LA SAGA DEGLI ASTROMANTI ATTO III

Si conclude oggi il terzo atto della Saga degli Astromanti, un progetto fantasy iniziato lo scorso anno e portato avanti attraverso 60 interventi all’interno del blog 101 Parole. Ogni capitolo è infatti composto esattamente da 101 Parole.

Ultimamente ho scritto per questa mini-saga anche alcuni racconti che andranno ad aggiungersi ai tre atti in un e-book di prossima pubblicazione. Le storie di questo mondo immaginario in cui i maghi attingono i loro poteri dal cosmo, saranno accompagnate da alcune immagini astronomiche che ho personalmente elaborato in photoshop, una vera e propria galleria magica. Qui sotto il riadattamento dell’esplosione di una supernova.

Estratti direttamente dal blog 101 Parole, ecco qui i venti interventi che compongono il terzo atto di questa saga. Per visionare il resto della storia seguite questi link: Atto I, Atto II, Il Presagio del Nero Occhio (il primo dei quattro racconti che faranno parte della pubblicazione digitale).

IMMAGINE: Residui di Supernova (GM Willo)

LA GASA DEGLI ASTROMANTI  ATTO III

I. ESILIO

«Cosa facciamo adesso?» domandò Rudor al maestro Tielsin.
«È giunto il tempo di risanare la terra. Dobbiamo andarcene» rispose l’astromante.
«Tielsin ha ragione. Gli uomini non hanno più bisogno di noi…» aggiunse Alia.
Il giovane Kido, nonostante il tradimento, piangeva accanto al cadavere del padre.
«Questa torre ospiterà i nostri corpi, mentre gli spiriti alloggeranno presso la nebulosa dell’Aquila. Rudor, radunerà gli altri astromanti e Kido rimarrà a vegliare le nostre spoglie mortali.»
«Io?» domandò il ragazzo tra i singhiozzi.
«Sei il più giovane e hai dimostrato di avere molto più giudizio di tuo padre. Si, tu rimarrai qui ad osservare.»

II. YILEIT

Yileit respirava piano. Sentiva il vuoto attorno al suo corpo. Protese la parte eterea di se stessa dentro quel nulla assordante.
«Lo avverti, adesso?» domandò il vecchio.
«Si… è l’Inizio…» rispose lei, dentro il sogno.
Le mani nodose del maestro centenario lasciarono la presa sulle tempie dell’adepta. La ragazza aprì gli occhi.
«Sei pronta, Yileit. Ora finalmente potrò incontrare l’Abisso…»
«Ma maestro…» provò a dire lei.
«No. Lasciami solo. Vá, adesso! Porta la parola del cambiamento. Lasciami morire felice…»
Yileit accarezzò i capelli bianchi del maestro, poi uscì dal tempio degli Entropici, l’ultimo rimasto.
Il nuovo Inizio era la Fine, pensò.

III. ANIME VUOTE NEL TEMPIO DELL’ABBONDANZA

Erano passati settant’anni dall’avvento di Adú, il dio del fuoco, e più di un secolo dall’ultima guerra contro gli Entropici. Le dieci città prosperavano come mai era accaduto. Lontani erano i giorni in cui gli Astromanti vegliavano le rocche e i palazzi dei principi, e la minaccia del Grande Collasso aleggiava come un ombra sul cuore di ogni uomo. Adesso la magia era quasi una leggenda nelle terre dal Grande Mare alla Breccia. Eppure gli uomini, che vivevano in leggerezza e in abbondanza, si sentivano insoddisfatti, come se la pace tanto desiderata avesse svuotato i loro animi trasfigurando il loro destino.

IV. IL TEMPIO DEL DIO FASULLO

Yileit si avvicinò al tempio del dio fasullo. I fedeli erano prostrati sui gradini che portavano alla grande effige marmorea, un uccello dalla testa di lupo. Alcuni di loro mormorarono quando lei li oltrepassò, prendendo posto vicino alla statua. Non era permesso toccarla…
«Donna, come osi?» gridò qualcuno. Ma Yileit ignorò quelle parole e allungò la mano verso il muso del simulacro. Un suono simile ad un risucchio precedette l’incantamento. La statua scomparve come se fosse stata inghiottita dall’aria.
«Ecco quanto vale il vostro dio!» disse Yileit. Poi parlò loro di Entropia e dell’universo oltre il velo.

