QUANDO HANNO ABBATTUTO IL PONTE…

Dietro di sé il narratore ha uno specchio,
che lo riflette nell’atto di scrivere.
(Jack il ventriloquo)

Quando hanno abbattuto il ponte io non c’ero. Al ritorno da un viaggio al suo posto ho trovato un buco riempito d’aria. Ma questo lo so perché l’ho sentito in treno, dicevano che avevano demolito il ponte della ferrovia, quello che divide via Oberdan in due. Mi chiedo dove passa il treno ora: mi faccio sempre un mucchio di domande così.
Non trovo più il ponte dentro la mia testa, né la prospettiva di case in fuga dietro l’arco. Il fatto è che io proprio non ricordo mai nulla e le immagini sono ammucchiate alla rinfusa. Ma se la mia memoria è vuota, penso, non sono mai vissuto? Questo pensiero mi spaventa, perché anche della mia infanzia conservo solo ricordi lontanissimi. Sono convinto che tutti ricordino tutto e che soltanto io sono escluso da questa festa di memorie, se non per brevi, dolorosissimi lampi.
Mio padre è un rigido abito marrone in un letto contro il muro, senza sorriso. Gli occhiali da sole nel taschino della giacca. Le persiane sono abbassate per proteggere i singhiozzi. Al buio si muore meglio, perché si dimentica più in fretta la luce.
Alla mia fermata scendo dal treno, subito in cerca del ponte per orientarmi, ma ovviamente non c’è. Allora avverto una fitta tra lo stomaco e lo sterno che mi dà la nausea, non so perché. Senza il ponte, qui nella mia città, mi sento in un altro luogo. Sono altrove da sempre. Ignoro tutti i nomi delle strade e quando mi chiedono indicazioni fingo di essere straniero, dissimulando l’imbarazzo, e non sono nemmeno capace di tirare una linea dritta tra gli angoli, i vicoli, le curve che girano intorno agli edifici.
Ora il calore alle tempie cresce. Sono di nuovo altrove: mentre festeggiano il mio compleanno. Tutti si affollano tra le mie cose, ma io mi sento spaesato perché questa non è casa mia.
“Voglio tornare a casa mia” urlo, mentre lo stupore corre divertito da un volto all’altro di tutti gli stranieri che affollano le stanze. Perché gli altri riescono a ricordare gli eventi, i volti, i luoghi con una precisione nitida e nella trama della mia vita, invece, ci sono dei buchi enormi?
Mi ricordo di un attimo: stringo il pigiama di mio padre tra le mani, ne accarezzo la stoffa ruvida, la annuso. Nell’angusto vano del bagno di servizio sento il suo odore. Ora non so che svanirà. Ancora ignoro che le immagini di ieri spariranno.
Mio padre è morto in una sera di giugno: svanito, come il suo odore. Semplicemente ha smesso di muoversi, poi si è decomposta la sua immagine, poi la sua memoria. Ora hanno abbattuto anche il ponte, che sosteneva tutta la fragile impalcatura dei miei passi dentro la città. Le cose sono messe lì apposta per indicarci dove andare e come arrivarci. Altrimenti è il caos, una mappa disegnata senza punti di riferimento.
Deve esserci qualcuno che costruisce i ponti, le strade, i vicoli che tagliano in due le arterie principali per abbreviarci il cammino quando siamo diventati abbastanza abili da camminare speditamente. Noi poi, dentro la testa, rinominiamo quegli oggetti per ritrovarli facilmente. Ma io alcuni li ho dimenticati subito e gli altri vanno e vengono come sabbia nella clessidra.
Però se il panorama cambia troppo rapidamente mi sento smarrito e anche se mi sforzo di esumare i luoghi, com’erano prima, è tutto inutile. Perché le immagini sono come un ponte. Dopo la demolizione, nello spazio vuoto, restano solo i moncherini aggrovigliati di fili metallici: il treno passerà da un’altra parte, ma non so dove, e io non riuscirò a trovare la strada.
La folla, in piazza Matteotti (ho dovuto leggere la targa di pietra in cima al muro di fronte), davanti alla stazione, sciama scompostamente in tutte le direzioni. Ognuno però con un orientamento netto, preciso. Cioè sanno dove andare, mentre io rimango immobile dentro lo spazio vuoto che prima era un ponte. Mi abbandono a quel vuoto senza nemmeno la speranza di un appiglio, è come morire. Il mistero delle superfici vuote che diventano talmente piene da poterne seguire il perimetro con le dita, e si disfano, prima o poi, senza nemmeno il ricordo nell’aria.
Ogni volta che tento un passo mi assale l’incertezza. E’ vero, so che è tardi, devo andare. Ma per andare da qualche parte devo decidere la direzione, ed è come riempire i miei buchi con qualcosa molto più duro di uno sforzo di volontà. Se decido, poi non ho problemi con la volontà, magari mi lascio andare ma cammino comunque. Ma senza il ponte la fatica è tremenda.
A poco a poco, continuando ad entrare ed uscire dalla mia consapevolezza del luogo, noto che la folla traccia delle forme precise nel suo fluire e rifluire al centro della piazza. Prima non ci avevo fatto caso. Ognuno segue la sua direzione, ma tutti insieme, impercettibilmente, creano delle tracce. Se avessi una matita rosso-blu con me potrei sottolinearle, per tenerle meglio a mente.
In un punto la massa si coagula densa, come un trombo duro nelle arterie principali di questa città. Fluisce lentamente, addensandosi. Inizio a camminare seguendo la traccia corposa di gente che cammina, spintonandosi, urtandosi. Una fiumana di carne che si precipita in quella direzione, come una guaina attorno alla mia trama sfibrata. Ho sentito dire a qualcuno che vanno verso il ponte. “Dove prima c’era il ponte della ferrovia?” chiedo ansiosamente.
Nessuno lo sa. Ma andiamo insieme.

Dario De Giacomo – Altri Lavori

Foto di: http://www.flickr.com/photos/mrhayata/

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2 risposte a “QUANDO HANNO ABBATTUTO IL PONTE…

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