non parlavamo mai tra noi: ci scambiavamo furtivamente dei foglietti con su scritte le idee e le piccole personali decisioni. Tutto il resto ci arrivava nella cassetta per la posta con una scrittura in codice.
Dei miei compagni conoscevo solo i nomi di battaglia: Frenchi e Lesli. Per me avevo scelto Rosi. In tutto quel periodo di solitudine forzata avevo iniziato a ripensare a tante cose: mi era preso anche il desiderio struggente di telefonare alla mia mamma, poi l’avevo cancellato. Spesso mi divertivo a ricordare i miei capricci da bambina. Non c’era mai un vero e proprio motivo per intestardirsi su qualcosa che desideravo per me o che volevo gli altri facessero. Era una prova a cui sottoponevo chi mi era vicino per misurare i loro sentimenti. Superata quella mi sentivo dolce e affettuosa con tutti. Forse non ero cambiata molto crescendo.

Il mio programma di lavoro prevedeva l’uscita da casa, ogni mattina, alle ore sette e dieci. Qualche volta, sopra al pianerottolo del palazzo, incontravo un uomo che abitava l’appartamento accanto al mio. In genere cercavo di evitarlo anche se non sempre era possibile. Sua moglie dava l’idea della persona che origlia alla porta per riuscire a sapere i fatti degli altri. Non potevo rischiare niente, neanche che mi rivolgessero qualche domanda sottile, magari sorridendo. Così normalmente mostravo fretta, limitandomi ad un semplice e generico “buongiorno”. Il personaggio cui mi ispiravo era quello di una segretaria impiegata in una direzione assicurativa. Ma per tutto quel periodo nessuno chiese niente.
Quasi ogni giorno cambiavo occhiali e parrucche seguendo i percorsi del mio obiettivo. Mi sedevo sopra una panchina, dentro a qualche bar, nella mia stessa auto, e mi annotavo gli orari dei passaggi, descrivendo tutti i particolari che osservavo. Non era troppo difficile far trascorrere l’intera mattinata mentre studiavo, con modo di fare disinvolto e insospettabile, tutte le possibili traiettorie seguite dal mio uomo. Al pomeriggio tornavo a casa presto, in genere verso le cinque, e sopra le piantine dettagliate delle strade cittadine ripercorrevo con matite colorate ogni tragitto. Tutte le informazioni che ogni volta riuscivo a completare le passavo ai miei compagni tramite i soliti foglietti.
Gli avvistamenti del pomeriggio e della sera erano un compito di Lesli. Una sera andammo assieme nel quartiere residenziale interessato. Si fece un giro a piedi fingendo una passeggiata di piacere. In realtà tenevamo sotto osservazione tutto quanto. Non parlammo molto, giusto le cose essenziali. Poi Lesli decise di entrare in un bar. Il nostro uomo era rientrato in casa e non avevamo praticamente altro da fare. “Sei carina”, disse semplicemente, quando fummo seduti al tavolino. “Non avrei creduto di trovare dei tipi come te nell’organizzazione”. “Perché”, risposi, “cosa ci trovi di tanto strano?”. “Forse niente”, disse, “però immaginavo un mondo di duri che non si preoccupa del trucco o del rossetto, tutto qua…”. Guardai Lesli negli occhi e mi accorsi che era convinto di quello che diceva, così lasciai cadere l’argomento. “Ti sei visto con Frenchi?”, chiesi. Prese tempo, guardò qualcosa oltre le mie spalle, poi disse: “certo; qualche volta sono andato assieme a lui ad osservare i movimenti dei conoscenti del bersaglio”. Poi pensò qualcos’altro che voleva dirmi, ma rimase in silenzio, forse per evitare di parlare di sé. Bevve alcuni sorsi della sua birra, poi riprese: “perché sei qua?”. Avevo voglia di parlare di mille cose, ma non con lui, così risposi con uno stupido sorriso: “e tu?”, dissi, “pensi di cambiare città una volta colpito l’obiettivo?”. “Certo”, disse, “questa è soltanto una prova; sarà soltanto dopo che faremo veramente sul serio”. Ci alzammo lasciando i soldi delle bevute sopra al tavolo, e un quarto d’ora più tardi ci salutammo senza enfasi.
