IL COLORE DELL’ANIMA

IL Colore dell

Mi chiamo Valerio Parisi, ho cinquantotto anni e da tredici mesi combatto una malattia terminale che a breve mi porterà nella tomba. Ne hanno provate di tutte, ma il cancro l’ha avuta vinta, al solito. Ho visto morire prima mia madre e poi mia sorella; stessa storia, stesse procedure. Chemio, sofferenze, false speranze, miglioramenti e poi la sentenza. Intendiamoci, non mi aspettavo di guarire. Quando mi hanno diagnosticato il tumore maligno sapevo come sarebbe andata a finire, e mi va bene così. Nessuno piangerà la mia dipartita. Mia madre e mia sorella mi hanno preceduto, mentre mio padre non l’ho mai neanche conosciuto, e quindi sono più che sicuro che morirò da solo, in pace, insieme ai miei fantasmi.
Ma di uno di questi fantasmi, il più terribile e vergognoso, vorrei lasciare testimonianza in queste pagine. Quando qualcuno verrà a ripulire il mio appartamento forse si metterà a leggere questo quaderno e scoprirà un assassino. Per allora mi troverò beatamente sotto terra, a dare da mangiare ai vermi.

Questa non è una semplice confessione. Questo non è un atto di redenzione. Per quanto colpevole di un orribile omicidio, non cerco né scusanti né perdoni. Questo è semplicemente un omaggio alla verità, quell’inafferrabile chimera che gli uomini hanno da sempre la presunzione di rincorrere, ma che solo raramente, o forse mai, sono in grado di afferrare pienamente.
Il 18 settembre 1983 invitai a cena una mia collega di lavoro, tale Francesca De Luca, ventisette anni laureata in giurisprudenza, impiegata presso la medesima compagnia d’assicurazioni per la quale ricoprivo l’incarico di consulente. Non ho mai avuto successo con le donne e a trentadue anni contavo solamente un paio di brevi relazioni deragliate nella noia. Ma Francesca era una tipa in gamba, me ne accorsi subito, come mi accorsi che era di un livello troppo al di sopra di me. Sapete cosa intendo, vero? Prima dell’attrazione esiste un altro importante fattore che permette a due persone di convergere in una relazione, ed ha che fare con l’anima. Si, l’anima. Io credo fermamente nell’anima. Quella di Francesca era fulgida e grande, mentre la mia… beh, se continuerete a leggere queste pagine, ve ne renderete conto voi stessi di pasta è fatta la mia anima.
L’anima è qualcosa di più complesso di un codice genetico o di un profilo caratteriale. Se nasci con l’anima sbagliata, non puoi fare altro che accettarla, e cercare di fare meno danni possibile. Quella sera presi pienamente coscienza della natura della mia anima, e da allora ho sistematicamente evitato di avvicinarmi alle persone, per paura di fare loro del male.
Invitai Francesca a cena a casa mia, un incontro di cortesia e di lavoro. Ero sicuro che avrebbe rifiutato ed invece accettò e si presentò alle otto in punto con una bottiglia di vino e la bozza di una presentazione che stava preparando per la compagnia. Voleva avere la mia opinione ed io ero felicissimo di poterla aiutare.
Preparai la bistecca, l’insalata, bevemmo il vino e poi sparecchiammo insieme e incominciammo a parlare di lavoro. Mi mostrò il fascicolo che aveva con se, lessi, commentai, feci due battute, lei rise, versai altri due bicchieri di rosso e bevemmo di nuovo. La serata procedeva alla grande. Poi successe qualcosa di sbagliato.
Prima di quella sera non avevo mai preso l’iniziativa con una donna. Non sono mai riuscito a percepire i segni e i tempi giusti. Le donne che avevo avuto fino a quel giorno avevano sempre fatto il primo passo, ma quella volta provai ad andare contro la mia natura passiva ed insicura. Le afferrai la mano, la guardai e provai a baciarla.