V. LA VEGLIA

Numi osservava il deserto dalla torre che era appartenuta al padre, in un tempo remoto di cui ricordava appena. Aveva trascorso una vita in solitudine, a guardia dei corpi dei maestri, solamente per espiare le colpe del genitore. Forse non era stato giusto, ma era quello che si era sentito di fare, ed era sicuro che se avesse potuto tornare indietro avrebbe fatto la medesima scelta. Aveva un solo rammarico, non essere riuscito a lasciare un erede per portare avanti la veglia. Doveva richiamare il maestro Tielsin, la cui anima dimorava da settant’anni nel cosmo. Poi anche lui avrebbe finalmente dormito…

VI. IL RISVEGLIO

«Numi, quanto tempo è passato?»
«Settant’anni…»
«Hai vegliato sui nostri corpi tutto questo tempo? Perché? Avresti potuto chiamarci prima.»
«Maestro, sono in pace con la mia scelta…»
«Capisco…»
«Non so quanto tempo ancora mi rimane. Sento che le forze mi stanno per abbandonare. Per questo motivo vi ho richiamato.»
«Certo.» Tielsin cercò negli occhi umidi di quel vecchio lo sguardo del ragazzo che aveva lasciato a custodire la torre. Il sonno degli astromanti aveva alterato la sua percezione del tempo. Si sentiva come se avesse dormito solo qualche ora.
«Ci sono novità dal mondo?»
«Domani verranno i nomadi a portare notizie.»

VII. NOTIZIE DAL MONDO

Giunsero i nomadi con i cammelli e le tende multicolori. Si accamparono sotto una duna di sabbia, a un tiro di sasso dalla torre. Uno di loro, bruno e coi capelli raccolti, chiese di poter utilizzare l’acqua del pozzo.
«Quali notizie porti dal mondo?» domandò Tielsin.
«È stata una buona annata per i villaggi» rispose il nomade mentre riempiva alcune bisacce.
«E le dieci città?»
L’uomo bruno si fermò e guardò il cielo.
«Nessuna notizia…»
«Ma…» lo incoraggiò l’Astromante.
«Tra di noi vive una Sognatrice. Da mesi percepisce il malcontento… La gente laggiù non è felice.» Poi tornò sui suoi passi.

VIII. RITORNO AD OVEST

Alia, Rudor e Tielsin salutarono con un lungo e commovente abbraccio il compagno Kido, troppo vecchio per seguirli, e ripercorsero a ritroso la strada che avevano fatto insieme settant’anni prima. Non vi era più traccia del passaggio dell’orda di Adù e la natura, complice il tempo taumaturgo,  aveva ripreso possesso del territorio.
I tre Astromanti, probabilmente gli ultimi conoscitori dei segreti del cosmo, viaggiarono per settimane attraverso il deserto, le paludi, la foresta, fino ai villaggi sotto l’imponente catena montuosa che veniva chiamata La Breccia. Più oltre vi erano le dieci città, eredità di una civiltà perduta ma non ancora distrutta.

IX. TYRIA

Tyria non era cambiata, almeno nell’aspetto. La capitale delle dieci città, con le sue torri, i suoi palazzi e il grande osservatorio la cui cupola era visibile fin dai pendii orientali, scintillava dei riflessi del sole spuntato d’improvviso dopo un giorno di pioggia torrenziale. I tre Astromanti entrarono nella prima locanda per un boccone ed un boccale, e per poter asciugare le vesti impregnate d’acqua. Alcuni avventori guardarono di sbieco le tuniche ricamate di stelle e qualcuno non nascose il suo disappunto.
«…eppure si diceva che erano tutti morti…»
«…non ci si può fidare di quei fattucchieri…»
«…sono tornati i guai…»

X. PENSIERI AL COSPETTO DELLA GALASSIA

I tre Astromanti osservavano il cielo rapiti, poco fuori le mura di Tyria. La Via Lattea si mostrava ai loro occhi in tutto il suo splendore.
«Cosa credi che sia successo? Perché la gente è così distante?» domandò Alia al maestro Tielsin.
«Sembra che siano tutti nervosi e inappagati…» aggiunse Rudor.
«Non saprei, ma temo che le vecchie idee degli Entropici potrebbero mettere facilmente radici in un terreno così fertile…» sospirò Tielsin.
«Ma gli Entropici sono stati sconfitti, no?»
«Si, Alia… ma le loro idee vivranno sempre tra gli uomini…»
«Allora che facciamo?» domandò Rudor.
«Aspettiamo…»
Nel cielo cadde una stella.

