L’UOMO DI CASA

Era da quando aveva compiuto otto anni che la nonna aveva iniziato a rivolgersi a lui dicendo: “ecco il mio ometto…”; oppure: “eccolo qua il nostro uomo di casa…”; e Robertino quelle volte si era sentito ancora più timido di come era davvero, non all’altezza, tanto da arrossire e abbassare i suoi occhi, nonostante gli piacesse da matti sentirsi grande, importante, o forse anche proprio per questo. La mamma lavorava tutto il giorno e rientrava sempre tardi a fine giornata, sempre di corsa com’era, con quelle buste di spesa del supermercato per preparare in fretta la cena e poi dopo poco metterlo a letto. Al pomeriggio Roberto stava con lei, con la nonna, e si sentiva bene quando incontrava il suo sguardo pacato uscendo da scuola assieme ai compagni, ci trovava un senso di rassicurante in quei suoi vestiti, in quell’espressione dolce e simpatica che aveva tutta per lui. La mamma non era così, la mamma era sempre nervosa, certe volte non lasciava neanche il tempo di dire le cose. Del periodo quando il papà abitava ancora con loro, Robertino non ricordava quasi più niente, giusto qualche giorno speciale in cui era successo qualcosa di bello, una gita, un regalo, ma pochissime cose; soprattutto, se proprio doveva pensarci, ricordava le discussioni di sera con quelle stridule voci mezze gridate, e la difficoltà, nonostante il cuscino sopra la testa, nel riuscire a prendere sonno, con quelle porte sbattute che certo non erano mai un bel segnale. Poi era andato via, suo papà, quasi senza avvertirlo, ma lui era ancora piccolo, e non aveva mai detto alla mamma che quell’assenza gli sembrava terribile. La nonna gli aveva spiegato qualcosa, ma Robertino non voleva sapere, non gli interessavano gli affari dei suoi genitori, così aveva sempre cambiato discorso, non voleva saperne di niente. La nonna gli aveva anche promesso che il papà sarebbe andato spesso a trovarlo, magari all’uscita da scuola, ma era successo solo tre o quattro volte, e quelle volte suo padre era andato lì, lo aveva tenuto per mano per dieci minuti, gli aveva chiesto come gli andava, poi basta. Ma quel giorno di maggio sembrava fosse cambiato qualcosa: la mamma aveva detto che il papà avrebbe fatto un giro con lui, quel pomeriggio, lo avrebbe portato con sé, a fargli trascorrere un’ora diversa, e Robertino era rimasto in silenzio, non aveva detto niente, ma solo per paura di sbagliare parole, perché dentro di sé si era sentito contento, contento come mai prima. Era venuto a prenderlo con la sua moto nuova, il papà, la nonna gli aveva fatto un sacco di raccomandazioni, aveva coperto Roberto fino all’inverosimile, poi finalmente loro due erano partiti. Sotto di loro la moto rombava, era la prima volta che Roberto ci saliva, il vento arrivava da tutte le parti e lui si stringeva forte al papà, proprio come lui gli aveva spiegato di fare mentre lo sistemava sopra la sella. Era bello vedere le case che scappavano via, dietro le spalle, e Roberto guardava le macchine, gli alberi lungo i viali, le persone sui marciapiedi. Era bella quella strada che facevano assieme, a Roberto piaceva tantissimo, e con la mente cercava di rallentare ogni fase, come a gustarsi più a fondo ogni particolare. Poi si erano fermati ai giardini, ad un tavolo di un chiosco all’aperto, giusto il tempo per mangiare un gelato. Non aveva parlato molto Roberto, e neanche suo padre, però si erano guardati, e forse andava bene così. Poi erano saliti di nuovo sopra la moto, e via, verso casa. Adesso Robertino si sentiva più triste, chissà quando avrebbe rivisto il papà: giurava a se stesso che nei giorni seguenti avrebbe scrutato tutte le moto lungo la strada, quando usciva da scuola, nella speranza di vederlo arrivare. Ma adesso assaporava ancora quegli ultimi attimi prima di arrivare ai saluti, e si stringeva ancora più forte sopra la moto, e pensava tra sé che non gli sarebbe importato un bel niente se la nonna non lo avesse più chiamato “l’ometto di casa”: suo papà adesso era lì, proprio con lui, stretto tra le sue braccia, e lui non lo avrebbe più voluto lasciare; ma Roberto si sentiva ancora troppo bambino, e sapeva benissimo che quelle sue braccia non erano davvero quelle di un uomo, come diceva la nonna, e per quanto avesse potuto sforzarsi, erano deboli, non sarebbero mai riuscite a tenere suo padre con sé.

Testo di Bruno Magnolfi – Altri Lavori

Immagine di Giulia Tesoro – Altri Lavori

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