SCENE DA UN MOBBING

Riflessioni, frustrazioni si affollano in questo momento fermo.
Stasi senza vita, senza rabbia davanti a uno schermo che è come la vetrina dei giocattoli.
Si muovono attorno a me uomini dentro uno spazio ristretto, quel tipo di uomini che in guerra comanderebbero le truppe.
Come lo psichiatra della guerra di Bosnia, criminale di guerra.
L’accumulo: il problema è l’accumulo, la miscela esplosiva che sta per esplodere.
C’è un piccolo barlume di ragione che non la fa esplodere.
Seguo questo filo d’Arianna per uscire dal tunnel.
Ragionamenti, condivisione di esperienze attraverso la scatola magica di Internet.
Il mobbing: a un certo punto arriva.
Il significato di questa nuova parola è sfuggente, come sfuggente è quello che succede.
Il mobbing: a un certo punto arriva così come ad un certo punto i numeri ti presentano il conto.
I numeri degli anni e della bilancia.
Sono ossessionata dai numeri, ultimamente.
Continuo a fare e rifare estratti conto, proiezioni sulle bollette a venire, differenze tra stipendi lordi e netti.

INTERMEZZO LIRICO

La mattina presto è la pace.
E’ quasi primavera e si sente la sua sensualità sotto le zolle che stanno per esplodere.
Evaporano i profumi della notte.
La luce impercettibile, come una luce accesa dall’altra parte del mondo, porta il mio sguardo verso est, verso il mare, verso la libertà.
Esisto, sento di esistere in questa camicia bianca come da un altro secolo, i capelli morbidi e il languore che si scioglie in me senza tensione, senza martellamento di amplessi meccanici e battiti di bytes dalla finestra sul mondo di cui prima che ha il rumore di sottofondo che immagino essere quello dell’universo.
La cosa bella della vita è che c’è questo momento dove non ci sono i colori ma solo i profumi e i profumi potrebbero essere quelli di tanti anni fa e in realtà il tempo potrebbe non essere passato.
Che cosa mi dice che è passato?
L’oblio, cerco l’oblio perché nella vita non c’è mai la parola fine proprio sul più bello.
Nella vita le cose finiscono in maniera meno gloriosa.

LUCE

Quello che è successo stamattina mi ha fatto bene.
Respiro più profondamente, a volte ho dei sospiri più lunghi, come dopo un sonno saporito di bambina.
Lo spazio ristretto è sempre lo stesso, solo sembra ci sia più luce.
Comincia la sistematica destrutturazione della mia immagine.
Paranoie forse, ma se sono paranoica vuol dire che lo scopo è stato raggiunto.
Oggi però è diverso.
C’è più luce.
Luce implacabile sulla pelle grassa di Carlo.
Mi applica le solite virgole a caso sulla lettera scritta e brontola bonariamente con fare paterno nei miei confronti, sollevando con fatica le sue braccia tozze in un gesto quasi papale di benevola grazia.
Sì, c’è più luce, nitida.
E’ come se il mio cervello si espandesse like a blowing wind, non più stretto nella morsa dell’assedio di questi uomini che sento come lupi addosso alla mia morbidezza.
Riesco quasi a vedere il bambino spezzato nelle labbra morbide di Carlo.
Supero l’ostacolo dei miei muscoli bloccati dall’impossibilità a modificare la situazione.
Per via di questa sensazione di leggerezza mi dimentico dei miei chili dai numeri tondi e mi sento felina mentre mi alzo dalla scrivania.
Sento contemporaneamente lo specchio freudiano rompersi sulla sua testa brulicante di complessi di inferiorità.

8 MARZO, FESTA DELLA DONNA

Oggi mi sento come se mi avessero fatto la festa.
Hanno aperto le galere e stagionate méchate escono a frotte dalle case come scolarette al suono della campanella.
Libera uscita.
Pensieri cattivi e saccenti.
Il fiore che ci regalano oggi non ha profumo.
Semplicemente non ha profumo.
Nei pensieri coltivati nel terreno delle mie manie di persecuzione fa tutto parte del complotto.
Il complotto degli uomini.
Il complotto per cui “ma secondo te cosa dovrei dire al capo?”, “Guarda, capisco che per te è difficile, sei una donna. Se la prende con te perché sei una donna, io posso difendermi, tu ora non hai nessun appoggio”.
“Però, che roba, neanche una mimosa, io, guarda, il mio dovere di marito l’ho fatto. L’altro giorno al mercato le ho comprato una gonna, un maglioncino, un cappotto….”.
Questo è il mobbing, quello dei caporali.
I capi, li riconosci.
Sono più chiari.
I colleghi sono viscidi, si insinuano, aizzano, tirano la pietra e nascondono il braccio.
Uomini.