La solitudine pesava, ma avevo come l’impressione di abituarmi velocemente a starmene da sola, con i miei pensieri, i miei segreti. Quando rientravo nel mio appartamento evitavo l’ascensore, nonostante i quattro piani di scale. Una precauzione in più: evitare contatti con il vicinato, oltre al fatto di salire con calma per accorgermi se per caso i poliziotti mi stessero aspettando sopra al pianerottolo. Per il resto, mi sentivo felice, una volta in casa. Mi guardavo allo specchio e pensavo: “sarà migliore il futuro; dovranno rendersi conto che ci siamo sacrificati per il bene di tutti. Dobbiamo solo superare questi dettagli; alcuni particolari per scuotere le coscienze. Ma di fronte alla storia sarà un’inezia…”. Poi pensavo alla mamma. Spesso mi perdevo a fantasticare sopra le giornate trascorse a scuola, negli anni del liceo. Le battaglie contro il potere dei professori, contro l’usurpazione dei diritti dei poveri studenti. Mi faceva ridere rivedermi alle assemblee, a sostenere il mio pensiero.
Al pomeriggio spesso uscivo a fare delle compere. Non andavo mai due volte in uno stesso negozio o in un supermercato, per cui in certi casi dovevo fare numerosi giri prima di trovare quello che cercavo. Avevo a disposizione una grossa disponibilità di soldi che l’organizzazione mi aveva fornito, così non avevo problemi di quel genere. Mi divertivo a cucinare, pur non essendo molto brava, così variavo il più possibile la mia alimentazione. In casa avevo quattro pistole di forme e calibri diversi. Ne avevo sistemata una in ogni stanza, in angoli riparati e strategici, esclusa la più piccola che necessariamente portavo sempre con me. Dopo cena a volte le pulivo e le tenevo in ordine, sempre ben cariche. Quando ero stata nel campo paramilitare di addestramento avevo acquisito tutte le informazioni e la pratica che serviva.
Una delle attività importanti della mia giornata era data dalla lettura dei quotidiani. Considerata l’importanza politica dell’obiettivo cui era destinata la mia militanza di quel periodo nell’organizzazione, seguivo, tramite le informazioni e i commenti dei giornalisti, tutto ciò che in qualche modo riguardasse la sua figura. Vista la quantità di giornali che così mi vedevo costretta ad acquistare, per non destare alcun sospetto, ero quasi costretta a girare con delle grandi borse in cui infilavo giornali e riviste comperate in edicole diverse. Nel mio appartamento continuavo ad accumulare sopra uno scaffale, tutti i ritagli che risultavano importanti.
Una sera ci ritrovammo tutti nell’appartamento di Frenchi. Era la prima volta che vi mettevo piede e mi meravigliai di come fosse piccolo e scomodo. Ci sedemmo in cucina e dopo pochi minuti arrivò anche Lesli assieme ad un altro compagno dell’organizzazione che non avevo mai visto prima. Parlammo a lungo di tutte le informazioni che si era riusciti a mettere assieme, poi si decise di agire di martedì, la terza settimana a partire da quel giorno, all’ora in cui il nostro obiettivo usciva da casa. Per i dettagli e il resto ci saremmo riuniti un’altra volta, da decidere. Lesli e l’altro, quasi di fretta, si alzarono e uscirono, senza aggiungere nient’altro, io decisi di rimanere ancora un po’.
Frenchi era decisamente un bel ragazzo. Probabilmente era più giovane di me, ma era uso nell’organizzazione non farsi mai domande personali. “Penso di non poter essere altro che contenta se questa faccenda riusciamo a risolverla in fretta”, dissi. “Quest’attesa ha iniziato a snervarmi già da parecchi giorni, e non riesco più ad individuare variabili degne di nota nelle mie osservazioni”. Lui continuava ad osservare le mie piantine del quartiere, quelle disegnate con i vari percorsi. Poi sollevò gli occhi. “Credo che dovremo preparare un colpo per autofinanziarci”, disse. “Ne parlo intanto a te, ma poi lo proporrò anche all’organizzazione. Ho individuato una piccola filiale che gestisce gli stipendi di una grossa azienda. Ci vorrebbero sei o sette persone al momento che il portavalori scarica i soldi. Potrebbe essere un gioco da ragazzi”.