XI. L’ENTRATA DI YILEIT NELLA CAPITALE

Le parole di Yileit anticiparono la sua entrata nella capitale. Arrivò su una carrozza nera trainata da dodici cavalli corvini, e nere erano pure le guardie al suo cospetto. Il re di Tyria le venne incontro con il capo chino e il popolo circondò il suo carro. Per omaggiarla pianse trasportato da una tristezza contagiosa, un abisso tiepido in cui rovesciare la propria anima.
I tre Astromanti videro tutto ciò nascosti tra la folla sofferente e seppero che una nuova guerra contro gli Entropici era incominciata. Questa volta non si sarebbe combattuta con la magia, ma con la forza delle idee.

XII. LA MALEDIZIONE DELL’UOMO

Yileit non si diceva un Entropica, perché tra la gente era ancora vivo il ricordo delle tre guerre. Professava la religione dell’Abbandono e venerava il dio Oblio. Le parole potevano cambiare ma Tielsin sapeva che il fine era sempre quello; l’annientamento.
«Perché gli uomini sono così affascinati dall’oblio?» domandò Rudor al maestro.
«Sono prigionieri della loro mobilità. Sono convinti di sentire il bisogno di cercare sempre qualcosa di nuovo, e quando si possiede tutto il desiderio più grande diventa il non avere più niente.» La voce di Tielsin suonava affranta e stanca.
«Ed è sempre stato così, maestro?»
«Sempre, figliolo… sempre!»

XIII. LA CADUTA

«Qui non c’è più niente che possiamo fare» ammise mestamente maestro Tielsin. I suoi due compagni lo guardarono sbigottiti.
«Che cosa significa, maestro?» domandò Alia.
«Avete visto i volti della gente, i loro sguardi infossati, la loro pelle appassita. Si stanno lasciando morire… Non abbiamo niente contro cui combattere. Uccidendo Yileit velocizzeremmo solo il corso degli eventi. Il virus che lei ha iniettato è ormai in circolo. L’unica cosa che possiamo fare è preparare i villaggi…»
«Ma questo significa che le dieci città cadranno…»
Tielsin guardò negl’occhi della donna, colmi di un dolore profondo.
«Alia, le dieci città sono già cadute…»

XIV. BRUCIANO LE DIECI CITTÁ

Scie di pellegrini lasciavano le grandi città ed i paesi dal grande mare alla Breccia. Erano i sopravvissuti alle fiamme da loro stessi appiccate ed i prescelti per portare la parola della sacerdotessa Yileit. Lentamente queste silenziose processioni di anime tristi avanzavano in direzione delle montagne. Alia, Rudor e Tielsin ne potevano distinguere due in lontananza, mentre attraversavano il passo settentrionale della Breccia.
«Che cosa vogliono?» domandò Alia al grande maestro.
«Ciò che hanno sempre voluto; il Grande Collasso…»
«Ma come potrebbe essere?»
«Muoviamoci» intimò Tielsin, «vi spiegherò tutto mentre camminiamo».
Il canto funebre delle dieci città si alzò dalle pianure.