LA MALATTIA DEGENERATIVA

Quando è cominciato?
Voglio dire: quando ho cominciato a sentirmi donna sul posto di lavoro?
Io non mi sentivo donna, mi sentivo essere lavorante.
Sono loro che te lo fanno notare.
All’inizio è solo un piccolo fastidio quando ai colloqui ti chiedono:
A: Ha intenzione di sposarsi?
B: Ha intenzione di avere figli?
C: Chi glieli tiene?
Sembra uno di quei test psicologici delle riviste di cui sei sicura di conoscere il trucco e sai che li puoi fregare.
A: 3 punti, B: 2 punti, C: 1 punto.
Però già lì senti qualcosa.
Come nelle malattie degenerative, è il primo piccolo inciampo.
La maternità, quell’evento obbrobrioso per cui a una mia amica hanno fatto firmare una lettera in cui si impegnava a non restare incinta per cinque anni, provoca una grossa accelerazione della malattia.
E’ la colpa di Eva.
Lì è cominciata la mia fragilità, la mia scissione.
Semplicemente, ho cominciato a “sentire”.
Non era più un test astratto.
Stavano parlando della mia carne quando quel giorno bisbigliavano:
Ieri è stata a casa un’altra volta per il bambino. Ogni scusa è buona.-
Così, con quel tono neutro, parlavano di quel bambino che mi aveva fatto piangere a dirotto quando l’avevo appoggiato sul letto dell’ospedale.
“Ce la farò a prendermi cura di lui?”.

BENVENUTA NEL CLUB

Oggi è rientrata dalla maternità Ornella.
Con più seno.
“ Ha la faccia da mamma” osservo parlando con un’altra collega.
Parliamo dei rituali della nuova esperienza davanti alla collega senza prole.
La nostra piccola vittoria.
Lei e’ fuori.
Può avere tutto il potere del mondo conquistato attraverso il sistema più efficace da sempre per le donne, cioè lo sfruttamento del “posto nel mondo umile ma sicuro come oggetto sessuale”, ma non conosce il nostro codice, non può partecipare ai nostri discorsi, può solo immaginare quello che noi sembriamo sapere da sempre.

LA DIGNITA’

Che bella parola.
Non c’è niente che valga di più, me ne rendo conto.
Cerco, come al solito, di guardare oltre ma la mia indecisione o meglio la mia mancanza di strategia sul da farsi non germina frutti.
La finestra sul mondo è sempre davanti a me e il mare sta sempre a est.
Così, come ieri la luce si espandeva, oggi il significato della parola dignità si parcellizza nel vuoto.
Il vuoto: il mobbing è il vuoto.
Ci vuole tanto di quell’amor proprio per superare tutto questo!
Se ci si riesce però ci si diverte.
Si vede tutto.
Si vedono uomini “duri” toccarsi con malcelata omosessualità.
Si sentono rumori inconsulti di calci sulle porte degli spogliatoi con la sagoma del capo.
Si osserva la catena dei soprusi dei deboli coi forti e forti coi deboli.
Così pian piano la parola dignità comincia ad acquistare valore.
Guardo la faccia della collega senza figli.
Ho visto il suo cambiamento nel corso degli anni.
E’ come se tutto il suo essere fosse stato risucchiato verso un centro che l’ha rinsecchita.
Non è la sterilità però.
E’ la tensione.
Anche lei ha perso.

FERIE

E’ un pomeriggio di ferie.
Sono seduta su un prato pieno di margherite.
La luce è ancora una volta forte, chiara
Nuvole in cielo ben disegnate come in un quadro di Magritte.
Restando in tema di citazioni pittoriche sono accasciata come una placida donna di Botero.
La mia però non è l’espressione della salute.
Mi sento piuttosto come quel superobeso uomo più grasso del mondo di 550 chili che è uscito per la prima volta di casa in questi giorni dopo aver perso chi dice cento chi dice duecento chili.
Tutta questa ridondanza, anche questa primavera precoce con margherite grandi come peperoni transgenici, è innaturale.
Di nuovo la pace mi sfiora.
Sfiora questo corpo intossicato dal cattivo mangiare e dalla lurida ansia dei tempi.
Chiamiamola così: ansia dei tempi.
E’ un’ansia statica, dove niente si muove e tutto si accumula.
Tutto si è accumulato in questo caldo innaturale.
Eppure oggi è giorno di ferie.
Mai come in questo periodo questa parola ha avuto un suono più dolce.
Sono sconfitta.
Il mobbing è arrivato dove voleva arrivare: ad indurmi a rinunciare e trovarla una cosa dolce come il miele.

Maria Zimotti

Foto di: http://www.flickr.com/photos/melanieburger/

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3 risposte a “SCENE DA UN MOBBING

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