Gli eventi che seguirono rimangono confusi nella mia mente, nonostante abbia provato per molti anni a riesumarli nei minimi dettagli. Ricordo che lei evitò il mio bacio e ritirò la mano, ricordo che si alzò dal tavolo e disse qualcosa, ma non ricordo assolutamente cosa. Ricordo che incominciò a raccogliere le sue cose per andarsene, ma non ho idea di come la raggiunsi alla porta di casa, per afferrarle i capelli e sbatacchiarle la testa contro il tavolino di marmo dell’ottocento che avevo nell’ingresso.
Ricordo le mie mani che le stringevano la gola, ricordo lei agonizzante sulla moquette grigia, ricordo il suo sguardo supplichevole poco prima di esalare l’ultimo respiro, ma non ricordo affatto la ragione per la quale mi era improvvisamente scattata quella furia omicida.
Rimasi seduto accanto al corpo di Francesca per più di un’ora, a contemplare l’abatjour riversa sul pavimento, con la lampadina che nella caduta doveva essersi svitata e perciò lampeggiava convulsamente. La contemplazione mi aiutò a decifrare il colore della mia anima, ma non a farmene una ragione. La mia anima è nera, obliante, succhiatrice di luce, un assurdo vortice del nulla. Dopotutto mi ritengo un uomo fortunato, o forse i fortunati siete voi. Se avessi ascoltato la mia anima più spesso avrei continuato a mietere vittime, invece ho preso coscienza della mia natura e mi sono fermato lì, nell’ingresso del mio vecchio appartamento, accanto al corpo senza vita di una giovane avvocatessa.
Quello che è successo dopo potreste trovarlo rivoltante. Se così fosse vi assicuro che il problema è solo vostro. Se siete della anime chiare oppure grigie, potreste pensare di me come ad un folle. Se siete delle anime candide penserete che sia l’incarnazione del male. In realtà questo è solo un gioco di percezioni. La verità va oltre la rappresentazione di noi stessi in questa farsa che chiamiamo vita. Ma non complichiamo troppo la storia e cerchiamo di tornare al punto.
Francesca era morta e niente l’avrebbe fatta ritornare in vita. Capii che il bisogno di esorcizzare quell’evento e di fare i conti con il colore della mia anima era l’unica priorità plausibile di quella storia di morte. Compresi che se avessi cercato di accettare la mia natura con troppa leggerezza avrei rischiato di rimanerne sopraffatto, per questo nascosi immediatamente il corpo. L’anno prima un amico mi aveva chiesto se avevo posto per un congelatore a pozzo, di quelli che i bar usano per i gelati. Si era separato dalla moglie ed era tornato a vivere con sua madre, ma era in attesa di comprare casa e andare a vivere da solo. Chissà per quale motivo aveva fatto dodici rate per quel congelatore, che poi aveva piazzato nel mio appartamento. Non è mai tornato a riprenderselo, perché sei mesi dopo tornò a vivere con sua moglie e non c’era spazio per quell’affare che alla fine rimase a me. A quei tempi i cibi congelati non avevano ancora un grande mercato, ma io, vivendo da solo, lo trovai molto utile. Congelavo praticamente tutto; carne, pesce, pane, verdure, pasta fresca. Ciononostante il frigo era sempre mezzo vuoto.
Quella sera lo svuotai completamente e ci infilai il corpo di Francesa. Mi  preoccupai di toglierle i vestiti prima di metterla dentro, per una semplice questione di igiene. Poi ricoprii il suo corpo con sacchettini di piselli, broccoletti, bistecchine di maiale, ossi buchi, orate, ravioli di patate e filoncini da mezzo chilo. Non riuscì a ricoprirla completamente. Rimanevano fuori un piedino con le unghie smaltate, un gomito e una ciocca di capelli. Pazienza, pensai, e chiusi il congelatore.
Ci furono le indagini della polizia sulla sua scomparsa, articoli in terza pagina sui quotidiani più importanti e ne parlò anche il telegiornale. Mi aspettavo che la polizia irrompesse nel mio appartamento da un momento all’altro. So che vi parrà strano ma la cosa non mi preoccupava minimamente. Se avessero bussato alla porta li avrei condotti immediatamente al congelatore a pozzo. L’idea di farmi l’ergastolo o di passare per un pazzo non mi turbava. Avevo altro a cui pensare. Dovevo fare i conti con il colore della mia anima.