XV. L’UNIVERSO IMMOBILE

“Secondo le scritture dei Profeti Astromanti, ogni evento che accade nel nostro universo fa parte di un disegno circolare. Ecco perché tutto, prima o poi, ritorna. Alterando le fondamenta su cui si basa la stessa esistenza del cosmo, è possibile stabilizzare questo universo. Dalla circolarità all’immobilità.
Per innescare questa rivoluzione bisognerebbe che molti maghi richiamassero un potere tale da distruggere l’intero sistema solare. Questo incantesimo è chiamato il Vibrato.
La magia è un modo, ma ne esiste un altro. Se la maggioranza degli uomini fosse disposta ad accettare l’annientamento dello schema ciclico, il processo di rimodellamento dell’universo avverrebbe in modo naturale…”

XVI. LA PROFEZIA DI GRASIAN IL FOLLE

“Durante l’ultima guerra, quella che avrebbe spazzato via una volta per tutte l’umanità, non si sarebbe versata neanche una goccia di sangue.” Così un pazzo profeta, un folle Astromante e poi Entropico ripudiato, aveva scritto nelle sue memorie. Il suo nome era Grasian e morì solitario nel deserto, lontano dagli affari del mondo magico. Nei suoi studi presso l’osservatorio di Tyria, dopo gli insegnamenti del maestro Braman, Tielsin venne a conoscenza di questa profezia, ritenuta sciocca ed inverosimile. Eppure il mago ne era rimasto da sempre affascinato.
Ora, mentre gli uomini si lasciavano morire davanti ai suoi occhi, capiva finalmente perché.

XVII. IL TUONO

Il contadino abbracciava il figlio e la sua donna, con le spalle rivolte alla fattoria e lo sguardo sui campi lasciati a maggese. Singhiozzavano teneramente, stringendosi formando un intreccio organico di pelle ed ossa, tre ombre di un mondo in declino.
«Cosa li hai detto?» domandò Tielsin.
«Di coltivare… ma non ne hanno voluto sapere.» Gli occhi di Alia erano stanchi ed arrossati.
Un tuono percorse il cielo privo di nuvole.
«Che succede?» chiese Rudor.
Tielsin guardò in su ma non rispose. Si rimise in cammino verso gli altri villaggi, avvolto nel suo mantello le cui stelle sembravano essersi ormai offuscate.

XVIII. L’ABBANDONO

Le parole non avevano più potere ormai. La fine era prossima. Tielsin, Alia e Rudor ripercorsero di nuovo la strada verso il deserto. Incrociarono i nomadi la cui carovana era stata decimata dall’Abbandono. Ormai tutti lo chiamavano così. Chi non riusciva a lasciarsi morire era visto come un debole, indegno del cambiamento in corso. La viltà poteva rivelarsi il miglior antidoto contro il virus insinuato da Yileit.
Finalmente la torre apparve tra i giochi di luce delle dune. Kido sedeva vicino all’entrata, con gli occhi chiusi e le braccia consorte.
«Perché siete tornati?» domandò.
«Perché non c’è più nulla da fare…»

XIX. IL DONO DI YILEIT

Nel cielo sopra il deserto rimbombava ininterrottamente  il tuono. Gli Astromanti sapevano che quella era la canzone che preannunciava il Grande Collasso.
Nella luce dorata di mezzogiorno apparve in lontananza una figura minuta, ammantata di nero. Tielsin seppe nel momento stesso in cui la vide che si trattava di Yileit. Le andò incontro accecato dall’odio.
«Poco importa a questo punto, ma almeno mi prenderò la soddisfazione di ucciderti…» le disse, richiamando le meteore.
Lei lo guardò con occhi antichi.
«È per questo che sono qui, per donarti la mia vita…»
Le meteore esplosero lontano dalla donna.
Tielsin cadde in ginocchio piangendo.

XX. UNA STORIA SENZA TEMPO

«Dove andremo?» domandò l’Astromante.
«Da nessuna parte…» sussurrò Yileit. La sua voce era serena e triste.
«E le anime in attesa?»
«Insieme a noi…»
«Ma se…»
«Tielsin, Alia, Rudor, Kido, guardatemi. Questa non è la fine, ma non è neanche l’inizio come lo abbiamo sempre pensato. È qualcosa di nuovo, inafferrabile. Provate ad immaginare una storia senza tempo…»
«Una storia senza tempo?»
«Si. Tutto sarà semplicemente, e basta.»
«L’Universo Immobile… Ma come può esistere qualcosa al di fuori del tempo?»
«Noi siamo eterni, ricordatevelo. Non apparteniamo a alla ciclicità degli eventi. Siamo, tutto qui…»
Poi il tuono coprì le loro voci.

FONTE: http://101parole.blogspot.com/

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