LA STORIA DI JACK IL VENTRILOQUO

papaveri

Ho scoperto che Jack il ventriloquo vive una vita normale. Che poi, pensaci!, non vuol dire proprio un cazzo di niente. Quanto vivi tra la gente, vivi sempre una vita normale, a modo tuo. Bene! Jack la vive proprio così la sua vita, ma parla con la pancia. Lui dice che parlare con la pancia gli fa male, che in ogni caso è peggio che muovere la bocca. Jack ha ragione: lo stomaco non mente, quello che sente lo vomita magari, ma difficilmente lo trattiene. Jack però non vorrebbe parlarvi di questo. Lui in una notte di luna piena… già, ma Jack non è un licantropo, non fatevi trascinare dall’entusiasmo, questa non è davvero una nera novella, perché lui vive una vita normale. Dunque, in una notte di luna piena Jack afferra il volante di pelle della sua auto, ingrana la marcia, che entra sempre male, e parte.
Gli sfila davanti un cunicolo d’asfalto pieno di notte, buio, lunghissimo e anche a Jack, come a tutti quelli che lo percorrono, sembra che quel rettilineo d’asfalto, duro sotto le quattro ruote, non finirà mai.
Tutto quel buio è presidiato di carne avariata, mignotte incatenate ai due margini dell’incubo, illuminate dalla rapidità dei lampi: si sa che le stelle declinano in fretta nel backstage, per trenta euro con ingoio.
Jack ingoia saliva e succo acre, dolciastro, di eroina, accelera, schiaccia il piede dentro quel rettangolo di lamiera sparato nel buio. La sua auto è una discarica a cielo aperto, puzza di gomma bruciata, come la strada, fetore di rimmati.
Dritta in gola brucia l’eroina, corre veloce Jack il ventriloquo, ma la puzza la porta dentro, dentro quell’auto, dentro quella strada dove la città scarica le immondizie di esseri umani.
Prima o poi ti abitui, Jack, a sopportare il fetore dei tuoi tappetini di gomma lerci di birra e piscio.
Ti abitui a tutto Jack, prima o poi. Devi solo correre veloce! Le mani strette sulla pelle lucida del volante, rattrappito, e la pancia non ti farà più male, soffrirai di meno. Ora lui respira con la bocca per non parlare, per non sentire il fetore.
Jack suda come un malato allo stadio terminale. E’ arrapato, non di sole puttane, e poi non ha con se il guanto. Non è gentile scopare qualcuno senza il guanto, è da incivili scopare le puttane senza indossare il guanto: se te lo sfili troppo presto, puoi rischiare di beccarti un’emozione, ma non c’è un guanto abbastanza duttile per il suo cuore, e lui non vuole prendersi lo scolo del sentimento.
Jack è arrapato, sì, ma proprio di vita. Per questo suda come un maiale scannato, perché quando sbavi dietro alla vita, quella ti si attacca addosso come un profumo da quattro soldi, il profumo che senti alla periferia dell’anima.
Perché, Jack, Tu un’anima ce l’hai! E non è dentro i tuoi coglioni, come pensi sempre, cercando di sborrarla svelto e dappertutto, ogni volta che ti si riempie. No Jack! Tu l’anima ce l’hai nello stomaco, ecco perché parlare con quello ti fa star male. Però ora senti solo il tanfo alla periferia del sentimento. Solo per questo.
Cazzo che notte stanotte, una notte come tutte le altre notti, ma cazzo se è strana forte stanotte.
Ma insomma Jack che vai cercando qui, in culo ai lupi, fuori della tua tana?
Slitta il rettangolo di lucido acciaio, sbanda. Bestemmi con cortesia. Jack è cortese, sapete?,sa come vivere tra la gente, sa vivere normalmente, ma parla con la pancia e gli fa male.
Jack guarda che ti ammazzerai così! Non te ne fotte niente, credo. Figurati se importa a me che ti vedo sfrecciare veloce e nemmeno ti conosco, né stasera né mai.
Jack non vede più nulla avanti a sé, immagina solo che la strada sia dritta, l’ha sempre vista dritta davanti a sé.
Ma! Cristo! Jack punta i piedi, si riscuote all’improvviso, un lampo freddo di coscienza, come i postumi dolorosi di una sbronza.
Una curva maledetta gli si para di fronte all’improvviso. L’auto derapa, slitta, frena scivolando sull’asfalto, non la controlla, si anima e guida la sua corsa, lambisce il parapetto scintillando frammenti di vita metallica che si spezzando nel buio.
Uno stridio ferroso, Jack curva, curva ed esce. Accosta l’auto e scende.
Esce alla luce. La luce. Sì Jack, la luce. Lui esce in un campo di grano macchiato di papaveri rossi.
Jack davvero non è stato mai bravo a scrivere i finali, ma non importa ora. Qui c’è tanta luce bionda e il finale scatta da sé e la storia finisce.
Allora è l’alba. Dio com’e’ bella quest’alba. Allora l’alba è proprio così e odora di salmastro, mentre le grosse formiche nere gli ballano sulle dita.
Ora canta una canzone di pancia.
Cantare di pancia non fa male ora sotto il cielo illuminato di luce immensa.
“Sai che ti dico?” – Jack sorride – “ Cantare di pancia, all’alba, in un campo di grano macchiato di papaveri rossi non fa male!”.

Dario de Giacomo

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2 risposte a “LA STORIA DI JACK IL VENTRILOQUO

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