Ancora mi chiedo perché nessuno venne a chiedermi niente. Quella sera Francesca venne in taxi, quindi la polizia avrebbe potuto risalire a me solo attraverso il tassista, che sicuramente non aveva prestato attenzione a una delle sue tante clienti. Ancora più strano mi sembrò il fatto che non avesse parlato con nessuno del nostro incontro. Insomma, anche se avessi voluto cancellare gli indizi su di me, non ce ne sarebbe stato bisogno, per il semplice fatto che non c’era alcun indizio su di me.
Dopo tre mesi nessuno parlò più di Francesca De Luca, neanche a lavoro, eppure lei era sempre con me, sotto i pisellini primavera e gli ossi buchi.
A quel tempo abitavo a poco più di dieci minuti di cammino dal mio ufficio, una passeggiata molto piacevole interrotta da un cappuccino e un cornetto al bar Jolly che si trovava a metà strada. Prima del bar passavo  un ponticino che dava sopra un canale di scolo, buio e melmoso. Fu in quel canale che nell’arco di tre mesi e mezzo mi liberai del corpo di Francesca, un pezzettino alla volta, così come un poco alla volta accettai la mia natura deviata.
Mi alzavo la mattina, facevo la doccia, prendevo il caffè, e prima di vestirmi andavo a prendere, dalla cassetta degli utensili, il flessibile che mi ero comprato per l’occasione. Indossavo una mascherina e un grembiule bianco impermeabile e aprivo il congelatore. Dopo avere estratto i cibi in superficie, azionavo la lama rotante e amputavo un pezzettino del suo corpo. Incominciai con la mano destra, all’altezza del polso. Il flessibile riscaldandosi scongelava velocemente la carne e qualche gocciolina di sangue schizzava sulle pareti del congelatore oppure sui miei occhiali di protezione, ma niente che non si potesse levare con un colpo di spugna. Il pezzo lo infilavo in un sacchetto di plastica per alimenti surgelati (all’epoca era davvero difficile trovarli per uso privato) e poi rimettevo tutto a posto, ragazza e broccoletti.
Per quasi quattro mesi, come vi dicevo, me ne andai a lavoro con un sacchettino di plastica ed un pezzo di Francesca nella borsa dei documenti della compagnia. Mi fermavo sopra il ponte e con noncuranza, senza neanche preoccuparmi che qualcuno potesse trovare curioso quel mio comportamento, svuotavo il sacchetto nel canale di scolo. Ogni volta che eseguivo questo rituale mattutino, apparentemente efferato e folle, sentivo una strana quiete depositarsi sul mio cuore, come una cicatrice che si rimargina pian piano. Immaginavo che stessi lentamente chiudendo la porta segreta che avevo spalancato dentro di me, quella sera funesta in cui mi avventai su Francesca. Volevo chiudere a mandata quella stanza e gettare via la chiave, segregando la mia nera anima una volta per tutte.
E così riuscii a fare. Insieme all’ultimo pezzo di lei, il suo piedino sinistro, in una bella mattinata di marzo, tornai ad essere quello che ero prima dell’omicidio, tuttavia cosciente delle mie crudeli potenzialità.
Questa è la verità. Adesso la conoscete, e per quanto terribile dovrete anche voi fare i conti con lei, come li feci io sopra il canale di scolo. Non ho rimorsi. Non ho rimpianti, e credo che se esiste davvero un dio, dimostrerà la sua comprensione nei miei confronti. Se davvero è stato lui a soffiare l’alito di vita nella mia anima, deve averci avuto i suoi motivi.
Ed io non mancherò dei chiedergli spiegazioni, molto presto, appena ne avrò l’occasione.

GM Willo – Altri Lavori

Foto di Al Fred: http://www.flickr.com/photos/al_fred/

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2 risposte a “IL COLORE DELL’ANIMA

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