Frenchi mi pareva completamente sincero nei suoi comportamenti. Si era dedicato agli scopi dell’organizzazione, e questo gli bastava. Pensai che in lui ci fosse come un rifiuto nell’affrontare argomenti che investissero altre cose. Per cui decisi che non avrei fatto commenti. “Sarà meglio che ora vada”, dissi con semplicità. “Aspetta”, ribatté, “immagino che dovremo metterci d’accordo su qualcosa”. “Che cosa, per esempio?”, dissi mentre mi alzavo dalla sedia. Lui ripiegava con cura le mie piantine, poi disse: “penso che saremo io e te ad andare all’appuntamento con il nostro uomo”. “Cosa te lo fa pensare?”. “Niente, solo che siamo i più determinati”. Riflettei a lungo su quello che dovevo dire, poi mentre infilavo il soprabito grigio, cercai di stanarlo sui suoi stessi pensieri. “Hai paura ad andare solo?”, dissi senza guardarlo. Lui non rispose, solo ribadì il concetto: “vedrai, toccherà a noi due…”.
La strada per tornare al mio appartamento mi parve lunga quella sera. Era come se trovassi molte più convinzioni standomene da sola a portare avanti le mie attività, piuttosto che incontrarmi con gli altri dell’organizzazione. Quando mi misi a letto stentai a prendere sonno. Avevo voglia di portare in fondo quel lavoro di preparazione che avevamo intessuto durante tutto quel periodo. Volevo leggere i giornali il giorno dopo; vedere le prime pagine che riportavano la sigla dell’organizzazione, che riferivano dell’esattezza, della meticolosità della nostra operazione. Tornò mia mamma con la sua voce di sempre a dirmi qualche cosa. Poi mi addormentai.
Due settimane dopo fu deciso che a piedi, sopra al marciapiede, sarei andata incontro al nostro uomo con calma, camminando lentamente. Avrei tenuto una mano nella borsa, con dentro la pistola ed il dito pronto sul grilletto. A distanza di tre metri avrei sparato due colpi, il secondo di sicurezza. Avrei mirato basso, tra le cosce e le ginocchia, nello stesso momento che Frenchi, con una grossa moto, si sarebbe fermato accanto a me, giusto il tempo per tirarmi su e schizzare via velocemente. Io avrei avuto una parrucca, occhiali da vista con la montatura nera e un trucco vistoso per camuffare i lineamenti. Frenchi avrebbe indossato un casco integrale. Lesli, un’ora dopo, avrebbe lasciato un volantino con la rivendicazione dell’attentato nella cassetta per la posta di una piccola sede sindacale. Poi, per una settimana, avremo continuato la vita d’ogni giorno.
Fu la domenica precedente che qualcosa dentro me parve prendere una piega inaspettata. Avevo tutta la giornata da dedicare alla lettura dei giornali e al ripasso generale dei gesti e dei percorsi. Un giorno da trascorrere in casa, conservando la calma dei gesti quotidiani, nella rilassatezza delle convinzioni. Invece uscii, senza motivo, giusto per un giro senza meta. Avevo indossato un tailleur chiaro, un foulard al collo ed un soprabito semplice, senza alcun eccesso. Avevo camminato con calma lungo alcuni marciapiedi cercando di non pensare a niente. Poi ero stata attratta da una cabina del telefono. Ero entrata, ancora quasi senza motivo. Avevo composto il numero in fretta, dopo avere inserito la tessera magnetica. “Pronto…”, aveva detto la voce serena e compassata di mia madre. Io avevo atteso qualche secondo, poi, proprio mentre stavo per riattaccare la cornetta: “…sei tu Silvia… come stai?”, ed io avevo interrotto la comunicazione.
Il martedì alle cinque di mattina ero già in piedi. Feci la doccia, preparai tutto con calma e attenzione. Quando uscii di casa erano le sette. Velocemente arrivai nei pressi del luogo pattuito. La strada era deserta. Lentamente fiancheggiai i palazzi residenziali costeggiati da siepi ben curate. Poi, davanti a me, vidi il mio uomo. Non mi guardò, come invece avevo immaginato; mi venne incontro con indifferenza, senza alcuna variazione rispetto ad ogni mattina del mese trascorso. Quando ci incontrammo io non mi fermai, continuai a camminare senza alcun gesto, senza far nulla. Sentii la moto di Frenchi che frenava alla mia destra. Mi volsi e andai verso di lui. Frenchi non disse niente, tirò su la visiera del suo casco e mi guardò, quasi con un’espressione rassegnata. Lo abbracciai mentre la moto prendeva velocità, e velocemente ci allontanammo dalla zona. Piansi, quando la tensione mi abbandonò, ma non seppi spiegarmene il motivo.

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