IL NASTRO ROSSO

di Fida

Il salice piangente è la mia casa: non fraintendetemi, non ho né una capanna sull’albero né vivo accampato sotto di esso. Ogni salice ha un suo spirito guida ed io sono uno di loro: il mio nome è Ghitash. Il mio compito? È aiutare i puri di cuore a riconoscere e perseguire il proprio destino. Non si tratta di magia, ma è una questione di propria consapevolezza interiore. Sono relativamente giovane. Ho solo 1300 anni.
La mia casa è subito riconoscibile: si trova in un giardino, ha rami lunghi che toccano terra come braccia amorevoli e su di ognuno c’è un nastro rosso annodato in ricordo di un desiderio avverato. La tradizione vuole che il giorno del solstizio d’estate chiunque può venire da me, vedermi e farmi una domanda o esprimere un desiderio; solo annodando un nastro bianco ai miei rami si potrà vedere realizzato il proprio desiderio più grande. Una volta che questo accadrà, allora e solo allora si dovrà tornare per sciogliere il nastro e sostituirlo con uno rosso.
Ho visto ogni sorta di persone, dalla coppia col desiderio di un figlio alla vecchietta con problemi di salute: per ognuna di loro sono stato di aiuto e conforto. Ma ancora oggi mi rimane un dubbio, una perplessità: ogni giorno guardo quel nastro bianco tra i tanti rossi. Un bianco che un tempo era immacolato, un nastrino in raso che col tempo e le intemperie ha perso di lucidità. Ricordo la ragazza che venne ad annodarlo: aveva circa 16 anni, capelli neri e lunghi, una pelle candida e due grandi occhiali che le coprivano quasi tutto il volto.  Sentivo che era nervosa, intimidita. Lo percepivo nell’aria la sua paura, il suo timore ma aveva qualcosa di diverso rispetto agli altri: lei era impenetrabile. Se con le altre persone mi riusciva facile capire il loro desiderio e comprendere il motivo che le spingeva a rivolgersi a me, con lei non mi è stato possibile saperlo.
Ancora oggi non so perché abbia annodato quel nastro sul mio ramo.  C’era tenerezza nei suoi gesti; ricordo che le mani le tremavano e per ben due volte il nastrino le cadde a terra e ci mise più del dovuto per fare un fiocco come si deve. Ma ancora oggi, a distanza di due anni, quel nastro è ancora là! Ogni giorno lo guardo e spero sempre di poter penetrare il mistero che lo avvolge: cerco di carpirne i segreti, i timori e le paure che la ragazza lasciò su di esso attraverso le sue mani.

Un giorno, quando ormai avevo perso le speranze, ecco avvicinarsi una donna al salice: lo sguardo triste, la pelle chiara, gli occhi rossi sintomo che avevano pianto. Indossava un abito scuro, nero, e portava un fazzoletto in mano stretto con una tale morsa che sembrava volesse che gli penetrasse le mani. Questa donna aveva qualcosa di familiare: pensavo fosse venuta ad esprimere il suo desidero ma poi ripensandoci non poteva essere così, poiché ancora non era arrivato il 21 giugno.
La vidi titubare, guardarsi attorno come per non farsi notare da sguardi indiscreti e poi risoluta avvicinarsi ai miei rami. Con mia grande sorpresa si fermò proprio davanti al nastro che era, per me, fonte di profondo mistero. Con gesti frettolosi, sciolse il pezzo di stoffa sostituendolo con un nastro di un rosso splendente, di un rosso che non se ne vedono tutti i giorni: un rosso che vuole dire “eccomi qui, esisto anche io!”.
La donna, giunta a piedi, a passo lento, quasi solenne, davanti alla mia dimora, era venuta a terminare il lavoro che la giovane donna non era riuscita a finire. Lei, a differenza della ragazza più giovane, mi permise di entrarle dentro, nel cuore e nell’animo così che potei leggerle nel profondo e scoprire finalmente che il desiderio della ragazza, espresso tempo fa, si era avverato.
Quando ebbe finito si girò per andare via e in quel momento mi venne in mente di apparirle per poterle parlare, rompendo la regola che vige tra noi spiriti dei salici, nel mentre però la signora si fermò, si girò e con voce flebile guardando nella mia direzione pronunciò queste parole: “avrei voluto non dover mai venire, avrei preferito rimanesse per sempre bianco. Ma lei ha voluto essere davvero libera. Di notte sognava sempre di essere una farfalla piccola e delicata. Sognava di volare via. Questo desiderava venendo qui: di poter lasciare quel suo corpo pesante e ferito”.
Terminato che ebbe di parlare, dal cielo caddero i primi fiocchi di neve, di quella neve che, con lo splendore che conferisce al paesaggio, porta con sé un silenzio che non è soltanto immaginario.

Fida – Altri Lavori

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