EUPHORIA

La luce è soffusa. La grande sala è appannata di fumo. La musica rimbomba. La massa brulica, si muove come un cumulo di formiche intrappolate che stanno per impazzire, ma anche in mezzo a loro la scorgo. La sua massa di capelli arancioni si agita forsennata. Cattura subito la mia attenzione.
Finisco la birra d’un fiato e le vado incontro. Getto il bicchiere di plastica a terra, un secondo dopo viene calpestato sotto una miriade di suole sporche. Mi faccio largo tra la folla.
Quando la raggiungo lei non mi nota subito. Continua a dimenarsi al suono di quel punk frastornante. Ac/Dc. Ramones. Germs. Emana un odore di fumo e sudore. Ha una minigonna rosa shocking con motivo scozzese. Le calze a rete bucate. Una maglietta scolorita dei Punkreas annodata a scoprirle la pancia. Un borsello borchiato, tempestato di spille tonde, portato a tracolla. Le sobbalza su un fianco.
Finalmente si gira. Si accorge di me. Mi fulmina con lo sguardo. Mi cattura.
La canzone cambia. Balliamo insieme quella canzone stonata. Al secondo ritornello lei si getta verso di me, le braccia attorno al mio collo, e mi ficca la lingua in bocca con tanta violenza che quasi mi fa male. È una forza della natura.
Non so come si chiama, ma per me è la Regina del Punk.
Si struscia un po’, poi avvicina la bocca al mio orecchio e sussurra. “Vieni con me.”
Mastica una gomma.
Prendendomi per mano mi trascina tra la folla. Mi porta in bagno. Mi spinge dentro uno dei cessi e chiude la porta. La serratura scatta. Clack! Il fetore di piscio e fumo e vomito è insopportabile.
Lo sguardo di lei è lucido di libido. Suppongo debba esserlo anche il mio.
Con foga mi slaccia i pantaloni e a quel punto sono disposto a farmi fare di tutto. Di tutto.
“Sei carino” dice lei. Si toglie la gomma dalla bocca e l’incolla alla parete. Rovista nel borsello con una mano, con l’altra si infila nei miei boxer.
“Anche tu non sei male” dico. Le parole mi escono come un mugugno.
Lei sorride maliziosa. Mi poggia una mano sullo sterno e mi costringe a sedermi sul water.
“Hai qualcosa per mandarci in orbita?” si mette a cavalcioni su di me.
Sorrido. Un sorriso da ebete. Mi metto una mano in tasca e le agito davanti al naso un sacchetto. Dentro ci sono delle pastiglie rosse. Pastiglie di Euphoria. Quanto di più potente esista sul mercato per mandarti in orbita e fare punk tutta la notte. Fresche fresche dalla Colombia.
Il suo viso si contrae in una smorfia di sadico piacere. Mi toglie il sacchetto dalle mani. Si toglie da sopra di me. Pantaloni e boxer ricadono a terra, sul pavimento sudicio. Si acciambellano intorno alle mie caviglie.
“Rilassati” mi dice. Mi ordina.
Getto la testa all’indietro, l’appoggio contro il muro. Chiudo gli occhi. Mi concentro sul piacere. Poi tutto accade in meno di un secondo.
Mi sento accarezzare la gola dalle sue dita fredde. Un brivido mi percorre la schiena. Mi scende giù nello stomaco.
Riapro gli occhi e provo a dire qualcosa. L’unico suono che mi esce dalla gola è un rantolo strozzato. Attorno a me le pareti del bagno sono affrescate con glifi rossi. Rosso sangue. Mio sangue.
Alzo gli occhi su di lei. Si è appiattita contro la porta del bagno. Alcuni schizzi di sangue le hanno rigato la maglietta. La pancia.
Mi porto le mani alla gola come per cercare conferma. Si, sono io che sanguino.
Noto un taglierino nella sua mano. Gocciola gocce vermiglie. Lei sorride malefica. Attende la mia morte.
Mentre le forze mi abbandonano la vedo sfilarsi la parrucca arancione. Una cascata di capelli neri, lisci come spaghetti, le ricadono sulle spalle. Solo allora la riconosco. Una delle puttane di Don Fernando. La più pericolosa. Il suo nome d’arte è Black Julie, mi pare. Ed io mi sono fatto inculare una partita di Euphoria per un pompino.
In fondo, forse, meglio morire così che affrontare il mio boss.

Marco Filipazzi – Altri Lavori

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3 risposte a “EUPHORIA

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